Weekend a Torino per il Salone del Libro

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In occasione del grande evento internazionale dedicato alla lettura e alla cultura il capoluogo piemontese si rimette a nuovo. E trasforma i suoi tesori in un grande palcoscenico. Sul quale celebrare anche l’Unità d’Italia. Raccontando la storia del nostro Paese. E immaginando il suo futuro.

In occasione del grande evento internazionale dedicato alla lettura e alla cultura il capoluogo piemontese si rimette a nuovo. E trasforma i suoi tesori in un grande palcoscenico. Sul quale celebrare anche l’Unità d’Italia. Raccontando la storia del nostro Paese. E immaginando il suo futuro.

Aristocratica, formale, forse misteriosa, solo apparentemente immobile, Torino (Augusta Taurinorum dei Romani) è capitale: del Regno Sabaudo, dell’automobile, del Risorgimento, d’Italia (lo è stata dal 1861 al 1865). E della raffinata arte del cioccolato. Una città dalle varie sfaccettature, che si scopre al meglio seguendo la sua anima barocca, quella che oggi si mostra percorrendo i Pòrti dla pieuva, il nome che i torinesi doc danno ai portici della pioggia, quelli che re Vittorio Emanuele I fece progettare per non bagnarsi durante le sue passeggiate. Lunghi quattro chilometri e ininterrotti sul lato sinistro, quello delle passeggiate reali, coprono tutta via Po, che collega piazza Castello al fiume Po.

Disegnata nel 1587 dall’architetto Ascanio Vitozzi per conto di Carlo Emanuele, la piazza ha al centro Palazzo Madama, maniero medievale da un lato, e monumentale esempio di Barocco dall’altro. Fu con l’avvento alla corte sabauda delle due "madame reali", Maria Giovanna di Savoia-Nemours e Maria Cristina di Francia, che il palazzo assunse l’aspetto attuale. E che all’originaria Porta Pretoria, alla casa-forte e alle torri medievali, Filippo Juvarra aggiunse l’attuale facciata barocca e lo splendido scalone. Il palazzo, oggi sede del Museo Civico di Arte Antica, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ricostruirà la Grande Aula del primo Senato, per far rivivere uno dei momenti storici più significativi del Risorgimento.

A SPASSO TRA I PALAZZI REALI
Piazzetta Reale si raggiunge passando la cancellata con le statue dei due Dioscuri, Castore e Polluce, di guardia all’ingresso. Di fronte, l’elegante facciata di Palazzo Reale, opera di Carlo e Amedeo di Castellamonte. Voluta da Maria Cristina di Francia, per due secoli è stata la sontuosa residenza cittadina dei Savoia. Da non perdere i suoi Giardini Reali, disegnati da André Le Nôtre, l’architetto di Versailles, la Biblioteca, con volumi rari e unici come il celebre Codice sul volo degli Uccelli di Leonardo da Vinci, e l’Armeria Reale, voluta da Carlo Alberto, che in tre sale raccoglie armi e armature di varie epoche. La Chiesa di San Lorenzo, subito a sinistra, fu voluta da Emanuele Filiberto per celebrare la vittoria nella battaglia di San Quintino nelle Fiandre, avvenuta proprio nel giorno di San Lorenzo del 1557. Porta la firma di Guarino Guarini, ed è uno splendido esempio di Barocco religioso, esattamente come la vicina Cappella della Sacra Sindone. Proseguendo verso l’ampia e regolare piazza Savoia, si arriva a Palazzo Barolo, costruito alla fine del Seicento da Gian Francesco Baroncelli, e modificato in parte nel Settecento da Benedetto Alfieri. Entrare in questa residenza patrizia, che ospitò Silvio Pellico e fu sede del primo asilo della città, è come percorrere gli ultimi 400 anni di vita torinese attraverso vari stili architettonici ed epoche storiche.

UN RISORGIMENTO TUTTO DA GUSTARE
Proprio accanto, Palazzo Saluzzo di Paesana, forse la più vasta dimora nobiliare cittadina, con scaloni, loggiati e scuderie, capolavoro settecentesco di Gian Giacomo Plantery. Dopodiché si impone un momento di riposo per assaporare il bicerin, altro storico "monumento" torinese la cui preparazione richiede cura e destrezza: cioccolata e caffè bollenti vengono versati in un alto bicchiere e poi ricoperti da una spessa crema di latte. Apprezzato sin dal tempo dei Savoia, i posti giusti per gustarlo sono lo storico Caffè Platti o Al Bicerin che si trova accanto a un altro gioiello barocco: la Chiesa della Consolata, dedicata in origine a Sant’Andrea, radicalmente trasformata dal Guarini nel 1678 e con un interessante presbiterio ovale firmato da Filippo Juvarra. Sempre opera del Guarini, Palazzo Carignano, nella omonima piazza, che si raggiunge tornando in piazza Castello e percorrendo via Garibaldi. Edificio di mattoni a vista con una facciata barocca a linee concave e convesse, dalle ampie sale ricche di stucchi, affreschi e boiserie, oggi sede del Museo Nazionale del Risorgimento, fu voluto da Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano. Qui nacquero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, ospitò il Parlamento Subalpino e, nella seconda metà dell’Ottocento, fu ampliato per fare spazio all’aula del Parlamento Italiano. Da notare, alle finestre del piano nobile, il fregio che raffigura una testa di indiano d’America in ricordo di una vittoria riportata da un reggimento dei Carignano contro gli indiani irochesi durante la colonizzazione del Canada.

EROI E BUONGUSTAI D’ITALIA
Proprio di fronte al palazzo, altri due pezzi forti della storia cittadina: Teatro Carignano e il Ristorante Del Cambio. Inaugurato nel 1757, conserva ancora il tavolo dove Cavour, appassionato di buona tavola, sedeva abitualmente. Celebre la frase pronunciata il 26 aprile 1859, dopo aver letto l’orgoglioso proclama di guerra contro l’Austria: "Oggi abbiamo fatto la storia e adesso andiamo a mangiare". I suoi piatti preferiti? Il manzo brasato al Barolo e il gran fritto misto alla piemontese. Ben 35 pezzi, che si possono gustare anche oggi. Guido Gozzano era invece un frequentatore del vicino Caffè Baratti, gioiello post-liberty, mentre lo storico Caffè Mulassano, tutto specchi e boiserie, da sempre è celebre per i suoi tramezzini salati (ideati nel 1925). E infine, un altro classico: il vermouth, aperitivo amato dai Savoia. Da sorseggiare al tavolino di uno dei molti bar sotto i portici di piazza San Carlo. Progettata da Carlo di Castellamonte, nel 1637, ha due chiese che ne delimitano il lato sud: la barocca Santa Cristina e l’ottocentesca San Carlo. I portici, voluti da Cristina di Francia, sono anche il luogo ideale per ammirare la piazza. E per il passeggio, che i torinesi chiamano, confidenzialmente, "vasche".

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