Volare in elicottero sopra Manhattan

"LA’ sotto a destra l’isola di Ellis Island, dove gli immigrati venivano messi in quarantena, subito dietro la Statua della Libertà". Mi rimbomba nelle cuffie la voce del pilota Ben Lane, della Liberty Tours, ai comandi dell’elicottero N906BA.

Stiamo rifacendo il volo che sabato in questo punto ha incrociato di schianto la traiettoria del Piper. Stesso modello, un Eurocopter Ec-135 blu, stesso itinerario – "The Big Apple" – vantato dal dépliant per godere il panorama dei grattacieli. Stesso orario, mezzogiorno in punto. Un carico equivalente: il pilota e cinque passeggeri, con me c’è una famiglia di turisti francesi.

"LA’ sotto a destra l’isola di Ellis Island, dove gli immigrati venivano messi in quarantena, subito dietro la Statua della Libertà". Mi rimbomba nelle cuffie la voce del pilota Ben Lane, della Liberty Tours, ai comandi dell’elicottero N906BA.

Stiamo rifacendo il volo che sabato in questo punto ha incrociato di schianto la traiettoria del Piper. Stesso modello, un Eurocopter Ec-135 blu, stesso itinerario – "The Big Apple" – vantato dal dépliant per godere il panorama dei grattacieli. Stesso orario, mezzogiorno in punto. Un carico equivalente: il pilota e cinque passeggeri, con me c’è una famiglia di turisti francesi.

Sorvoliamo in verticale quel tratto maledetto dell’Hudson. Siamo sfrecciati in un rombo sopra le motovedette di polizia e vigili del fuoco, dove i sommozzatori sono ancora al lavoro per ripescare il Piper. Dentro la carlinga nessuno fa cenno alla tragedia. Ben Lane guida con la manetta joy-stick le acrobazie dell’elicottero e recita a memoria le sue formule da cicerone turistico, i francesi filmano e lanciano gridolini eccitati per l’ebbrezza.

Il crash di sabato, la collisione in aria, i nove morti, le polemiche sull’insicurezza assurda di questi voli: tutto sembra lontano, travolto nel ritmo di Manhattan, nei vortici di turisti accaldati e distratti, nella febbre del business che domina la Grande Mela. Stamattina all’alba Liberty Tours ha avuto l’autorizzazione della Federal Aviation Authority. Tutto ricomincia come prima. La segretaria Lucy dall’eliporto sulla 30° strada west mi ha telefonato trionfale: "Si vola!". La penitenza è durata poco, solo 48 ore di sospensione dei voli, l’autorità federale non ha atteso neppure la fine delle operazioni di recupero dei relitti e dei cadaveri. Quando sono accorso allo sportello prenotazioni della Liberty c’era già la fila. Francesi, tedeschi, latinoamericani, una folla sudata in bermuda, t-shirt e ciabatte. Il giro più popolare su Manhattan è lo stesso che comprarono Tiziana Pedrone, Fabio e Giacomo Gallazzi, Michele e Filippo Norelli. 15 minuti di volo, dollari 192,50 inclusa una "sovrattassa sicurezza" di due dollari e mezzo.

C’è una sala d’attesa, e un corridoio d’imbarco dove riceviamo le "istruzioni d’emergenza": cioè come si allaccia la cintura di sicurezza. Di corsa sulla pista per raggiungere l’elicottero. Ci danno una ciambella gonfiabile avvoltolata in un marsupio da allacciare sulla pancia. Alle vittime del crash di sabato non poteva servire comunque. La direttrice del National Safety Transportation Board, Debbie Harsaman, è stata lapidaria: "Sono precipitati all’istante, e da quell’altezza l’impatto con l’acqua è come sfracellarsi sul cemento armato".

Sul piazzale dell’eliporto c’è il frastuono di un viavai vorticoso, una catena di montaggio del turismo di massa: gli apparecchi si posano pochi minuti tra lo sbarco e l’imbarco dei passeggeri, le pale dei rotor non smettono mai di girare, niente pausa-caffè per i piloti. Quando tocca al mio altri tre elicotteri sono allineati a pochi metri di distanza, i motori sempre al massimo, pronti ad alzarsi, in una corsa per macinare clienti. Portellone chiuso e subito via in cielo, sospesi a ondeggiare sopra il vuoto, tra l’Hudson e le due terraferme: Manhattan e il New Jersey.

Ti scorrono davanti agli occhi i paesaggi da cartolina, l’Empire State Building e il grattacielo Chrysler come giocattolini da toccare con la mano, il World Trade Center dove il cratere dell’11 settembre si riempie di nuove costruzioni. E’ questo piacere effimero col groppo in gola, questo giro sulle montagne russe sospese nel blu sopra New York, l’ultima immagine che hanno visto i cinque italiani prima del buio. A rifarlo adesso non c’è più innocenza, ti scorrono davanti quelle immagini di morte. Capisci perché i piloti chiamano questa galoppata solare "il volo cieco, il corridoio buio".

Senza controllori di volo, con navigazione a vista, 225 apparecchi al giorno sfrecciano e s’incrociano in questo imbuto di tre miglia quadrate. Ad ogni istante 20 elicotteri sono in volo simultaneamente. Quando ci sei sopra gli altri apparecchi in volo sembrano moscerini minuscoli, lontanissimi, e poi in un attimo gli sei addosso. I piccoli aerei da turismo ti tagliano la strada sulla "scorciatoia" est-ovest. Piombano diretti dal New Jersey su Manhattan o viceversa. "La Guardia! La Guardia!" gracchia il microfono di Ben: il suo collega da terra segnala la direzione di arrivo di un altro di quei Piper, decollato dall’aeroporto di New York-La Guardia. Volo cieco perché Ben non ha radar, su questo giocattolino sospeso nel cielo non ci sono tecnologie del nostro secolo, solo una vecchia radio stridula. E proprio dietro le spalle di Ben c’è la zona d’ombra fatale, tra noi passeggeri, le pale, il retro dell’abitacolo: è la parte senza visibilità, da dove il Piper di Steven Altman sabato è arrivato all’improvviso, tranciando il rotor e perdendo un’ala nell’impatto violento.

Ben non vuole parlarmi del collega morto due giorni prima in questo angolo del cielo, il neozelandese Jeremy Clarke, 34 anni. Come tutti gli impiegati della Liberty Helicopter Tours anche Ben ha ricevuto una minacciosa consegna del silenzio dai legali. Ogni parola potrebbe essere usata contro di loro, nel processo per danni. Tace quando cito le denunce della National Transportation Safety Board sulle decine di incidenti negli ultimi anni. Solo quando gli chiedo se non sia un’incoscienza riprendere i voli, 48 ore dopo una simile tragedia, reagisce secco: "Non chiudiamo le autostrade dopo le stragi degli incidenti automobilistici". Tornato a terra visito la "torre di controllo" di Liberty Helicopters. Uno stanzino con una radio, un fax, un telefono, e qualche vecchia circolare sbiadita, incollata alla parete. Su un foglio leggo le Emergency Rules. "In caso di perdita di contatto con un apparecchio per 5 minuti: messaggio radio al pilota. Dopo 10 minuti: telefonare al direttore di Liberty. Dopo 20 minuti: chiamare polizia e pompieri".

Fonte: www.repubblica.it

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