Viaggio sul supertreno Torino-Milano

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Quello che cambia davvero, si stempera e poi svanisce è il senso di lontananza. Quando avranno tolto questi chilometri di transenne per lo spot ingessato e ingabbiato di ieri, con il presidente del Consiglio nel ruolo di testimonial dentro la cabina del manovratore e poi a rispondere a domande addomesticate, comincerà l’avventura di una Torino davvero più vicina, meno periferia, meno angolo d’Italia.

Quello che cambia davvero, si stempera e poi svanisce è il senso di lontananza. Quando avranno tolto questi chilometri di transenne per lo spot ingessato e ingabbiato di ieri, con il presidente del Consiglio nel ruolo di testimonial dentro la cabina del manovratore e poi a rispondere a domande addomesticate, comincerà l’avventura di una Torino davvero più vicina, meno periferia, meno angolo d’Italia.

Nella corsa inaugurale i trecento chilometri l’ora non si sono sentiti. E, in inverno, nemmeno li avvertivi da un finestrino che, prima di arrivare, già rifletteva i volti su uno sfondo buio. Il trionfo tecnologico e delle Grandi Opere osannato nelle due stazioni ha una ricaduta reale sul modo di viversi. Statistiche condotte seriamente a Torino hanno testimoniato di tempi impossibili dentro una città e la sua prima cintura, quella immediata, per non parlare della seconda e della provincia. Significa spostamenti per lavoro, per studio, per visite mediche, così come per mostre, musei. Ora Milano è più rapida da raggiungere dal centro torinese di quanto lo siano i condomini di Collegno o Rivoli nelle ore di punta.

Il senso della sfida lo si vedrà nella vita quotidiana. Non è il carrello con le bibite a fare la differenza mentre corri lungo l’autostrada e della velocità ti rendi conto soltanto perché man mano che avanzi ti accorgi di lasciarti alle spalle automobili che viaggiano, si presume, a centotrenta chilometri l’ora. Non c’è emozione, nemmeno paura. Non infili le distese francesi di foreste e prati come sul Parigi-Marsiglia. Costeggi un rettilineo d’asfalto, spesso nascosto dalle paratie accanto ai binari.

Incominci a percepire la diminuzione della velocità quando già è ora di avviarsi al corridoio per scendere alla Centrale di Milano. Di fatto è come tagliare Parigi in metropolitana.

L’unico che non fa testo è il viaggio inaugurale. Partenza con quattro minuti di ritardo, poi recuperati. Invitati stipati come su un carro bestiame. Monitor che diffondevano, senza audio, un Grande Fratello con i recitanti tutti presi dal loro ruolo, Berlusconi con una cartina aperta davanti a sé, Berlusconi con la mano sulla spalla del conduttore, Berlusconi che risponde a domande per nulla politiche, in una regia incredibile:

«Rodolfo, vuoi fare ancora una domanda al presidente sugli arresti di oggi?». Pure il tema suggerito. Quel che è certo ­ ammettevano le ragazze in divisa ­ è che se non c’era lui, dopo la deposizione di Spatuzza ­ forse i giornalisti litigiosi per un posto a sedere si sarebbero accorti che si inaugurava un treno che rappresenta una svolta vera nei collegamenti.

Ieri a bordo nessuno si è preoccupato del significato di questo collegamento. E un poco forse è proprio perché riguardava una «periferia», seppure ex capitale. Invece il significato bello stava proprio in un servizio che va oltre i manifesti di successo, gli orgogli di velocità, l’enfasi delle Grandi Opere: è il simbolo di un momento di passaggio, di un legame consistente per i singoli, per le esigenze di lavoro e non solo. È una conquista di modernità di cui si sentiva bisogno.

Il traffico ferroviario così come automobilistico fra Milano e Torino è frantumato di stazione in stazione, una tratta dai passaggi insopprimibili, scandita da esigenze e orari variegati. Sono sempre più i pendolari ­ medici, magistrati, liberi professionisti ­ che si incontrano su questa linea. Questo è un’altra cosa, è Il filo diretto Torino-Milano.

Tra la gente oltre le transenne, sia alla partenza che all’arrivo – indifferente alla camminata del Presidente e al teatrino delle interviste non indiscrete – c’era la curiosità vera. Soprattutto all’arrivo, dove anziché indicare l’uno all’altro La Russa o Formigoni allegri e scherzosi, chiedevano ai giornalisti: «Veramente avrà questi tempi? Davvero si viaggia comodi?» Parlavano di una prospettiva. Poi se ne sono andati tra carabinieri e poliziotti in assetto da stadio.

Mentre sul treno nessuno si accorgeva che si inaugurava un corridoio tra due metropoli – era tutta un’eco di Spatuzza-Berlusconi – a terra si ragionava in termini concreti. «Verrebbe da dire un sogno che continua quando ti svegli». Perché? «Perché muoversi in tempi così veloci significa fare risparmiare ai miei l’affitto di una stanza a Milano, senza perdere mezza giornata tra andare e tornare».

Un riorganizzarsi di vite? Può darsi, può essere esagerato, però quella sensazione di strumento nuovo, di semplificazione per il futuro era palpabile. L’ideale era riempire qualche carrozza di gente estranea alle passerelle, di utenti torinesi e milanesi, un po’ più milanesi e torinesi.

Fonte: www.lastampa.it

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