Viaggio nelle Isole Vergini

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Da quando, nel 1493, Colombo girovagava in cerca di terre, passaggi verso l’India e oro, incappò nelle Isole Vergini (allora lo erano al cento per cento) il destino di queste 53 sorelle vulcaniche è sempre stato quello di accogliere e mischiare culture tra le più diverse.

La storia – In circa un secolo le popolazioni caraibiche autoctone sono state, usando un termine eufemistico, "assimilate" rientrando tra le primissime vittime della globalizzazione.

Da quando, nel 1493, Colombo girovagava in cerca di terre, passaggi verso l’India e oro, incappò nelle Isole Vergini (allora lo erano al cento per cento) il destino di queste 53 sorelle vulcaniche è sempre stato quello di accogliere e mischiare culture tra le più diverse.

La storia – In circa un secolo le popolazioni caraibiche autoctone sono state, usando un termine eufemistico, "assimilate" rientrando tra le primissime vittime della globalizzazione.

Oltre agli spagnoli sono state trascinate sulle loro coste anche intere generazioni di africani scaricati dai commercianti di schiavi che facevano floridi affari con le piantagioni di canna da zucchero delle isole. La componente "afro" della cultura locale si è ben radicata: forse è meno appariscente di quanto lo sia in Giamaica ma la si percepisce forte e chiaro. Territorio di caccia e nascondiglio ideale per i pirati e i corsari, le Isole Vergini sono rimaste per secoli un crocevia sulle principali rotte commerciali delle Indie Occidentali e sulle loro spiagge hanno messo piede decine di etnie e nazionalità diverse. In oltre 500 anni, da quando sono comparse sulle carte geografiche, hanno subito ben sette passaggi di mano tra le principali potenze coloniali.

La situazione oggi – L’ultimo, 90 anni fa. Le "Indie Occidentali Danesi" furono cedute agli USA, potenza mondiale emergente, per 25 milioni di dollari (non così pochi se pensate che si era nel 1917). Con la loro americanizzazione il loro essere melting pot è stato ancor più esaltato. Dai tempi coloniali ad oggi le cose sono molto cambiate: rimangono ben pochi coltivatori di canna da zucchero e il rhum delle isole bevuto dai pirati di un tempo ora è soprattutto di importazione come moltissimi altri prodotti. L’industria principale è il turismo. Un turismo molto diverso a seconda di quale delle isole principali sia la vostra destinazione. St. Thomas, su cui sorge la capitale amministrativa di questa dipendenza statunitense, è una località molto più famosa per lo shopping tax free che per le sue bellezze naturali. Tanti yacht in porto e portafogli carichi nelle strade di Charlotte-Amalie, il capoluogo, in cerca di buone occasioni soprattutto per l’elettronica e i gioielli. Effettivamente il rischio di fare qualche affare lo si corre anche se consiglio di non comprare proprio tutto ad occhi chiusi: tra i venditori si annida qualche "furbetto".

Il Caribe Americano, un po’ natura, un po’ divertimento alla statunitense.
La cittadina sotto il profilo estetico può anche considerarsi carina, anche se risulta un po’ "finta" e poco caraibica (almeno per come conosco Caraibi). Insomma un prodotto buono soprattutto per un certo pubblico americano che fa fatica ad abbandonare hamburger e hotdog anche in vacanza. Per una come me e come, penso, molto di voi è meglio cercare qualcosa di bello altrove nell’arcipelago.

St. Croix – L’Isola di St. Croix sotto il profilo ecologico ha subito lo smacco di un notevole sviluppo industriale che le ha fatto "omaggio" di una delle più grandi raffinerie esistenti il cui impatto ambientale potete immaginare. La barriera corallina inoltre è stata danneggiata da un violento uragano alla metà degli anni Novanta e non si è ancora ripresa dal colpo. Eppure si riesce a trovare qualcosa di carino anche su quest’isola come per esempi Christiansted, piccolo, delizioso villaggio in stile architettonico danese che vi può offrire qualche ristorantino in grado di regalare piacevoli serate e altre amenità come le esposizioni di una serie di artisti trapiantati veramente insolite. Rimane l’impatto visivo splendido delle acque caraibiche anche se sotto, sotto non si è in presenza di una situazione ecologica perfettamente intatta.

Paesaggi puri – La purezza del paesaggio originale delle Isole Vergini la si può trovare a St. John che, delle maggiori, forse rimane l’isola più selvaggia. Comprata per metà dai Rockfeller al governo americano con lo scopo dichiarato di conservarne le bellezze naturali è tutt’ora, per buona parte della sua superficie, parco naturale affidato alle cure del National Park Service e ricorda ancora quella "verginità" persa quasi completamente da St. Thomas e Ste Croix. E’ il Caribe che ti aspetti: vegetazione rigogliosa, spiagge bianchissime e un’acqua blu elettrico che nasconde splendidi fondali corallini. E’ costellata di baie stupende facilmente accessibili e ben attrezzate anche per un turismo soft, ideali per rilassarsi in un bel contesto naturale.

Turismo sostenibile – Le opportunità per fare del vero turismo sostenibile non mancano nelle Isole Vergini Americane anche se bisogna fare lo slalom tra le proposte un po’ kitsch all’americana rappresentate dai grandi alberghi, soprattutto di St Thomas e l’estremismo di alcuni eco-lodge che hanno difficoltà di approvvigionamento idrico ed elettrico pur mantenendo dei prezzi notevoli e un impatto tutt’altro che nullo. Nel mezzo una gran varietà di sistemazioni veramente incantevoli. Le opportunità per fare sport soprattutto acquatici non mancano dalla subacquea (ovviamente) al windsurf, allo sci acquatico, al kitesurf… I locali sono abituati al grande turismo ma mantengono una certa cortesia anche se, forse, sono un pochino meno solari di dominicani e portoricani, mentre il cibo lascia un po’ a desiderare: paradossalmente è difficile trovare pesce fresco se non nelle località più piccole e il "fast food" domina i menu. Si guida a destra, all’inglese ma si usano i dollari: uno dei caratteristici paradossi "coloniali" di queste isole. Attenzione: occhio ai mosquitos, veramente tanti e soprattutto tenaci!

Fonte: www.tiscali.it

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