Viaggio nella Death Valley

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Il marketing turistico esige ed usa le definizioni forti, possibilmente estreme, per vendere il prodotto. Ma è poi il visitatore del grande parco nazionale della Death Valley a decidere come sfogliare le tante pagine di quel catalogo naturale di geologia e di botanica, di clima e zoologia che copre  un’area a cavallo del confine tra California e Nevada grande quasi come il Connecticut.
 

Il marketing turistico esige ed usa le definizioni forti, possibilmente estreme, per vendere il prodotto. Ma è poi il visitatore del grande parco nazionale della Death Valley a decidere come sfogliare le tante pagine di quel catalogo naturale di geologia e di botanica, di clima e zoologia che copre  un’area a cavallo del confine tra California e Nevada grande quasi come il Connecticut.
 
Nella mia esperienza, posso anticipare che le “ghost towns” sono diventate la metafora del viaggio degli esseri umani verso il progresso e la ricerca, tra le nozioni della scienza mineraria e della tecnologia dei trasporti, il coraggio degli investitori che finanziavano le estrazioni minerarie, le start up dell’epoca, e le vere e proprie truffe dei Madoff di un secolo fa.
 
Assistendo al documentario introduttivo al Visitor Center di Furnace Creek, il cuore del Parco, si impara come migliaia di milioni di anni fa anni le falde della crosta terrestre abbiano generato l’enorme bacino, che non ha mai smesso di muoversi e ancora oggi si ridisegna, giorno dopo giorno, era dopo era, chissà verso quale misterioso futuro. L’uomo, a questo cospetto, se ha il senso delle proporzioni nello spazio e nel tempo non può che sentirsi piccino, marginale, transeunte. E spettatore. E’ facile diventare presto avidi di contrasti nella Death Valley. Come il camminare per ore sulla distesa del lago salato a Badwater (Acqua cattiva) che si estende tra le due catene montuose, a sud, che delimitano la Valle. O il divertirsi ad osservare i giochi d’amore dei pesciolini minuscoli del Devils Hole (Buca del Diavolo), gli unici esseri ad adattarsi all’acqua bassissima e più salata di quella marina dell’unico stagno sempre umido. O il provare lo stesso stupore dei geologi professionisti nel vedere le tracce lasciate dai macigni rotolanti nella piana di Racetrack Playa: neppure gli studiosi  sanno con esattezza perché si muovono. O scendere sul fondo del cratere di Ubehebe, una fossa profonda oltre 200 metri e “giovanissima”: sono infatti passati solo 3000 anni da quando fu creata da una tremenda esplosione sotterranea.   

La paura della morte passa subito quando si sa come è nato il nome alla Death Valley, proclamata Monumento Nazionale nel 1933 dal presidente Herbert Hoover e promossa Parco nazionale nel 1994. Glielo diedero i pionieri che cercarono nel 1849 di accorciare il viaggio verso l’oro della California attraversando la valle. Passarono traversie indicibili per risparmiare 500 miglia, e dopo peripezie di mesi si frantumarono in gruppi di rinunciatari che tornarono sui loro passi e di ostinati che non mollarono e che proseguirono anche senza mappa. Alla fine, comunque, solo uno morì secondo le testimonianze degli stessi pionieri: e parliamo di tempi senza strade e senza automobili con l’aria condizionata. Oggi, i guai bisogna andarseli a cercare con l’imprudenza di chi sottovaluta le raccomandazioni dei rangers, norme di buonsenso messe per iscritto nelle guide. Il drappello di avventurosi di 163 anni fa ha invece meritato la sua celebrità e un nome, “quelli del ‘49”, che è entrato tra i simboli della valle. Come il borace, il minerale più diffuso e più scavato, la cui produzione (durata fino al 1980) ha eclissato le altre tentate dai cacciatori di fortuna naturale: dall’oro all’argento, dallo zinco al piombo, dal rame al manganese, dal tungsteno al mercurio, tutti presenti ma in quantità non più attraenti economicamente.
 
La Death Valley è un catalogo di eccessi atmosferici e morfologici. E’ il posto più secco in Nord America, con umidità relativa minima del 3%. E se febbraio è il mese delle piogge, con 76 millimetri di media mensile, luglio è il più asciutto, con 7 millimetri. In compenso il livello di evaporazione dei laghi che si formano per le sorgenti e le precipitazioni è di ben 381 centimetri all’anno. L’area di Furnace Creek vanta la seconda temperatura mai rilevata sul pianeta (57 gradi Celsius il 10 luglio del 1913, battuti di un grado da Azizia, in Libia, nel 1922). E ha la depressione maggiore dell’America del Nord, 86 metri sotto il livello del mare.
 
La perlustrazione dei siti che meritano richiede un calendario di almeno 4 o 5 giorni, da ottobre a maggio perché l’estate è proibitiva e sconsigliata. Tra le tappe da non perdere, con quelle già citate, ci sono  le dune di sabbia di Mesquitos, da attraversare al tramonto, e l’immenso “campo da golf del Diavolo” (si chiama così), che in realtà è una distesa a perdita d’occhio di zolle accidentate perché modellate dal vento e dalla poca pioggia che evapora presto con quel caldo in sali, da cui viene generato il borace. Le albe sono invece d’obbligo a Zabriskie Point e a Dante’s Point: da questi avamposti sul vuoto della vallata, filmati dal sole che sale, si ammirano i colori cangianti delle Black Mountains, e a occidente la catena del Telescope Peak (3368 metri). Poi, con l’auto che deve essere a 4 ruote motrici, meglio se una jeep fuoristrada, si percorrono i canyon aperti al traffico.
 
Più a sud, vicino a Zabriskie, c’è quello chiamato “dei 20 muli”: è un labirinto dove spuntano le miniere di borace, e i 20 muli sono quelli delle prime squadre di minatori della Harmony Borax Works, il mezzo di trasporto che anticipò la brevissima stagione dei carrelli e vagoni su rotaie. Le imprese dei cercatori di minerali sfruttabili economicamente fiorirono e sparirono, tra il 1904 e la fine degli Anni Venti: le tre principali dedicate all’oro, Bullfrog Hills nelle montagne Grapevine ad est, Skidoo nelle Panamints e Keane Wonder nel Funeral Range avevano magari anche qualche filone scavabile, ma il clima opprimente e la carenza d’acqua rendevano molto duro il trasporto fuori valle delle pepite. Quanto a decine di altre “scoperte” di miniere promettenti, i loro nomi sono entrati nella mappa delle città fantasma, da Chloride City a Rhyolite, da Greenwater ad Harrisburg e Ashford Mill, la fine inevitabile di fallimenti, di azzardi, di business semplicemente tramontati per l’apparire di concorrenti più profittevoli, come avvenne per il borace di cui furono trovati giacimenti maggiori e più remunerativi in zone assai più accessibili della California.
 
A nord, attraversando il canyon mozzafiato di Titus, il viaggio nella storia dell’uomo e delle miniere porta ai ruderi di Leadfield. E’ troppo definirlo un villaggio, ci sono i resti di una miniera di piombo che ha vissuto solo qualche mese, e attorno macerie di casupole che dovevano servire di supporto. Sbocciò e sfiorì nel 1926, perché i promotori dichiararono d’aver individuato un filone ricco, ma il loro vero scopo non era scavare il piombo, bensì vendere le azioni della società estrattiva fasulla creata ad hoc, e i 1749 lotti di terreno per i pionieri attirati dall’affare. Un bidone fondato sull’inganno dei promotori e sulla dabbenaggine di chi abboccò al miraggio di una pronta fortuna. E’ un assaggio di ciò che offre, all’uscita del canyon, il Castello di Scotty, un ranch costruito da Albert Johnson, assicuratore milionario di Chicago, per la moglie Bessie. I due erano stati stregati da un avventuriero di nome Walter Scott, che aveva convinto loro ed altri facoltosi investitori, a finanziare la sua società finta di scavi auriferi. Mostrò una pepita e disse che era solo un esempio del giacimento che aveva scoperto. Non era vero, ma mentre fioccavano le querele degli altri truffati, Scotty seppe conquistare l’amicizia di Albert, che di fatto divenne suo amico inseparabile, oltre che banchiere e protettore. Lo strano trio visse per decenni accanto all’oasi dove Bessie aveva voluto il suo “castello”: la Valle con il suo fascino aveva creato un altro miracolo naturale, costruito non sulle rocce e sui sali, ma sul malleabile animo degli uomini.

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