Viaggio in Tibet

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Quando Alexandra David-Néel, la grande esploratrice francese, raggiunse Lhasa dopo una lunghissima marcia, nel 1924, il Tibet era vietato a tutti gli stranieri non cinesi; dovette travestirsi da mendicate per poter accedere alla città proibita e riuscì a soggiornarvi per due mesi prima di essere cacciata. Fu smascherata dalla strana abitudine di volersi lavare tutte le mattine nelle acque del fiume: troppa pulizia per un mendicante.

Quando Alexandra David-Néel, la grande esploratrice francese, raggiunse Lhasa dopo una lunghissima marcia, nel 1924, il Tibet era vietato a tutti gli stranieri non cinesi; dovette travestirsi da mendicate per poter accedere alla città proibita e riuscì a soggiornarvi per due mesi prima di essere cacciata. Fu smascherata dalla strana abitudine di volersi lavare tutte le mattine nelle acque del fiume: troppa pulizia per un mendicante.

Al giorno d’oggi, visitare il Tibet per il viaggiatore straniero non comporta più estenuanti viaggi e romantici sotterfugi ma si rivela comunque un esercizio costoso e complicato. Dopo l’occupazione cinese del 1959 il paese venne di nuovo chiuso a visite straniere e si riaprì lentamente al turismo occidentale solo all’inizio degli anni ‘80 ma, dopo un breve periodo di relativa libertà, nel 2008, in seguito ad una sommossa guidata dai monaci tibetani, per limitare il numero sempre crescente di turisti stranieri, il governo di Pechino introdusse forti misure di polizia: oggi, per visitare il Tibet è necessario rivolgersi ad un’agenzia che provvederà ad affiancare al curioso turista una “guida” durante tutto il suo soggiorno e, dato che nessuno straniero può prendere i trasporti pubblici in Tibet, è anche necessario noleggiare un mezzo con autista.

Impossibile anche solo comprare un biglietto d’aereo o di treno per il Tibet senza i necessari permessi. Il mio viaggio in Tibet inizia a Xining, nella Cina uigura a maggioranza musulmana. Un treno che passa a più di cinquemila metri di altezza, attraversa l’altopiano tibetano in un viaggio che dura più di ventiquattro ore e fa sfilare sotto gli occhi paesaggi magnifici e multiformi: una catena di montagne, una brulla pianura, gli yak che pascolano e le tende dei nomadi. All’interno del treno la prima classe, quella delle cuccette dai letti morbidi, è appannaggio dei ricchi turisti occidentali, la seconda, le cuccette “dure”, è piena dei nuovi coloni cinesi e la terza, fatta solo di sedili non reclinabili, è piena di tibetani e uiguri. La terza classe rappresenta un’ottima vetrina della nuova società tibetana e tra giovani che assomigliano a rock star e che giocano coi loro avveniristici telefonini si mischiano guerrieri kampa dalle trecce rosse e vecchie dalla faccia bruciata dal sole. Il viaggio in treno è lungo, eterno, e quando si arriva a Lhasa ci si sente schiacciati da un cielo di un colore quasi irreale: un blu profondissimo occupa tutta l’arcata celeste e neanche il sole che splende intensamente pare riuscire a modificarne la profondità azzurra.

La capitale tibetana sembra, a prima vista, una delle tante megalopoli cinesi: dalla stazione fino al quartiere tibetano (sic) si notano solo visi, negozi ed insegne cinesi: un ricordo pungente della nuova forma di genocidio culturale che il governo di Pechino ha attuato nella regione. La guerra non si fa più con i mitra ed i soldati ma con un ingente numero di colonizzatori inviati qui a far fortuna e a costruire un nuovo pezzo di Cina. Anche sul Potala, il celebre palazzo che fu sede del governo dei lama, sventola ormai la bandiera rossa con le cinque stelle gialle: quella tibetana è ufficialmente fuorilegge. Dopo più di sessant’anni di dominazione e colonizzazione cinese pare impossibile parlare di un Tibet indipendente. Oltre alla posizione strategica, la regione si è rivelata un grandissimo giacimento minerario e un’attrattiva turistica che ogni anno richiama milioni e milioni di visitatori (per la maggior parte provenienti dall’incredibile boom del turismo interno): il governo cinese ha investito talmente tanto denaro nella regione che difficilmente sarà convinto ad abbandonare la presa. Il Tibet, per quanto sia triste, è ormai una provincia cinese a tutti gli effetti e, a questo punto, visti gli interessi economici in ballo e la potenza della Cina, nessuno oserà più riportare sull’agenda internazionale la questione. Anche il Dalai Lama, una vita passata in esilio in India, ha abbandonato l’ipotesi indipendentista e si batte ormai perché la propria gente abbia almeno accesso alla propria cultura, alla propria lingua e alle proprie millenarie tradizioni. All’interno di Lhasa si può godere di un minimo di libertà e sfuggire al controllo assillante della guida e visitare la città in solitudine.

Bisogna fare un grande sforzo di immaginazione per dimenticare le centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa ad ogni angolo di strada ma se si riesce ad eliminarli dalla propria visuale si riesce a godere della vibrante vita tibetana che brulica nelle strade della città. Per le vie lastricate del centro, il Barkhor, attorno al tempio più importante di tutto il buddhismo tibetano, il Jokhang, tra una bancarella ed un’altra, migliaia di pellegrini lucidano coi loro passi strascicati il marmo delle strade, facendo ruotare le ruote da preghiera portatili (più o meno grandi) e salmodiando orazioni muovendo a malapena le labbra: la folla è variegata, composta da monaci, poveri contadini venuti da lontano, ognuno con un abito tradizionale diverso, e turisti che non capiscono che il giro attorno al tempio si deve compiere in senso orario. La folla di gente che scorre senza posa nel Barkhor è uno spettacolo affascinante e sotto il sole cocente del pomeriggio (la Cina ha un unico fuso orario, il che rende i pomeriggi in Tibet lunghissimi) si può stare per ore ed ore ad immaginare una storia diversa per ogni volto che passa: sguardi fieri, pelli incartapecorite, signori in giacca ma con grossi medaglioni, suore tibetane che sgambettano velocemente, bambini dalle gote rosse e dal viso sporco, eroi tibetani dai lunghi capelli arrotolati attorno al capo con corde rosse, vecchie signore dalle lunghe trecce che si congiungono sulla schiena grazie a nastri colorati. Pellegrini particolarmente devoti, protetti da un grande grembiule di cuoio o di plastica spessa, si fanno scivolare sulla mani grazie a dei pattini di legno e si sdraiano completamente al suolo per mostrare la loro devozione.

Compiono così il loro giro attorno al tempio, ricevendo le offerte dei passanti e alzando al cielo la fronte ricoperta dalla polvere. Si abbandona Lhasa. Il percorso fino a Katmandu, ottocento chilometri di strade tortuose e valichi montani a più di cinquemila metri d’altitudine, è un viaggio dello spirito: si attraversano le zone più povere del Tibet, con bambini che appena vedono lo straniero aprono il palmo della mano senza neanche la forza di aggiungere una preghiera al gesto, dove la presenza militare cinese, se si dimenticano i vari posti di blocco, non è così invasiva come nella capoluogo ma dove lo sguardo triste dei tibetani ricorda cosa voglia dire essere liberi.

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