Atterrando a Yangon, lo sguardo di ogni passeggero è magneticamente attratto dallo stupa dorato della Shwedagon Pagoda. Il monumento più sacro tra tutti quelli presenti nel Paese, riflette in maniera accecante i raggi del sole mentre sovrasta gli edifici della fu capitale Rangoon. All’interno della pagoda (secondo la leggenda costruita 2500 anni fa, in realtà molto più recente) sono conservate le reliquie di ben quattro Buddha: mentre si cammina tra le stupa (ovvero le nicchie dorate) l’atmosfera è mistica e sacra, anche per il più ateo dei visitatori.

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È questa l’aria della Birmania: la si respira a Yangon come in ogni angolo di Myanmar ed è il motivo per cui chi la visita non riesce più a dimenticarla. Dalle foreste tropicali sull’altopiano di Shan alle risaie che costeggiano il fiume Irrawaddy passando per le montagne aride che anticipano l’Himalaya: su una superficie vastissima (quasi 700.000 km quadrati) in Birmania convivono paesaggi molto differenti l’uno dall’altro, uniti solo dal fil rouge degli sguardi buoni e sinceri della popolazione locale e dalle onnipresenti pagode dorate. La Repubblica del Myanmar è grande, la sua storia è molto complessa, i suoi caratteri numerosi: sorprende come conoscerla a fondo richieda mesi, comprenderne l’essenza invece sia semplicemente immediato.

Il fascino delle rovine

Giunti in Birmania per prima cosa perdetevi tra le centinaia di migliaia di templi che costellano il Paese. Fate slalom tra i più recenti edifici barocchi ricoperti di lamine d’oro e le pagode bianco latte, trionfo dello stucco, come la splendida Hsinbyume Pagoda a Mingun. Avviatevi verso i siti archeologici del nord che nascondono tesori inaspettati. Bagan, ad esempio, ospita la più densa concentrazione di monumenti, templi ed edifici buddhisti (10mila una volta, superstiti oggi circa 3800) e il suo ingresso nella lista dei beni patrimonio UNESCO è recentissimo, ritardato fino al 2019 causa restauri tutt’altro che conservativi, effettuati sotto l’egida del regime.

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L’antica città, costruita da zero per diventare capitale, si caratterizza per un mix di edifici nuovi e antichi, molteplici influenze architettoniche, templi in ottimo stato e altri distrutti dai terremoti (l’ultimo più importante nel 2016): mentre li si attraversa in bici, motorino o calesse, lo sguardo è rapito dai dettagli scolpiti nella pietra rossa. È il rosso che accomuna la maggior parte delle rovine religiose nella Repubblica del Myanmar: lo ritroviamo in una sfumatura rosata anche nella molto meno turistica (ma decisamente onirica) Kakku.

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All’interno dello stato di Shan, si distingue per le sue 2500 stupa in circa un chilometro quadrato di superficie: un’overdose di architettura sacra da provare una volta nella vita, molto simile a quella di cui si fa esperienza anche a Shwe Indein, nella zona del Lago Inle, dove però la vegetazione regna ancora incontrastata tra le rovine.

I monasteri, la religione, le feste sacre

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Per i precetti del buddhismo theravada, ogni birmano deve sottoporsi a un periodo di noviziato in monastero tra il momento in cui compie i sette anni e prima dei venti. Sempre per la religione buddhista ogni uomo sopra i vent’anni che non abbia preso i voti deve tornare almeno una volta nella vita a fare esperienza della vita monastica. A novizi e over 20 si aggiungono poi circa mezzo milione di monaci uomini e 75mila monache donne su una popolazione totale di 53 milioni, il che rende la Birmania il paese più buddista al mondo.

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Per afferrare l’essenza del credo, senza per forza professare la stessa fede, è sufficiente mettere piede in un monastero: a Mya Set Kyar, fuori Mandalay, ogni mezzogiorno si assiste alla processione dei monaci verso l’ultimo pasto della giornata. Centinaia di tuniche amaranto indossate da uomini di età molto diverse tra loro, formano una lunga fila per ricevere il pranzo: i volontari servono le pietanze nella stessa ciotola utilizzata dai monaci per raccogliere offerte per strada e nei mercati. Ai visitatori a questo punto non rimane che osservare in silenzio le ciabatte infradito consumate sistemate ordinatamente fuori dalla mensa (come si fa tra l’altro anche in ogni edificio di culto) prima che i monaci riprendano a passeggiare ripetendo le scritture e meditando.

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È il regime della calma assoluta, interrotto solo in rare occasioni dall’entusiasmo dei festeggiamenti. È di solito il caso di celebrazioni legate a culti più antichi: a Taungbyone ad esempio in agosto si celebrano i Nat, gli spiriti birmani, tra balli, canti e riti che durano giorni interi, in un villaggio che in occasione di questa festa diventa un vero e proprio baccanale.

I villaggi dei pescatori e i mercati dai mille profumi

La Birmania è prima di tutto autentica. La patina di autenticità che ricopre ogni angolo della nazione, anche il più nascosto, lontano dal turismo di massa, la si può toccare con mano.

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Aggirandosi tra i mercati locali, dove si acquistano souvenir preziosi come lacche decorate, unguenti miracolosi e tessuti fatti con i fiori di Loto (insieme a collane votive, caramelle al tamarindo e tè nero) ci si sente inevitabilmente “del luogo”. Difficile a credersi se si pensa che popolazione in realtà è molto variegata al suo interno: orientamenti politici molto diversi, la rivoluzione di San Suu Kyi ancora nell’aria, tribù che coesistono non sempre pacificamente da secoli, ma soprattutto una povertà che nel 2017 attestava il reddito pro capite a una cifra pari o inferiore ai 90 centesimi al giorno.

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Eppure, attraversando gli orti galleggianti del Lago Inle a bordo delle imbarcazioni tipiche, si può osservare la vita che scorre felice senza interruzioni: i contadini raccolgono i succosissimi pomodori coltivati direttamente dalla barca, qualche bambino aspetta sulla palafitta il rientro dei genitori dal lavoro. Nelle risaie a pochi km di distanza si osservano aratri trainati da buoi; i ristoranti non sono altro che case adibite ad attività dove si cucinano biscotti al sesamo e noodles con pollo e verdure sempre accompagnati da una Myanmar beer.

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Mentre ci si versa un tè caldo dai thermos sempre pieni dei bar e mentre il profumo del curry appena cucinato si diffonde nell’aria (il più buono si magia al The Moon a Bagan) ci si rende conto che in Birmania si è fuori dal tempo.

In un paese dove il regime è esistito fino a poco fa (e probabilmente esiste ancora) in un ossimoro quasi da manuale, si respira aria di libertà.

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