Viaggio in Argentina

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L’ultima frontiera: canyon, laghi, deserti e montagne. Ma anche fattorie di lusso e la carne più buona del mondo. Un viaggio ai confini del mondo, dove la natura è grande, tutto è autentico e costa un terzo

Deserti di sale, immense distese punteggiate da cactus, vulcani. Lagune infuocate di fenicotteri, vigne a 3000 metri d’altezza, canyon multicolori, villaggi da Far West, tutto in terra argentina.

L’ultima frontiera: canyon, laghi, deserti e montagne. Ma anche fattorie di lusso e la carne più buona del mondo. Un viaggio ai confini del mondo, dove la natura è grande, tutto è autentico e costa un terzo

Deserti di sale, immense distese punteggiate da cactus, vulcani. Lagune infuocate di fenicotteri, vigne a 3000 metri d’altezza, canyon multicolori, villaggi da Far West, tutto in terra argentina.

Scenari ai confini della realtà quotidiana, dove i paesaggi cambiano come le nuvole in cielo e i luoghi hanno nomi evocativi: la tavolozza del pittore, la collina dai sette colori, il treno delle nubi. “In questa parte del mondo, tutto parla di frontiera”, diceva il grande scrittore sudamericano Francisco Coloane (1910-2002), avventuriero e marinaio, cantore di paesaggi che allargano gli occhi e fermano il cuore, incantano per la bellezza e lasciano ammutoliti per la vastità. Come gli altipiani e le montagne del Nordovest argentino, l’ultima frontiera selvaggia che piace ai sognatori in cerca di nuovi orizzonti lontani, ai viaggiatori che hanno già “consumato” ghiacci della Patagonia, deserti d’Africa, isole ignote.

Un viaggio d’inverno mentre in Argentina è estate. Sportivo, ma senza essere un’avventura alla Indiana Jones. Da Salta, il capoluogo, inizia l’itinerario in 4×4, una settimana lungo percorsi disegnati sui fianchi delle montagne e passi in bilico sull’abisso. Verso nord, fino a Humahuaca, si snodano poco più di 200 chilometri di strada asfaltata. Volcán è anche la porta d’accesso alla Quebrada de Humahuaca, incredibile paesaggio aspro dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. La vegetazione si fa più rada e lascia il posto ai cardones, i cactus a forma di candelabro che crescono tra i 2000 e 3200 metri di altezza. Le montagne assumono tonalità ora salmone ora terracotta, ora grigio ora color muschio. A Purmamarca, cittadina di case in adobe, il mattone d’argilla cotto al sole tipico dell’architettura locale, si dorme a La Comarca, adagiato come un piccolo villaggio alle pendici di rocce erose dai secoli.

Si scende dalla 4×4 per ammirare da vicino il Cerro de los Siete Colores, sorprendente risultato di sedimenti marini, lacustri e fluviali che 75 milioni di anni fa si depositarono nella zona. Una montagna dalle sfumature verdi e viola, arancio e crema. A Purmamarca la vita si svolge attorno alla piazza principale, dominata da una chiesa secentesca. Spingendosi nella parte alta del paese, fino al Paseo Las Vicuñas, s’incontrano labirinti per acquistare oggetti sofisticati: gioielli, poltroncine rivestite con tessuti multicolori, coltelli, vassoi in argento. Poi si affronta il Paseo de los Colorados, 3 chilometri di pura emozione alle spalle del Cerro de los Siete Colores (da percorrere con scarpe da trekking), che si concludono ai piedi del Mirador el Porito, un belvedere con una vista senza eguali.

Sulla strada verso Tilcara, tra montagne solcate da cammini incaici, si incrocia Maimará, villaggio abbarbicato sotto la Paleta del Pintor, la tavolozza del pittore, a quasi 2500 metri di altezza. Nel cielo di porcellana il sole batte forte. A Tilcara un hotelito raccolto è La Paceña, in stile cottage inglese e un incantevole giardino, mentre la Posada de Luz ha una magnifica vista sul paese e sulle montagne. A Humahuaca, forse il centro meglio conservato e meno turistico della regione, si sfiorano i 3000 metri e l’aria è ancora più rarefatta. Lungo le strade acciottolate coni d’ombra disegnano pittoresche geometrie e offrono riparo dalla calura. Contadini dai tratti indios masticano foglie di coca per attenuare la fatica provocata dall’altezza.

È impensabile attraversare queste valli senza programmare almeno una degustazione. Da Cafayate a Cachi si imbocca la mitica Ruta 40, che attraversa l’Argentina dall’estremo Nord fino in Patagonia, e ci si inoltra nelle Valles Calchaquíes, distese di vigneti circondati da maestose montagne. Pochi chilometri dopo il villaggio coloniale San Carlos, una sterrata annuncia l’ingresso nella Quebrada de las Flechas, gigantesco deserto di polvere di quarzo mescolata al limo di un antico lago, sagomata dal vento delle Ande in forme che sembrano punte di frecce (flechas). Attraversarla di notte, quando la luce della luna riflette i bagliori del quarzo, è un’emozione che toglie il fiato: le rocce affilate, l’abbraccio delle vette a 360 gradi, la quasi totale assenza di insediamenti umani, i resti di antichissime case. Al chilometro 4406 un cartello segnala il corte las flechas: il sentiero si inerpica sulla quebrada e offre una vista spettacolare su rocce bianche e rosa tagliate in due da una strada che pare di zucchero a velo.

L’atmosfera lunare si interrompe ad Angastaco, pueblo assolato a 2000 metri, adagiato su un eden di vigne . Si pranza nel grande patio dell’Hacienda de Molinos. Molinos è un piccolo gioiello coloniale da visitare a piedi. Il tramonto è l’ora ideale per raggiungere l’Estancia y Bodega Colomé e godersi la vista sulle montagne innevate. L’hotel, costruito sull’impianto delle vecchie casone coloniali, vanta la cantina più antica del Paese (dal 1831) e i vigneti più alti del mondo: fino a 3111 metri d’altezza. Il proprietario è Donald Hess, svizzero, la cui passione per i vini si incrocia con quella per l’arte contemporanea. In quest’angolo di paradiso ha trovato il suo luogo metafisico, e ha deciso di farne la location per un museo dedicato a James Turrell, artista americano della luce e dello spazio. Il museo vale anche solo per il finale: sdraiati a terra in una stanza senza soffitto si osserva il cielo cambiare di colore, grazie a un gioco di luci lungo le pareti.

Tornando verso Salta, il paesaggio si fa ancora più selvaggio e lunare. Migliaia di ispide dita puntate verso il cielo indicano che si sta attraversando il Parque Nacional los Cardones, i cactus candelabro. Intorno, montagne su cui si aprono profonde ferite rosse. La strada sale su un altopiano desertico coperto di baja brava, un mantello giallo oro di fiori minuscoli, e si inerpica fino a 3450 metri prima di precipitare nella Cuesta del Obispo, uno dei percorsi più vertiginosi ed emozionanti. Centinaia di curve a chiocciola aggrappate sul fianco della montagna e affacciate sull’abisso. Un panorama che sembra disegnato da Escher. All’orizzonte si alternano vette di velluto grigio e viola, costoni di roccia rosa, bianca e miele. Salta, dopo tanta solitudine e respiro, è un brusco, ma piacevole ritorno alla civiltà. 

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