Viaggio in Andalusia

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Un angolo di Spagna tra Almería e il Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar. Fatto di paesaggi aspri, con pianure rocciose spazzate dal vento. Tra dune di sabbia e rocce vulcaniche, fortezze moresche e avamposti cristiani. Ecco la regione dove scoprire la natura selvaggia e il fascino intatto del Mediterraneo. E l’entroterra più caliente della penisola iberica.

Un angolo di Spagna tra Almería e il Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar. Fatto di paesaggi aspri, con pianure rocciose spazzate dal vento. Tra dune di sabbia e rocce vulcaniche, fortezze moresche e avamposti cristiani. Ecco la regione dove scoprire la natura selvaggia e il fascino intatto del Mediterraneo. E l’entroterra più caliente della penisola iberica.

Quando gli andalusi contemplavano il sorgere del sole, guardavano verso Almería, la terra più orientale della loro comunità. Una terra su cui spirano venti africani che scaldano e seccano il suolo. Così, quello della provincia di Almería, è un paesaggio aspro, con sierras arse dal sole e pianure rocciose selvagge in alcune zone, anonime e polverose in altre. Il meglio di questo scampolo di Andalusia è racchiuso nel Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar, uno dei pochi lembi di costa mediterranea spagnola sfuggito alla cementificazione e alla speculazione immobiliare. Da queste parti piove poco, i venti possono essere forti e il sole potente. Eppure, a dispetto della natura avversa, la provincia di Almería vanta un glorioso passato. Sotto il governo degli Arabi il capoluogo diventò capitale di uno dei più potenti taifas (regni minori) dell’XI secolo, e controllava gran parte della Murcia e dell’Andalusia. Centro industriale con 200 mila abitanti, era celebre per le sue sete e i commerci con l’Oriente, e i cronisti dell’epoca riportano che il suo splendore era offuscato solo da quello di Cordova, Baghdad e Alessandria.

Oggi questa striscia di terra, stretta tra il mare e montagne alte sino a mille metri, e dall’orizzonte biancastro, fatto di chilometri e chilometri di serre che occultano centinaia di ettari di coltivazioni intensive, è un vero e proprio oro verde ai vertici del mercato ortofrutticolo spagnolo. La città di Almería, lo Specchio del mare dei Mori, non ha invece subito grossi cambiamenti. È ancora protetta dalle massicce mura dell’Alcazaba dell’XI secolo, che domina la Città Vecchia e l’ampia baia. In questa gigantesca fortezza moresca, magnificamente severa, hanno vissuto re e governatori musulmani, in mezzo a depositi d’acqua, moschee, bagni e appartamenti, e, dal 1489, i re cattolici, che al suo interno fecero edificare un castello.

DUNE ARABE
Il Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar dista una manciata di chilometri dall’Alcazaba e lo si raggiunge, oltrepassato il centro balneare di Retamar, seguendo la Provinciale 202, la Strada della Costa. La macchina fotografica può iniziare a lavorare quando si raggiunge l’eremo di Torre García. I primi scatti sono per la torre omonima, l’unica difesa medievale che restò in piedi quando Almería fu conquistata dal regno di Castiglia nel 1488. Poco più avanti, prima di arrivare al piccolo borgo di Ruescas, si arriva alla Riserva de las Marinas Amoladeras (ammesse solo le visite con guida, tel. 0034.950160435): è l’occasione per mettere a fuoco le ricchezze naturali di questo angolo di Andalusia e fare incetta di cartine e materiale illustrativo sul parco. La statale ora corre tra dune e canneti, parallela alla Playa de San Miguel, un orlo costiero ornato da una steppa mediterranea ricca di fiori spinosi.
Giunti al borgo di Salinas de Acosta – bella la sua chiesa che si erge solitaria a pochi metri dalla spiaggia circondata dalla sabbia – si incontrano le saline, un paradiso per gli ornitologi grazie all’eccezionale posizione geografica inferiore al livello del mare. La zona è tappa obbligatoria nella rotta Africa-Europa per numerose specie di uccelli migratori e luogo di soggiorno invernale per molte altre che qui nidificano. Con una certa facilità si possono avvistare l’avocetta, il cavaliere d’Italia e il fratino, tra i nidificatori; il fenicottero e, in anni recenti in inverno, il gabbiano di Audouin (Larus Audouinii). Superati La Almadraba de Monteleva e La Fabriquilla, due villaggi di pescatori odorosi di banchi per la lavorazione del pesce, si continua a seguire la 202. Le dune e le saline lasciano posto a rocce vulcaniche che si sporgono sul mare come promontori rocciosi. La strada diventa stretta, in alcuni tratti a senso unico alternato, con vertiginosi panorami sul Mediterraneo e sul golfo di Almería. Si giunge così al faro di Cabo de Gata, costruito nel 1863 ricavandolo dal patio centrale del castello di San Francisco de Paula, edificato nella prima metà del XVIII secolo per la difesa del regno di Castiglia. Vale la pena scendere a piedi sino alla spiaggetta nella Cala di Corralete: contrariamente a quello che potrebbero dirvi non è privata (non ci sono spiagge private in Spagna) e l’acqua è cristallina. Tutto intorno, le scogliere de las Sirenas, che poi non sono altro che i resti di un camino vulcanico che prendono il loro nome da una colonia di foche monache scambiate per sirene dai pescatori locali. Due chilometri scarsi dopo il belvedere del Faro e la strada asfaltata termina. Da qui in poi, chi vuol proseguire lo potrà fare solo a piedi.

DESERTO ROSSO
L’ampio sentiero porta ad alcune delle spiagge più belle della costa mediterranea. Due su tutte: Playa de Mónsul e quella di Los Genoveses. La prima è caratterizzata da una spettacolare duna rampante e da una gigantesca roccia pietrificata a forma di onda. E, per quanto ci si guardi intorno, non si intravede nessuna costruzione. Anche per questo è stata utilizzata come scenario naturale per le riprese di alcune scene dell’ultimo episodio della serie Indiana Jones. Playa de los Genoveses invece è una mezzaluna in cui, nonostante la scarsa profondità dei suoi fondali, una flotta genovese trovò riparo nel XII secolo. Raggiungibile attraverso un sentiero panoramico profumato di fichi d’india, è accessibile, come del resto Playa de Mónsul, anche in macchina (in estate l’ingresso è a numero chiuso), seguendo una rotabile non asfaltata che parte da San José de Níjar, antica frazione di pescatori, di cui si possono ancora vedere i resti delle antiche case, e che sta crescendo con un ritmo forse troppo vertiginoso. Situata in una splendida baia, tra il monte En Medio e il monte di Cala Higuera, è senza dubbio la località turisticamente più attrezzata della costiera, grazie a hotel e pensioni, case e appartamenti, centri di immersioni subacquee, noleggi di canoe e locali notturni.

TRA EUCALIPTI E SPIAGGE DORATE
Proseguendo verso est le strade si allontanano dalla costa, poi, d’improvviso, ecco che una salita più ripida apre un varco all’orizzonte e di nuovo si vedono il mare, le spiagge intatte e diverse l’una dall’altra. Una sosta è d’obbligo a Playa de los Muertos, una spettacolare spiaggia di ghiaia chiara compresa fra due capi rocciosi con uno splendido mare azzurro e irte scogliere. Il verde quasi non esiste, tranne quello scuro dei fichi d’india e degli eucalipti, e quello quasi grigio delle agavi. Tutto è giallo, secco e azzurro. E bianco, come le case dei centri abitati. Sono bellissimi e minuscoli quelli nell’interno: Fernán Pérez, Los Albaricoques, Las Presillas. E sulla costa: Agua Amarga, Las Negras, Isleta del Moro, Los Escullos, un borgo la cui spiaggia è sorvegliata da un imponente forte settecentesco. L’ultima perla è Playa Playazo, una grande luna di sabbia gialla bordata da palme che le danno un forte sapore africano. Per raggiungerla bisogna percorrere un sentiero non asfaltato lungo il quale si incontrano la Torre de Lumbreras (XVI sec.), una noria (sistema idraulico spesso azionato da asini, muli o addirittura operai) e, giunti in prossimità del litorale, il Castello di San Román (XVIII sec.). Il sentiero parte dal villaggio di Rodalquilar, antico centro minerario che ha interrotto la sua attività negli anni 60. Originariamente il borgo era gestito dall’arcivescovo, ma le sue belle chiese risalgono al periodo in cui la miniera divenne proprietà di una società inglese: fu l’azienda a costruire luoghi di culto per i suoi ingegneri e per il personale degli uffici, realizzati secondo inconfondibili stilemi architettonici britannici. Anche i resti delle architetture minerarie meritano una visita, se non altro per un bizzarro paradosso: una volta Rodalquilar era sventrata per estrarne le ricchezze naturali, oggi è la vetrina del ministero dell’Ambiente della Junta dell’Andalusia.

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