Un viaggio nel passato: le storie perdute di Damasco

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Stiamo dando un’occhiata al nostro archivio di letteratura di viaggio per sottolineare tutti i modi in cui il mondo è cambiato, oltre a quelli per cui è rimasto lo stesso. In questo saggio del 2009, Tahir Shah, visita Damasco, Siria, due anni prima che il paese venga coinvolto in una guerra civile. Mentre si trova lì, l’autore ricerca racconti di storia e mito in mezzo a palazzi fatiscenti e souq curiosi.

La Moschea degli Omayyadi, anche nota come la Moschea Grande di Damasco, è stata un luogo di preghiera sin dal nono secolo d.C © Pascal Meunier

Salim, il figlio di Suleiman, se ne stava sdraiato su un antico trono di Damasco in una zona assolata sul retro del suo negozio di antiquariato. I suoi occhi erano chiusi, il viso segnato dalle rughe, le guance coperte dalla ricrescita irregolare della barba grigia di una settimana. Mentre dormiva dopo un pranzo a base di kebab di montone, accarezzava con i polpastrelli i frammenti di avorio intarsiato sul bracciolo regale del trono.

Perso nelle ombre tra la porta d’ingresso e la sedia, giaceva un tesoro di oggetti, una ragnatela di confusione, proveniente da secoli di vita a Damasco. C’erano stendardi dei crociati anneriti dal fuoco, portagioie in tartaruga e leggii per il Corano intagliati in grosse lastre di teak, controspalline e vasi da notte, bocchettoni modellati a forma di gazzella, lampade da moschea e astrolabi, grandi specchi dorati e zanne d’elefante.

Prima della partenza ho trovato un biglietto da visita proprio dello stesso negozio di antiquariato, in un fascicolo pieno di documenti di mio nonno. Scrittore afgano e diplomatico, aveva visitato Damasco 75 anni prima di me, e aveva scritto un libro sul suo viaggio intitolato “Alone in Arabian Nights”. Mi ha fatto piacere non solo vedere che il negozio c’era ancora, ma trovarlo ricco di un simile tesoro di merci.

Al suono dei passi di un cliente, Salim aprì un occhio. Esaminò la stanza, scattò in piedi e fece cadere a terra il gattino acciambellato sul suo petto.

“Può interessarti un amuleto per tenerti al sicuro sulle strade siriane?” disse con un grande sorriso.

“Non credo a queste cose” risposi.

Il sorriso del negoziante svanì.

“Shhhhh!!” esclamò.” Non bisogna dire così.”

“Perché no?”

“Perché lui ci ascolta lassù”.

Sollevammo entrambi la testa per guardare il soffitto e io cambiai discorso. Chiesi il prezzo di una meravigliosa ascia cerimoniale che aveva attirato la mia attenzione, la sua lama era stata realizzata in acciaio al crogiolo, con inscritto un incantesimo. Salim puntò il dito nella mia direzione.

“È tutto in saldo ad eccezione di quello,” disse.

“Perché è diverso?”

“Non te lo posso dire.”

Le misteriose e tortuose strade della Città Vecchia di Damasco di notte © Pascal Meunier

Salim, il figlio di Suleiman, preparò una tazza di tè e si sedette in silenzio, mentre lo pregavo di vendermi l’ascia. Più lo pregavo, più scuoteva la testa. Dopo un’ora di tè dolce e un tentativo fallito di persuasione, passeggiai nella sottile luce del giorno, sentendomi come se fossi stato privato della possibilità di separarmi dai miei soldi.

Visitate la città antica di Damasco e sarete affascinati da un senso di antichità vivente e dalle gemme che riempiono gli empori nascosti nell’ombra.

Esplorate i brulicanti souq e scenderete strato dopo strato all’interno della vita della città, che risale a oltre 20 secoli fa. Non ero mai stato in un posto dove gli oggetti di antiquariato e le cianfrusaglie di una città si adattassero in maniera così perfetta all’umanità­ sullo sfondo.

Rovistate tra gli oggetti in saldo e le ondate degli invasori passati vi si paleseranno davanti. I Greci sono stati qui e dopo di loro i Romani e i Cristiani bizantini. Poi sono venuti il califfato Omayyade e poi quello Abbaside, i Fatimidi e i Turchi selgiuchidi. Le Crociate hanno lasciato il posto al governo dei Mamelucchi, esso stesso seguito dalle conquiste di Tamerlano, gli Ottomani e dopo di loro i francesi.

Mark Twain aveva pienamente ragione quando nel 1860 scrisse, “A Damasco, gli anni sono solo momenti, i decenni sono solo inezie nel tempo. Lei misura il tempo non in giorni, mesi e anni ma dagli imperi che ha visto sorgere, prosperare e cadere in rovina.”

La visita dell’autore americano a Damasco coincise con la fissazione vittoriana verso qualsiasi cosa fosse araba. L’interesse era in parte alimentato dalla traduzione de Le mille e una notte. I salotti europei furono improvvisamente inondati di mobili esotici, piastrelle e sete dall’Arabia.

Nel 1800, avventurieri intrepidi come Twain visitarono Damasco e rimasero a bocca aperta, mentre altri scambiarono le loro case in città a Londra per palazzi nascosti nelle profondità della Città Vecchia. Forse il più famoso fu l’orientalista Richard Burton.

Arrivò il 1° gennaio 1870, non molto tempo dopo che vi si era recato Mark Twain. In veste di console britannico, Burton si ritrovò in un melting pot di antico e moderno, un raro mix di vita araba che lui considerava come il paradiso assoluto. È facile immaginare la sua soddisfazione – dopo tutto, il suo consolato veniva ospitato in uno dei più grandi palazzi, il favoloso Beit Quwatli. Adesso è suddiviso in case e in magazzini e in un terribile stato di conservazione, ma gli interni risalgono a quando la capitale siriana era una delle città più sofisticate esistenti.

Un affresco di Beit Quwatli, un tempo casa dell’orientalista Richard Burton © Pascal Meunier

Palazzi dimenticati

Per me, un viaggio a Damasco è una caccia al tesoro dall’inizio alla fine, un taglio trasversale nei livelli della storia della città alla ricerca di alcune perle. Ricercare i palazzi, in rovina e restaurati, è un ottimo modo per intravedere i secoli passati. È vero che alcuni edifici sono stati distrutti, e altri hanno subito restauri mediocri, ma ci sono dei veri tesori che aspettano chiunque abbia un senso dell’avventura e un po’ di tempo.

Diverse guide turistiche mostrano dove si trovano le case più spettacolari. Quando le troverete, non ci saranno tornelli o file di turisti, solo un custode, se siete fortunati, ad aprirvi la porta quando busserete. I soffitti potrebbero essere crollati e gli affreschi potrebbero essere incrinati, ma strizzate gli occhi, usate l’immaginazione e tutto prenderà vita. Molto presto potrete sentire il suono della musica e delle conversazioni, l’odore dei profumi ai fiori d’arancio mentre l’ospite attraversa la stanza.

Le sale da ricevimento di una residenza damascena sono state progettate per stupire i visitatori, lasciandoli a bocca aperta con un senso di meraviglia. Molti degli edifici erano di proprietà di potenti famiglie politiche e di mercanti di successo. E così le residenze stesse erano un’espressione di potere e aspirazione politica. Tra tutte, la più straordinaria e la più facile da visitare adesso, è Beit Nizam del XVIII secolo, situata su una stretta strada residenziale vicino a Straight Street.

Da fuori, non viene rivelato nulla. Ma suonate il campanello, aspettate che il custode si alzi dal suo pisolino e entrerete nel mondo dei sogni di una fantasia araba. La casa vanta tre cortili e molte sale da ricevimento imponenti come nessun’altra sul pianeta. Ci sono colonnati di alabastro e pavimenti di marmo con intarsi di quarzo, fontane ottagonali e porte dorate, stupendi soffitti dipinti e vetrate colorate, piastrelle Iznik turchesi, splendide lampade e affreschi che decorano le pareti.

Gli abbaglianti interni della villa di Beit Nizam© Pascal Meunier

La casa è silenziosa adesso, ad eccezione del cinguettio degli uccelli negli aranci. Da un secolo e mezzo il silenzio pervade la residenza che era il fulcro dell’alta società. Passeggiate nei cortili ed è facile immaginare l’esiliato capo algerino Abd al-Qadir, seduto all’ombra che chiacchiera con Burton o con la loro scandalosa amica Lady Jane Digby. Tuttavia, più tempo trascorrerete in residenze come Beit Nizam, più si sentirete toccati dalla malinconia. Mentre girovagavo stanco per la Città Vecchia, meravigliandomi di queste capsule del tempo distrutte, avevo l’impressione che non importasse a nessun altro oltre me. Era come se fosse finita una moda. I custodi erano indifferenti allo splendore, così come le famiglie di gatti onnipresenti appollaiati sui tetti; e gli abitanti di Damasco erano troppo occupati a lottare con il presente per interessarsi al passato.

Il più struggente sentimento di dolore circondava la casa di Jane Digby. Aristocratica ed esponente dell’alta società inglese, si era esiliata da sola a Damasco all’età di 45 anni. Doveva essere l’unico posto in cui pensava che la sua fama non l’avrebbe raggiunta. In Europa i salotti della società risuonavano di pettegolezzi sulle sue relazioni indecenti. Era stata la sposa giovane di un barone inglese, prima che lui chiedesse il divorzio per le sue numerose relazioni, tra cui una con il suo stesso cugino. Libera dal matrimonio, Lady Jane si addentrò in relazioni selvagge tra cui quella con il re Ludovico I di Bavaria e dopo di lui, con suo figlio, il re Otto di Grecia.

Un abitante del posto soffia del fumo di un profumato narghilè nella Città Vecchia © Pascal Meunier

Alla ricerca della casa

Lady Jane trascorreva metà dell’anno vicino a Palmira in tende di pelo di capra con il suo amante, uno sceicco beduino vent’anni più giovane di lei. L’altra metà dell’anno la passava a Damasco, in una casa poco fuori dalle mura della città antica. Ho sentito dire che l’edificio sia stato riscoperto dalla biografa di Lady Jane, Mary Lovell. Con il tempo che avevo a disposizione, sono andato a cercarla io stesso. Avevo delle indicazioni approssimative, ma mi furono poco d’aiuto fino a quando non mi sono imbattuto in un piccolo negozio dove riparavano motori elettrici. Mohamed, il proprietario, stava pranzando su un tavolo da lavoro cosparso di fili, ventole smembrate e grasso. Quando sono entrato con la mia mappa improvvisata ha insistito perché mi unissi a lui. Nel mondo arabo, un visitatore deve essere accolto con ospitalità, a prescindere dalla circostanza.

Il pranzo fu seguito da un tè e un racconto in dettaglio della giovinezza di Mohamed. Dopo di che mi fece vedere un album di fotografie dei sui parenti e mi servì ancora del tè. Tre ore dopo il mio arrivo, chiesi educatamente se mi potesse mostrare la casa di Lady Jane. Sembrò confuso, poi sorrise. “Seguimi,” disse.

Lasciammo la bottega e andammo dietro l’angolo e poi lungo una stradina non più larga di una persona. Mohamed suonò un campanello in alto sullo stipite della porta. Dopo un po’ di tempo, spuntò fuori la testa velata di una donna anziana che mi fece entrare. Il palazzo di Beit Nizam mi aveva colpito per la sua assoluta grandezza e indulgenza, ma niente mi ha mai toccato come la casa di Lady Jane.

La casa era stata suddivisa tra ben oltre 30 famiglie, ma il famoso salotto ottagonale è rimasto in condizioni quasi perfette. Le pareti sono coperte con l’originale carta artigianale, portata da Londra da Lady Jane stessa. Armadi a muro si trovano in ciascun angolo, con ante intagliate a filigrana. Il soffitto – in parte nascosto da un piano rialzato grezzo – è ottagonale, il medaglione centrale decorato con piccoli specchi. Tre generazioni di una famiglia vivono adesso nelle due camere. Sono seduti tutti insieme su divani in vinile con bouquet di fiori di plastica tutto intorno che guardano Baywatch su una vecchia TV. Prima di andar via, ho fatto una fotografia mentale e mi sono chiesto cosa avrebbe pensato Lady Jane di quella scena.

Mohamed, proprietario di un hammam e amante dei proverbi © Pascal Meunier

Ricca di storia

Ritornando al bazar coperto, i commercianti si stavano preparando per l’ora di punta serale in cui gli abitanti di Damasco fanno una passeggiata prima di cena. Le attività vendevano zafferano, naftalina e mutande, pomice, secchi di plastica e olio d’oliva e sapone. Un negozio era molto più pieno degli altri. La parete in fondo era ricolma di barattoli con curiosi ingredienti – solfuro, camaleonti essiccati e mele di quercia. Appesi a un filo vicino alla luce c’erano diversi gusci di tartarughe, ali d’aquila e code di salamandre. Donne con il velo giravano intorno, dando liste scritte a mano allo speziale che, a sua volta, pesava una manciata di radici, rose damascene, semi di papavero o stelle marine essiccate.

In un vicolo stretto a pochi passi, un vecchio artigiano stava martellando un filo d’acciaio accanto a una fucina. La sua bottega era annerita dalla fuliggine, le mani ruvide come la carta vetrata. Il fabbro si fermò per salutarmi, e mise la lama sotto la luce perché esaminassi il suo lavoro. Damasco un tempo era conosciuta per il suo “acciaio a crogiolo”, una tecnica conosciuta come damascena che lascia una venatura che sembra liquida sul metallo.

Lame di un’incredibile affilatezza venivano create fino al 18esimo secolo quando venne persa questa tecnica.

Lì vicino, nel Souq al-Khayyatin, il mercato dei sarti, mi sono imbattuto in una serie di camere in cui venivano intessute kefie rosse e bianche su grandi telai in ghisa, ciascuno importato dalla Francia oltre un secolo fa.

Le stanze erano a volta, le pareti affrescate accennavano all’uso precedente di questo luogo, un hammam. I filatori di broccato adesso popolano il magnifico bagno turco centrale, il cui soffitto è sormontato da una cupola ottagonale.

Ispirato dalle rovine di questo bagno pubblico, ho deciso di seguire una tradizione araba e visitare un hammam. Fare il bagno è molto popolare nel mondo islamico è ed un modo per gli amici di passare del tempo insieme rilassandosi, oltre a essere un modo per lavarsi. Gli hammam a Damasco sono leggendari, e molti risalgono a oltre 1000 anni fa. È certo che ci fossero hammam nella città dall’epoca romana.

Mi è stato consigliato l’hammam al-Selsela, vicino alla Moschea degli Omayyadi. Il proprietario, un altro Mohamed, era adagiato su una sedia vicino alla porta d’ingresso che guardava una soap opera egiziana su una tv portatile. “Un uomo pulito ha il cuore puro”, ha sussurrato mentre sono entrato, citando uno dei proverbi siriani preferiti. La sua famiglia ha gestito questo bagno pubblico per generazioni, ha detto, e conosceva la maggior parte dei clienti per nome. Molti di loro si stavano rilassando nel salone centrale, chiacchierando, fumando narghilè e bevendo tè dolce.

Anche in un hammam è esposto il ritratto del presidente Bashar al-Assad © Pascal Meunier

Avvolto in un asciugamano, li ho oltrepassati per andare nel rovente bagno turco. Dopo essere stato scaldato e strofinato fino all’osso con una pietra pomice sono riscappato fuori, pulito come non mai. Mohamed mi ha concesso un altro proverbio con un sorriso mentre prendeva i miei soldi: “I piedi puliti non lasciano impronte”. Poi mi ha indicato il Café Nawfara dall’altro lato della Moschea degli Omayyadi. Mi ha detto che se avessi ascoltato il cantastorie lì, sarei stato l’uomo più felice sulla Terra. Era una proposta troppo bella per poter rifiutare.

Raccontare le storie

Il Nawfara è un’istituzione a Damasco e un luogo perfetto per osservare la gente. Avrete l’impressione che lì le vostre vite intere vengano risucchiate. Dentro, un cameriere si affretta a rifornire i narghilè di carboni ardenti e i bicchieri con caffè turco. Nel mezzo della stanza, appoggiato contro il muro c’era una specie di trono rialzato. Abbarbicato su di esso, c’era un uomo dai capelli grigi, e adagiato sulle sue gambe un libro compilato a mano. Parlava in maniera animata, una spada alzata in una mano e una sigaretta nell’altra. Ma molte poche persone prestavano alcun tipo di attenzione. La ragione della mancanza d’interesse era un maxischermo sulla parete adiacente. Il Chelsea stava giocando contro l’Arsenal. Quasi tutte le persone nella stanza erano incollate a guardare la partita.

Nel corso della storia, Damasco è stata famosa per i suoi hakawatis, cantastorie, una tradizione che fu celebrata fino a circa un decennio fa. Ma gli onnipresenti canali satellitari e i televisori a schermo piatto hanno ucciso l’arte della conversazione, così come le storie raccontate sin dall’antichità dai cantastorie.

La storia epica narrata e rinarrata dal cantastorie di Nawfara era quella di Antar, l’eroe illustre dall’Arabia, famoso per il suo coraggio e senso dell’onore, oltre al suo amore duraturo verso la cugina, la bella Abla. Questa storia epica, tradizionalmente raccontata in forma poetica, è una tra le favorite, raccontate in tutto il mondo islamico, dal Marocco alla natura selvaggia dell’Afghanistan ed è nota a quasi tutti.

La televisione sta uccidendo l’arte dei cantastorie, Rachid Abu Shadi, l’unico, sopravvive per raccontare le antiche storie d’Arabia © Pascal Meunier

Rachid Abu Shadi finì la storia e scivolò giù dal suo trono. La stanza venne riempita di applausi, ma non erano per lui, l’Arsenal aveva appena segnato. Invitai Abu Shadi ad unirsi a me per una tazza di caffè denso come petrolio grezzo.

“Quand’ero giovane,” disse” mio padre mi portava qui e ascoltavamo per ore senza fine le storie di Antar e Abla. Vedi, da Nawfara c’è una tradizione: vengono raccontate solo le storie di Antar, il più famoso degli eroi arabi”.

Chiesi di Alf Layla wa Layla e Le mille e una notte. “Venivano raccontate da altre parti,” disse,” Vedi, ogni caffè ha il suo repertorio, ma tutto questo ormai è andato perduto. Io sono l’ultimo dei cantori.”

Il cantastorie si accese una sigaretta e asciugò gli occhi. “Un giorno la televisione si romperà,” disse con tono cupo, “e allora si ricorderanno di me, non per le storie, ma per il silenzio che ci sarà senza di me, senza quel vile marchingegno sul muri.”

Le rovine romane di Palmira nel 2009 © Pascal Meunier

Tra le rovine

Il giorno dopo mi svegliai pensando a Lady Jane. Avevo sognato il suo salotto ottagonale e volevo vedere Palmira con i miei occhi, dove viveva per metà anno insieme al suo amato sceicco.  Palmira, che giace a 120 miglia a nord est di Damasco, un tempo vantava una grande comunità, in bilico tra le vie carovaniere tra la Persia e il Mediterraneo. Viaggiando lì negli anni ’30 su un cammello, mio nonno afghano rimase stupito dalle rovine classiche. Scrisse, “Posando lo sguardo sulle remote oasi ci si ricorda che, per quanto un impero si immagina di essere grandioso, è fragile come un giocattolo per bambini.”

La portata delle rovine di Palmira è davvero mozzafiato. Giacciono come un antico backlot cinematografico, distrutto e desolato come alla fine del mondo. Ma è il silenzio che fa l’impressione più forte. Quello e i rari colpi di vento che sferzano attraverso le pianure, come se la brezza cantasse un avvertimento che le civiltà cadono e si sgretolano tanto quanto nascono e prosperano.

Nota dell\'autore: nel 2017 l’agenzia di stampa statale siriana ha riportato che i militanti dello stato Islamico hanno distrutto il tetrapilo di Palmira, rappresentato qui sopra, oltre ad altre rovine romane.

Ancora conosciuta agli arabi con il suo nome pre-semita, “Tadmor”, Palmira fu un luogo di strabiliante decadenza, potere e ricchezza. Ci sono vaste strade colonnate, templi e teatri, archi cerimoniali e tombe elaborate, piene di stupendi busti funebri.

È stato realizzato tutto con sontuose pietre giallo miele, costruite con la sicurezza di chi voleva sfidare chiunque credesse che una metropoli così non potesse esistere nel deserto. Ma poi, chiaramente, il paesaggio è cambiato drasticamente nei 40 secoli o più dalla sua fondazione. Il nome Palmira, che significa citta delle palme, fa riferimento alla fertilità dell’oasi che un tempo esisteva lì.

Non così certe sono le origini di questo ormai desolato avamposto commerciale e culturale dell’antichità. Il suo nome appare su tavole di pietra che risalgono al XIX sec a.C e apparentemente è uno dei posti menzionati del primo Libro dei Re della Bibbia come “Tamor”, la città fondata da Salomone. Più chiara è la gioia dell’Impero Romano nel conquistare l’oasi che era considerata quasi senza eguali. Quando Adriano la visitò nel 129 d.C. la rinominò Palmyra Hadriana e la dichiarò città libera.

Stando seduto tra le rovine nella luce calante del crepuscolo, ho trovato l’immagine di Lady Jane irresistibile. La potevo vedere molto chiaramente nei suoi abiti per il deserto, che passeggiava tra le lunghe ombre gettate dai colonnati torreggianti. Come me, sono sicuro che era stata colpita dal romanticismo di tutto questo, e dalla disperata bellezza che è così seducente da rendere impossibile un’accurata descrizione. Visitando Palmira, ho capito Damasco un po’ di più, ricordandomi che il cerchio della vita non si ferma per nessuno.

Ritornando nella capitale ho fatto di nuovo visita a Salim, il figlio di Suleiman. Come la prima volta, stava dormendo, il gattino tigrato acciambellato sul petto. In sottofondo c’era il rombo di un generatore, il suono che si mescolava con la chiamata alla preghiera del muezzin. Quando Salim si svegliò e il tè era stato preparato e servito, tirai fuori l’argomento dell’ascia cerimoniale. Il negoziante sorrise.

“Te la sei meritata,” disse.

“Cosa intendi?”

“Un oggetto così speciale non è per il primo giorno,” disse.” Il fatto che sei tornato significa che l’ascia era nei tuoi sogni”.

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