Trieste – Instanbul sull Orient Express

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La strada dell’Orient Express si fa d’inverno. È questa la stagione giusta. Venti crudi dell’Est, piccole stazioni deserte, confini gremiti di polizia, fiumi gelati, trafficanti, bufere su montagne mai sentire nominare, passeggeri affascinanti o poco raccomandabili. Posto da film d’avventura o assassinii sul treno, come certifica Agatha Christie nel giallo ambientato sull’Istanbul-Parigi, il Simplon Orient Express fermato dalla neve con i suoi passeggeri di lusso in mezzo ai Balcani.

La strada dell’Orient Express si fa d’inverno. È questa la stagione giusta. Venti crudi dell’Est, piccole stazioni deserte, confini gremiti di polizia, fiumi gelati, trafficanti, bufere su montagne mai sentire nominare, passeggeri affascinanti o poco raccomandabili. Posto da film d’avventura o assassinii sul treno, come certifica Agatha Christie nel giallo ambientato sull’Istanbul-Parigi, il Simplon Orient Express fermato dalla neve con i suoi passeggeri di lusso in mezzo ai Balcani.

Il problema è che oggi quel treno non esiste più, abbiamo solo miserabili contraffazioni su rotte addomesticate, e allora per tornare su quella strada ferrata non c’è che l’avventura. Devi costruirti il viaggio affrontando qualche disagio e collegando treni diversi. E questo è vero soprattutto se parti da Trieste, che era passaggio obbligato e oggi è tagliata fuori da tutte le rotte internazionali grazie alle "premure" delle Ferrovie italiane. Da Trieste ai tempi della Cortina di ferro andavi a Parigi via Sempione, a Vienna attraverso il mitico passo del Semmering, e poi a Budapest e a Belgrado via Lubiana. Oggi non c’è più nessun collegamento diretto. Ricordo di aver incontrato una coppia di belgi che non riuscivano a credere che da Trieste a Lubiana, distanti 70 chilometri in linea d’aria, non ci fosse niente di diretto. Solo autobus. Eppure il più gettonato dei tre Orient Express – dopo quello classico via Vienna per Istanbul e quello via Budapest per Atene – era appunto il Simplon, quello che transitava per Trieste sulla direttrice Belgrado-Istanbul. Abolito cinquant’anni fa e sostituito da una linea più lenta rimasta in funzione fino al maggio del ’77.
 
Per chi ha sete di paesaggi e incontri fuori dall’ordinario, rifare quella strada oggi – e per giunta d’inverno – è più complicato ma anche più interessante di mezzo secolo fa. Trieste-Istanbul in treno equivale a una piccola sfida, ma il difficile è tutto all’inizio: raggiungere la Slovenia. Oggi gli orari propongono peripli inverosimili per arrivare alla capitale slovena, snodo della diagonale per Belgrado e Sofia. Uno è via Udine-Villaco-Jesenice con tre cambi e cinque ore di viaggio, e un altro con cambio a notte fonda a Monfalcone e coincidenze impossibili. Ma il trucco esiste. Salire sul tram a cremagliera che parte ogni venti minuti a duecento metri dalla stazione e raggiungere l’altopiano, in località Opicina. Lì il confine è vicinissimo, tre chilometri appena, e poco oltre c’è la stazione di Sezana, dove alle 17.32 parte il treno utile a prendere a Lubiana la coincidenza migliore per Zagabria-Belgrado. Una scorciatoia che, anche se fatta a piedi, consente di fare più in fretta rispetto agli orari Fs.

Già arrivare a Lubiana è una meraviglia. Si passa lo spartiacque danubiano, la linea delle montagne si allunga nelle prime ombre della notte, spuntano i campanili a cipolla e la neve già turbina a pochi chilometri dal mare. A Lubiana altri odori e altri sapori, latte acido, cipolla, succo di mela, aria alpina e la sensazione che Vienna sia dietro l’angolo. Si parte alle 21.15, nel buio pesto della valle della Sava, una gola mineraria con poche luci accese fino al confine croato. Dopo Zagabria (23.55) la pianura si spalanca, la Sava fuma in lunghi meandri, e il treno va a Est sfiorando il confine della Bosnia. Nomi di luoghi appena usciti dalla guerra: Kutina, Novska, Slavonski Brod, Tovarnik, poi il confine della Serbia a Sid, e quattro ore dopo il ponte sulla Sava spazzato dalla neve, ecco il Danubio e le luci di Belgrado – la città bianca – con il loro alone fosforico, l’odore delle caldaie a carbone e l’alba grigia che arriva dai monti della Romania.

Si riparte poco prima delle otto per cenare a Sofia, e la neve turbina in un cielo compattamente grigio, diversissimo dal nostro. Fa un freddo umido di pianura come quello di una volta sul Po. Mladenovac, Palanka, Cuprija, la città di Nis con il monumento costruito attorno a una torre di teschi eretta dal Turco dopo una repressione. Ora l’Oriente è nell’aria, il treno ansima verso le montagne che stanno al centro dei Balcani, entra in Bulgaria a Dimitrovgrad, poi sosta su una stazione dal nome che vale il titolo di un libro: Dragoman. A Sofia, poco dopo, hai un’ora e mezza per farti delle sarme (riso nella foglia di vite o di cavolo) e una birra o magari un distillato di prugne. Il bello del treno è che puoi bere quanto vuoi. E i Balcani senza un po’ d’alcol non sono la stessa cosa. Ora è la seconda notte di viaggio, la radio trasmette canti popolari, il treno si avvita su se stesso per passare i Rodopi, monti che sono una pallida ombra delle Alpi, ma dove gli inverni sono inverni e la neve – come nel thrilling della Christie – può anche bloccare un treno.
 
Poi giù a rotta di collo verso la Turchia, in un posto tenebroso di nome Kapkule, dove alle tre del mattino ti tocca fare la fila davanti alla polizia turca per mostrare i passaporti. Dopo Edirne, stupenda città che tanti trascurano a torto per Istanbul, il treno va in cerca dell’alba come un transatlantico sull’onda lunga dell’oceano. Poi è Istanbul, stazione dell’Ovest, chiamata Sirkeci, costruita in stile orientale non per i turchi ma per le romantiche donne inglesi che viaggiavano sull’Orient Express. Vi auguro, lì, di arrivare con la neve. Troverete un fiordo al posto del Bosforo, con l’unica differenza che sentirete cinque volte al giorno il canto dei muezzin. Sono le 7.50 del mattino. Avete viaggiato senza sosta per due giorni e mezzo, ma ne è valsa la pena.

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