Torino – Il Salone del Gusto

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Cinquecento euro l’ora. Tanto può rendere – e vendendo mortadelle mignon, mica tartufi – uno stand del Salone del Gusto. Mai assaltato come in questa edizione, sacrificata sulla carta (meno fondi e sponsor con il portafogli tirato), ma esplosiva al botteghino. Ieri i vertici di Slow Food osservavano compiaciuti la ressa del venerdì pomeriggio: «Se oggi è così, figuriamoci nel weekend, prepariamoci a sfondare quota 200 mila».

Cifre alla mano, più che di un auspicio si tratta di un (fondato) exit-poll: nei primi due giorni sono arrivati al Lingotto 65 mila visitatori, contro i 60 mila del 2008, e le vendite on line dei biglietti e degli eventi sono addirittura decuplicati.

Cinquecento euro l’ora. Tanto può rendere – e vendendo mortadelle mignon, mica tartufi – uno stand del Salone del Gusto. Mai assaltato come in questa edizione, sacrificata sulla carta (meno fondi e sponsor con il portafogli tirato), ma esplosiva al botteghino. Ieri i vertici di Slow Food osservavano compiaciuti la ressa del venerdì pomeriggio: «Se oggi è così, figuriamoci nel weekend, prepariamoci a sfondare quota 200 mila».

Cifre alla mano, più che di un auspicio si tratta di un (fondato) exit-poll: nei primi due giorni sono arrivati al Lingotto 65 mila visitatori, contro i 60 mila del 2008, e le vendite on line dei biglietti e degli eventi sono addirittura decuplicati.

Sarà merito dell’internetizzazione di massa o di un Salone che, in tempi di crisi, paradossalmente, tira di più? Secondo chi si intende di economia – e i giornalisti economici ieri al Lingotto superavano quasi quelli specializzati in enogastronomia – è un mix delle due ragioni: quando ci sono pochi soldi uno rinuncia all’automobile nuova, ma in compenso si coccola con lussi più modesti come il sale rosa dell’Himalaya o il pomodorino del Vesuvio. Costa molto meno, ma fa «cocooning», insomma scalda, coccola. E così ai botteghini di via Nizza hanno cominciato a mettere lo champagne in frigo. A raccontare il successo senza precedenti di questa edizione anche il numero di amici collezionato dalla pagina Facebook del Salone: 5000 amici in una settimana, 1000 in attesa di una risposta.

E gli espositori? Quelli che sono riusciti ad ottenere un posto (910) – quest’anno i corridoi sono molto più ampi, per evitare l’effetto imbuto nei grandi padiglioni e quindi lo spazio diventa ancora più ambito – hanno pagato la postazione, 1950 euro se offrivano la propria collaborazione agli eventi Slow Food, 2500 se decidevano di divorziare dalla chiocciolina. Riassumendo il giro d’affari generale del Salone quest’anno toccherà i 9 milioni, mentre i soldi pubblici arrivati al Salone sono circa un milione e 280 mila euro. Contributi molto ridotti rispetto all’anno scorso, che hanno portato gli organizzatori ad unire nelle scelte principi di risparmio ed ecologia.

I sapori del mondo esposti al Lingotto infatti, quest’anno, per fare solo un esempio, poggiano su listelli di legno povero, i «Greenpallet»: a fine evento invece che finire in discarica vengono utilizzati per altre fiere o riciclati. Un modo per fare di necessità virtù, ma anche di mettere in pratica il motto petriniano del «buono, giusto e pulito». Del resto con i fondi pubblici calati del 20 per cento e l’ambizione di sfondare ogni record anche in tempi di crisi bisognava farsi venire qualche eco-idea. Oppure, come tagliavano corto ieri allo stand dell’Emilia Romagna, gente che in fatto di gusto la sa lunga, più semplicemente «la vita è troppo breve per mangiare male».

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