Sora Lella apre a New York

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Dall’isola Tiberina all’isola di Manhattan. La Sora Lella sbarca a New York al compimento dei primi 50 anni di vita dello storico ristorante capitolino. Sfidando la crisi e la concorrenza multietnica, gli eredi di Elena Fabrizi-Trabalza, sorella dell’indimenticabile Aldo, scommettono sulla cucina romana e sulla gestione familiare per conquistare gli americani.

Dall’isola Tiberina all’isola di Manhattan. La Sora Lella sbarca a New York al compimento dei primi 50 anni di vita dello storico ristorante capitolino. Sfidando la crisi e la concorrenza multietnica, gli eredi di Elena Fabrizi-Trabalza, sorella dell’indimenticabile Aldo, scommettono sulla cucina romana e sulla gestione familiare per conquistare gli americani.

Sora Lella apre i battenti a Spring Street, tra Soho e Tribeca, a due passi dall’Hudson River, «perché – spiegano – la vicinanza al fiume è prerogativa irrinunciabile della famiglia». All’arrivo ci accoglie un «Benvenuti a casa», da parte di Aldo, il figlio di Sora Lella che porta il nome dello zio, anche se per la famiglia e gli amici è Amleto, in ricordo del fratello del padre. L’avventura è nata da un suo sogno giovanile, trasmesso alle nuove generazioni. «Hanno tramato alle mie spalle – dice dei figli – e un giorno mi hanno detto che sarebbero andati a New York».

«Annamo bene», avrebbe risposto la Sora Lella. Due anni di ricerche e non pochi sacrifici ci sono voluti per trovare il posto giusto. A gestire il ristorante sono Mauro e Simone Trabalza, due dei quattro figli di Amleto, assieme a Fabio Maltese, socio con una solida militanza tra i tavoli dell’isola Tiberina. Sulle colonne portanti campeggiano due foto: una ritrae Aldo Fabrizi in costume teatrale e l’altra immortala il sorriso della Sora Lella. «Sembra di vederla ancora lì, dietro la cassa», dice Simone, ricordando quando andava a trovare la nonna a «bottega».

In sala ci sono Simone e Fabio e i loro racconti. Zio Aldo, che affonda il dito nella frittata per vedere se c’è troppo olio, o la Sora Lella, che liquida l’allora proprietario del «Tempo», Gaetano Angiolillo, con un «vaffa» per un pollo «crudo all’interno», salvo ricevere un anno dopo il premio «Posate d’oro».

Fonte: www.lastampa.it

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