Sinfonia viennese

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Un filo blu unisce le anime inquiete di Vienna. Colora l’insegna fluorescente sul portone in vetro e mattoni del museo di Arti Applicate. S’infrange negli specchietti psichedelici del Flex, la discoteca dei giovani artisti sul Donaukanal. Illumina con un fascio conico i ghirigori neogotici del palazzo comunale. S’insinua nei quadri di pongo dei Gelatin. E puntella la vetrina della libreria nel Museums Quartier.

Un filo blu unisce le anime inquiete di Vienna. Colora l’insegna fluorescente sul portone in vetro e mattoni del museo di Arti Applicate. S’infrange negli specchietti psichedelici del Flex, la discoteca dei giovani artisti sul Donaukanal. Illumina con un fascio conico i ghirigori neogotici del palazzo comunale. S’insinua nei quadri di pongo dei Gelatin. E puntella la vetrina della libreria nel Museums Quartier.

È il colore simbolo della rinascita culturale della città asburgica. Non lo cerchi e lo trovi sempre, guida discreta della Vienna del nuovo millennio, dove la tradizione imperiale è costretta, suo malgrado, a fare spazio a una ventata di disordine e giovinezza.

Le stanze della principessa Sissi, i giardini reali e il caffè Central, tra le cui colonne il pianista in guanti bianchi suona l’intramontabile valzer, non sono più l’unico volto imperturbabile della Vecchia Signora. La minuscola Galerie Andreas Huber, le mostre al Kunsthalle e un drink al Mak il martedì sera attraggono ugualmente intellettuali e mamme con pargoli. Durante la stagione calda il piazzale del Quartiere dei Musei, uno spazio moderno sede di tre grandi musei, il Kunsthalle, il Mumok e il Leopoldo, appena camuffato dalle mura delle antiche stalle imperiali, si popola di sdraie in plastica rosa shocking dove la gente chiacchiera, legge un libro o prende il sole, magari dopo la visita alla mostra del cinquantenne Erwin Wurm o uno spettacolo per bambini al museo dei piccoli.

"Cerchiamo di convincere la gente che una città è un organismo vivente e non un museo a cielo aperto", racconta Mailath-Pokorny, il consigliere comunale per la Cultura e la Scienza. I 206 milioni di euro di budget da investire in cultura sono un primato invidiabile per il resto d’Europa. Ma fino a oggi la città austriaca li ha principalmente spesi in teatri e opere musicali, reiterando lo stereotipo di ‘città da palcoscenico’. L’architettura moderna e, soprattutto, le belle arti, dopo l’exploit dell’inizio del secolo scorso con Gustav Klimt e Egon Schiele, sono per lo più rimaste nel retrobottega dell’interesse generale, quando non apertamente osteggiate, come negli anni Sessanta.

Con il crollo del muro di Berlino, l’apertura ai mercati dell’Est e la voglia di tornare a ricoprire il ruolo di trait d’union tra Oriente e Occidente d’Europa, la città ha cominciato ad aprirsi alle mode e alle novità artistiche, che ne stanno ravvivando spirito e look.

"Vienna è drammaticamente cambiata negli ultimi 25 anni", racconta Edek Bartz, direttore del Vienna Fair, la fiera d’arte dell’Europa dell’Est che da tre anni si tiene a Vienna ogni primavera, "anche se gli artisti stranieri vogliono sempre vedere la vecchia Vienna".

Adesso la città, già celebre per la proliferazione di musei, ospita oltre 60 gallerie d’arte e dieci sale per mostre d’arte contemporanea: un numero impressionante per una tra le più piccole capitali d’Europa (l’intera popolazione austriaca non starebbe troppo stretta nella città di New York). I suoi musei hanno smesso di contare soltanto sui seppure generosi sussidi pubblici e sui fedeli visitatori stranieri per inserirsi nel circuito internazionale dell’arte, fatto di eventi itineranti intorno al globo, eleganti cene di fund raising, competizioni serrate per accaparrarsi le mostre più richieste e nuovi edifici ampi e funzionali per ospitare le installazioni, vera novità dell’arte del XXI secolo. L’ascesa internazionale di artisti come Franz West e Arnulf Rainer è stata aiutata dal periodo di profondo rinnovamento architettonico degli anni ’90, quando il palazzo Albertina, le vecchie stanze imperiali per gli ospiti bombardate durante la guerra, si sono rifatte l’immagine insieme al museo di Arti Applicate, adesso più simile a un museo di arte contemporanea, e alla cupola dorata della Secessione, luogo storico dell’arte viennese del Novecento. Forse, però, l’elemento più sconvolgente del centro cittadino è proprio il Quartiere dei Musei, inaugurato, a pochi passi dal palazzo imperiale, nel 2001, dopo un investimento di 150 milioni di euro e simbolo della Vienna dei nostri giorni. "La sua apertura ha aiutato la crescita di piccole gallerie ai confini del centro storico", dove gli affitti sono più bassi e l’atmosfera meno formale, spiega il gallerista Andreas Huber. Ora la zona di Eschenbachgasse assomiglia un po’ alla Chelsea londinese di qualche anno fa. E, poco più a sud, accanto al celebre Naschmarkt, lungo la Sheifmulgasse, un tempo periferia trasandata, tra facciate dipinte di verde all’insegna del nuovo trend ecologico e appartamenti appena ristrutturati, hanno aperto gallerie d’arte contemporanea e caffé dai lineamenti antichi e dall’atmosfera bohémienne, come lo Sperl, uno dei preferiti tra gli artisti più giovani.

I tradizionali caffè viennesi dalla cotoletta croccante e la panna montata sull’espresso allungato, sono sempre il posto di ritrovo per viennesi di ogni età. Anzi, grazie al wireless, stanno vivendo una seconda giovinezza tra laptop, palmari e insalate mediterranee. "La mia generazione ha passato la vita nei caffè e la nuova fa altrettanto", racconta Bartz: "A Vienna i posti più in voga non sono molto fancy".

Il Kunsthalle Project SpaceTra le persone più chic della città c’è Francesca von Habsburg, figlia del leggendario collezionista barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza che, da quando ha deciso di dedicarsi a tempo pieno all’organizzazione di mostre ed eventi con la sua fondazione T-BA21, ha scombussolato la scena culturale della capitale, prediligendo le installazioni e i giovani artisti sconosciuti. "Mi rendo conto che sia più difficile per un museo giustificare un investimento nell’arte underground", spiega, "ma è anche vero che molte istituzioni non vogliono correre nessun rischio e finiscono per non proporre nulla di nuovo". Ricca, determinata e influente tanto da meritare la definizione di ‘Peggy Guggenheim del XXI secolo’ da parte del ‘New York Times’, von Habsburg è alla ricerca del "prossimo grande artista austriaco". E quando non trova a Vienna abbastanza spazio e pubblico per le sue proposte, si sposta a Berlino e a Miami, dove promuove soprattutto rappresentazioni artistiche.

"La domanda che la città dovrebbe cominciarsi a porre è: ‘Cos’è un museo oggi? e domani?’", si chiede Peter Noever, il direttore artistico del Mak, notoriamente critico della lentezza con cui Vienna si sta aprendo all’arte contemporanea: "Hanno trasformato l’Albertina in un centro well ness". E poi aggiunge: "Le gallerie si stanno sostituendo ai musei. Fanno quello che possono, ma non dimentichiamoci che il loro ruolo è commerciale". Vero. Ma il crescente entusiasmo dei viennesi per l’inaugurazione di nuove mostre nelle piccole gallerie sparse per la città ha quantomeno democratizzato l’arte, tirandola fuori dai palazzi blasonati e dalle gallerie con usciere, per trasformarla nell’elemento nuovo delle conversazioni e delle feste dei viennesi curiosi e degli stranieri modaioli. E sta offrendo a giovani artisti alternativi come Helen Stocker e a ritrattisti più anziani come Wolfgang Pavlik non solo l’opportunità di essere conosciuti da musei e collezionisti internazionali ma, soprattutto, la rara chance di fare della pittura, nell’epoca della digitalizzazione della vita, addirittura la propria carriera. "La grande sfida di Vienna adesso è consolidare questa straordinaria crescita di gallerie e musei", conclude Sabine Breitwieser, la storica curatrice della Fondazione Generali.

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