Shopping a Miami

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Frugando con professionale consapevolezza tra i vestiti ripiegati e i libri ammucchiati nel fondo, l’altroieri, sul bancone degli arrivi, il poliziotto si è lasciato andare a un sorriso. «For sure, una valigia vera». Hayne – il nome l’aveva nella targhetta cucita sulla tasca destra dell’uniforme – lavora al posto di frontiera dell’aeroporto, e mai come in questi giorni, «ma proprio mai», gli è accaduto di trovarsi a frugare dentro valigie vuote o semivuote, o persino valigie piccole (e vuote) chiuse dentro altre valigie più grandi. E’ l’America, bellezza, «lamerica» dell’euro forte.

Frugando con professionale consapevolezza tra i vestiti ripiegati e i libri ammucchiati nel fondo, l’altroieri, sul bancone degli arrivi, il poliziotto si è lasciato andare a un sorriso. «For sure, una valigia vera». Hayne – il nome l’aveva nella targhetta cucita sulla tasca destra dell’uniforme – lavora al posto di frontiera dell’aeroporto, e mai come in questi giorni, «ma proprio mai», gli è accaduto di trovarsi a frugare dentro valigie vuote o semivuote, o persino valigie piccole (e vuote) chiuse dentro altre valigie più grandi. E’ l’America, bellezza, «lamerica» dell’euro forte.

Lungo Ocean Drive
Sbarchiamo ormai in massa, da quest’altra parte dell’Oceano, noi del vecchio continente, ma non più come poveri migranti in cerca di fortuna, con le valigie di cartone affollate di rimpianti e di speranze. Ora gli «americani» siamo noi, siamo noi che abbiamo la moneta forte e possiamo spendere a mani aperte guardando dall’alto del nostro valore di cambio il povero dollaro in miseria. Il «New York Times» scrive in prima pagina: «Molti Paesi stanno dando via dalle loro riserve nazionali migliaia di miliardi di dollari e le vanno sostituendo con l’euro». Sono le parole della macroeconomia, poi nel piccolo delle nostre tasche tutto questo sbalestramento di valuta significa soltanto che comprare negli Stati Uniti ci conviene.

Anzi è quasi una pacchia, se pensiamo ai tempi di quando venire quaggiù era una tristezza amara, che ogni cent che spendevi erano centinaia di povere lirette e sempre dovevi fare i conti se davvero te lo potevi permettere. Carlo Bergamini, con altri cinque suoi amici di Brescia, sta strollando giù per Ocean Drive, che è la Via Veneto di Miami Beach; ridono allegri, le loro ragazze si fanno scattare dal telefonino la foto che le ritrae davanti al cancello della villa dove è stato ammazzato Versace. «E’ per fare invidia a quelli che non sono voluti venire con noi», dice Giulia, bionda, una maglietta appena appena per il sole di Miami. «Ma ora andiamo dall’Emporio Armani, e poi da Gap. Vogliamo riempirci le valigie». Giulia in Italia per il jeans Levi’s 501 deve spendere 120 euro, qui le bastano 58 dollari, «Sono 30 euro o poco più. Ditemi voi se non è una figata!».

Giulia, Carlo, i loro amici, sono commessi in un supermarket, una segretaria di uno studio commerciale, un operaio metalmeccanico. «Da Bergamo abbiamo trovato un volo a 230 euro, andata e ritorno. E’ la spesa più grossa, il resto lo dividiamo tra di noi in un piccolo appartamento preso in affitto per due settimane. In dollari, naturalmente». Loro lo sanno bene, che con i loro stipendi, un viaggio di 15 giorni in America se lo potevano sognare soltanto nei film di De Sica e Boldi. «Abbiamo visto Miami al cinema, e ora ci stiamo anche noi».

I Mall commerciali, gli immensi santuari di consumo dove gli americani praticano la loro religione esistenziale, a Falls, a Saw-Grass Mills, risuonano di altre lingue, che non l’inglese. E quando senti parlare spagnolo, non è quello dei latinos, la s sibilante suona proprio di Spagna. «Veniamo da Bilbao, faremo qui la Navidad», spiega Iñaki Cortes, che trascina un trolley pieno di acquisti con moglie e prole, tutti armati di sacrosanto trolley nuovo di zecca.

Sconti sugli Hammer
Sono le vacanze di noi poveri diventati ricchi per qualche giorno. Ma poi c’è l’altro, quello che si vede poco, l’acchiappo scaltro di chi va ben al di là dei 15 giorni strappati in dollari. Una Hammer – vettura di gran moda – qui la vendono a 25mila dollari, mentre in Europa costa 35mila euro. Gli italiani, i tedeschi, i francesi, arrivano qui con il portafoglio pieno di dollari «poveri» e si portano via l’auto. Spiega Stefano Santoro, un giovane broker italo-americano che ora si sta dedicando al commercio delle automobili: «Anche se poi ci aggiungi il dazio, l’Iva e la mia commissione, che è comunque molto bassa, arrivi a pagare, in tutto, quando l’auto è sotto la porta di casa tua, l’equivalente di 25mila euro. Che significa che ci hai fatto un bel risparmio sul prezzo europeo».

E ci sono poi i milioni di euro che vengono qui ad arraffare occasioni e opportunità che nemmeno il paese di Bengodi. Dice Coppola de Dominicis, italo-venezuelano boss della immobiliare Redilco International: «Col dollaro debole, e con la crisi drammatica dei mutui, qui si vendono appartamenti e case a prezzi davvero stracciati. Le banche quasi te li tirano dietro, pur di poter aggiustare i crediti insolvibili». Nella sola contea di Miami, la crisi dei mutui e lo sgonfiamento della bolla speculativa hanno messo sul mercato più di 20mila appartamenti. A Palm Bay, uno dei condomini più attraenti, splendida vista su Miami Beach, parco, piscina, e fitness, ci sono in vendita 30 appartamenti di due bed-rooms; l’anno scorso valevano ancora 500mila dollari, ora li offrono a 330-350mila dollari, che sono poco più di 200mila euro.

L’America osserva, incerta, preoccupata. Se non fosse stata per l’Arabia Saudita già il Venezuela avrebbe ottenuto dall’Opec di non far più pagare in dollari il petrolio. Il Kuwait ha sganciato il suo dinaro dalla moneta di Washington, l’Iraq ci sta ragionando su, il Qatar e gli altri sceiccati cominciano a fare calcoli nuovi, la Russia propone l’euro-rublo come moneta di riferimento. E la Cina, che è la più grande creditrice del debito americano, con più di 200 miliardi di dollari di bond Usa nei suoi forzieri statali, ha minacciato un mese fa di voler spostare su altre monete i propri investimenti. Subito dopo, ha smentito; ma l’America e la Fed Bank ancora non si sono asciugate dalla fronte il sudore freddo di quelle parole.

Fonte: www.lastampa.it

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