Sessanta metri al buio

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C’è chi ha paura e appena il buio si fa totale, preferisce tornare indietro; chi si aggrappa alla prima ombra brancolante che incontra procedendo come la catena dei ciechi del quadro di Pieter Bruegel; chi si volta verso l’ingresso a calice alto otto metri e esclama che il tunnel di luce, che ricorda quello dipinto da Hieronymus Bosch nella Visione del Paradiso, sia bellissimo.

C’è chi ha paura e appena il buio si fa totale, preferisce tornare indietro; chi si aggrappa alla prima ombra brancolante che incontra procedendo come la catena dei ciechi del quadro di Pieter Bruegel; chi si volta verso l’ingresso a calice alto otto metri e esclama che il tunnel di luce, che ricorda quello dipinto da Hieronymus Bosch nella Visione del Paradiso, sia bellissimo.

Tutti provano un senso di sollievo arrivando all’uscita di Dirty Corner, la scultura d’acciaio percorribile per i suoi 60 metri di lunghezza e 3 di diametro, collocata da oggi nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore. L’autore è l’indiano Anish Kapoor, nato a Bombay nel 1954, trasferitosi a Londra dal 1973, artista amato dall’establishment (molto spettacolare e per nulla scomodo), pluripremiato e ben inserito anche in Italia dove lo rappresentano due delle maggiori gallerie (quella bresciana di Massimo Minini e la Continua di San Giminiano). A Milano era già stato invitato nel 1996 dalla Fondazione Prada e prima, nel 1993, avrebbe dovuto tenere una mostra al Pac, annullata a causa dell’attentato mafioso che distrusse l’edificio di via Palestro.

Questa volta, dopo due anni di corteggiamento da parte del Comune e la produzione affidata a Madeinart, la mostra è andata in porto, in due sedi: alla Besana una retrospettiva di sette opere (soprattutto superfici specchianti, presentate per la prima volta da Prada) e l’opera monumentale alla Fabbrica del Vapore simile, nell’idea della scultura da percorrere, a quella installata in questi giorni a Parigi al Grand Palais.

Tutti lavori che stanno a metà tra un’esperienza quasi mistica, spirituale, e una sensoriale: da una parte il visitatore sperimenta lo spessore del vuoto e interroga il mistero della propria immagine deformata da uno specchio concavo o convesso. Dall’altra è impegnato a stabilire una relazione del suo corpo con lo spazio, con dimensioni a volte inafferrabili, a volte decifrabili con l’intelletto. Per semplificare la lettura, c’è insieme un po’ di Oriente e di Occidente; la concretezza dell’acciaio, l’immaterialità del buio. L’immaginazione e i sensi.

È l’artista a offrire questa chiave: «Impossibile dire che cosa ci sia di indiano o di inglese nel mio lavoro: penso solo a fare del mio meglio come artista». Tanto è vero che Kapoor si muove perfettamente anche nella storia dell’arte e dell’architettura italiane. A Milano, in questi giorni, ha compiuto un tour de force artistico dal Cenacolo agli affreschi cinquecenteschi di San Maurizio, dal Bramante di santa Maria presso San Satiro al Bramantino della cappella Trivulzio in San Nazaro. Un indiano, oltre che british, molto italiano.

La mostra di Anish Kapoor è allestita in due sedi: nella «Cattedrale» della Fabbrica del Vapore, in via Procaccini 4 (fino all’8 gennaio), si può camminare dentro la scultura monumentale «Dirty Corner», in acciaio, lunga 60 metri. Durante l’intero periodo della mostra verrà progressivamente ricoperta da una montagna di terra rossa di 160 metri cubi sversata attraverso un braccio meccanico. Alla Rotonda di via Besana (fino al 9 ottobre), invece, sono raggruppate sette opere: grandi superfici specchianti più «My red homeland», un’enorme installazione di cera rossa rimescolata da braccio metallico. L’ingresso alle due sedi, dalle 9.30 alle 19.30; giovedì e sabato fino alle 22.30 e il lunedì dalle 14.40 alle 19.30, costa 10 euro.

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