Saint Lucia, cartolina dai Caraibi

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Dalle botteghe ottocentesche per amanti del (buon) rum alle spiagge di ogni forma e colore, dalle baie perfette per il surf ai bagni termali con fango vulcanico. Stretta tra Martinica e Saint Vincent si trova la terra tropicale del cricket, del dialetto patois, della musica nera, della buona tavola. A poche ore di volo (o di nave) dal celebre carnevale di Trinidad.

Dalle botteghe ottocentesche per amanti del (buon) rum alle spiagge di ogni forma e colore, dalle baie perfette per il surf ai bagni termali con fango vulcanico. Stretta tra Martinica e Saint Vincent si trova la terra tropicale del cricket, del dialetto patois, della musica nera, della buona tavola. A poche ore di volo (o di nave) dal celebre carnevale di Trinidad.

"Ho dell’inglese, del negro e dell’olandese in me, sono nessuno o sono una nazione". Sono le parole che Derek Walcott, premio Nobel 1992 per la letteratura mette in bocca a uno dei suoi personaggi (una sorta di alter ego dell’autore) nel poemetto La Goletta Flight. Come il suo più celebre scrittore, Saint Lucia, in mezzo alle Windward Islands, stretta tra la Martinica e Saint Vincent, mescola popoli, memorie e lingue.

L’ISOLA DELLE TRADIZIONI. ANCHE A TAVOLA
Degli inglesi ha tenuto le tradizioni – il tè delle cinque, il gioco del cricket, la guida a sinistra –, dei francesi il dialetto, quel patois che confonde le parlate europee, e i nomi di alcuni luoghi come Vieux Fort, Castries, Anse Chastanet, degli Arawak la denominazione originaria, Hewanorra, dei neri d’Africa la musica e le feste. A Walcott l’isola ha dedicato una piazza della capitale Castries, la Derek Walcott Square, l’unico angolo che valga davvero una sosta. Qui si possono ancora vedere le botteghe ottocentesche, gli antichi uffici delle compagnie commerciali, allegri edifici in legno dai colori caraibici che sfoggiano balconi lavorati, portici e vetrate del XIX secolo, la biblioteca in stile vittoriano e la Cattedrale dell’Immacolata Concezione. In legno e pietra, la chiesa vanta un imponente organo a canne e dipinti dove santi e credenti sono di colore.
A sud di Castries, sulla costa orientale, si distende una delle baie più belle dell’isola, Anse Marigot Bay: un’insenatura profonda in mezzo alla quale troneggia una penisoletta di sabbia e palme, circondata da case bianche e azzurre, attraversata da yacht e velieri. D’obbligo una sosta per una cena a lume di candela al Rainforest Hideaway: ambiente raffinato, tavoli con vista sulla baia e piatti che mescolano sapori caraibici e asiatici come il pancake di granchio con gelato allo zafferano o l’agnello con funghi, patate arrosto e salsa alla liquirizia. A Marina Village, porto turistico sempre sulla baia, da Caribe si comprano sigari pregiati, caffè e l’ottimo rum dell’isola, mentre sugli scaffali di Clear Blue Store si trovano le ceramiche dipinte a mano dalla proprietaria, l’artista Michelle Elliot.

SPIAGGE DI OGNI FORMA E COLORE
L’isola di Saint Lucia è fasciata da un’infinità di spiagge: piccole e asciutte, mangiate dall’oceano, ampie e morbide dove la sabbia si tinge di ocra, scolora nel bianco fino a diventare nera ai piedi dei vulcani. Le più selvagge sono sulla costa occidentale, tormentata dall’Atlantico. Come Grande Anse, una lunga striscia dorata dove, da marzo ad agosto, vengono a deporre le uova le tartarughe marine. Le più piccole Coconut Bay e Anse de Sable sono le preferite dai surfer perché costantemente battute da un vento teso che assicura onde spettacolari. Molto più tranquillo il mare che bagna Anse la Raye sulla costa orientale dove approdano i pescatori. Poco più a sud Anse Chastanet è un nastro di sabbia chiara abbracciato dalle palme proprio di fronte alla riserva marina: perfetta per snorkeling e immersioni. Qui c’è uno degli indirizzi storici, l’Anse Chastanet Resort, una cinquantina di camere, tre ristoranti con cucina caraibica, mediterranea o internazionale, una piccola spa e un centro diving.

A BAGNO TRA I VULCANI (TERMALI)
Se le belle spiagge non mancano, è all’interno però che Saint Lucia diventa davvero unica. La terra si corruga in brusche montagne che arrivano a sfiorare i mille metri, la foresta diventa impenetrabile, le strade spariscono e antichi vulcani riempiono l’aria di vapori di zolfo. Nei pressi di Soufrière, capitale dell’isola al tempo della dominazione francese e oggi cittadina di pescatori con case in legno dipinte nel tipico stile gingerbread – un misto di decorazioni coloniali e colori tropicali –, c’è l’antica solfatara. Si dice sia nato qui il primo centro benessere dei Caraibi: correva l’anno 1786 e l’allora re di Francia spediva alle sorgenti termali di Soufrière i suoi soldati perché recuperassero le energie spese nelle battaglie con gli inglesi. E tuttora i Diamond Falls Mineral Baths offrono bagni in acqua termale e impacchi con fango vulcanico. Poco lontano Fond Doux Holiday Plantation, ex piantagione di cacao, propone visite guidate alla scoperta della lavorazione del cioccolato e una sistemazione originale: si dorme in due camere ricavate dai settecenteschi edifici oggi restaurati e in tre cottage circondati dalla vegetazione. A sud di Soufrière svettano le cime appuntite del Gros e del Petit Piton, vulcani gemelli alti circa 800 metri, coperti da una fitta vegetazione tropicale, che l’Unesco annovera tra i World Heritage Site. Se a sud Saint Lucia è aspra e selvaggia, a nord si fa più dolce, e le baie ospitano porticcioli turistici come quello di Rodney Bay Village. Qui, lungo la Rodeny Bay Avenue, si raccolgono bar, ristoranti, negozi e piccole gallerie d’arte come la Caribbean Art Gallery, che espone opere di artisti e antiche stampe. Il proprietario è Llewellyn Xavier, il più noto pittore locale. Le sue tele visionarie – in cui l’isola diventa puro colore – sono arrivate anche al MoMA di New York.

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