Reykjavìk: la movida in cima al mondo

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Ci ha pensato lo scrittore Hallgrímur Helgason, l’Irvin Welsh islandese, a destrutturare tutte le oleografie che accompagnano l’immaginario dei “contintentali” quando pensano all’Islanda. Ci hanno pensato i tanti giovani artisti – musicisti, pittori, scrittori, videomaker – a regalare agli astanti del pianeta, uno sguardo diverso e meno legato alle cartoline di questo posto assurdo e marziano. Sono due tipi di immagini estreme: le prime si adattano al paesaggio urbano di qualsiasi capitale occidentale, le seconde combaciano in maniera perfetta con le esigenze delle agenzie di viaggio, con gli spot naturalistici e con le fascinazioni del marketing del turismo. In realtà tra la Reykjavik grottesca e sfrenata, perfino putrida e marcia in certi passaggi, che viene fuori dal romanzo di Helgason 101 Reykjavik e la Reykjavik delle agenzie c’è una discreta differenza. Ma non si può negare che l’Islanda del 2019, in realtà, le contenga entrambe.

Hallgrímskirkja, nell’aurora boreale di Reykjavik ©Ghing/Shutterstock

Reykjavik è anche il contenitore grezzo di gran parte della popolazione islandese. Più del 62% dei 330.000 abitanti del paese vive nella capitale. Per gli standard islandesi questa cittadina a misura d’uomo corrisponde a una metropoli brulicante di gente e di traffico.

Un’avanguardia moderna e modernista che rimane una roccaforte isolata nella quale confluiscono le vibrazioni di un intero paese ovvero di un’isola che, per il resto, corrisponde davvero alle coordinate di “integrità naturalistica” strombazzate nei dépliant. Fiordi, geyser, lagune, crateri, ghiacciai, cascate, vette, meraviglie paesaggistiche d’ogni tipo, scenari da urlo. Se la si guarda con gli occhi viziati di chi vive in una qualsiasi metropoli occidentale, si finisce per accertare come non sia in alcun modo la frenesia a dominare le strade della capitale. Gli automobilisti possono scegliere senza affanni le opzioni del loro parcheggio; librerie e gallerie d’arte si mimetizzano nei caffè; le piscine geotermiche restano aperte dalle sei di mattina alle dieci di sera; perfino i cartelli pubblicitari, bloccati a terra con delle molle, si oppongono con quieta surplace al vento artico che li sferza e li sbatte 365 giorni all’anno.

Va detto, a onor del vero, che la calma di Reykjavik non è sonnolenta, il suo downtempo non gira a vuoto. In questa routine al rallenty si insinuano idee, progetti. Movimenti tellurici della creatività che solidarizzano con quelli dei vulcani, laboratori a cielo aperto, esalazioni (Reykjavik sta per “baia fumosa”) che fanno di necessità, virtù. Quella che Helgason chiama “tramontana interiore” viene trasformata da tempo in opzione fertile, in valvola di sfogo. Per cui, da queste parti, fermarsi non è una sosta, è un investimento.

Il porto di Reykjavik © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

L’Iceland Airwaves e i “templi” della musica

Prendete la musica, ad esempio. Stare sul tetto del mondo è sembrato un problema per secoli, diciamo fino agli sgoccioli del millennio; poi la sincronizzazione delle culture ha dato una chance anche all’Islanda. E Reykjavik si è ritrovata nel crocevia strategico e praticabile che congiunge Londra a New York. Internet ha aperto autostrade di comunicazione e distribuzione, gli home studio hanno perfezionato la loro funzionalità, i musicisti hanno iniziato a collaborare tra loro, adottando senza remore l’inglese e virando senza dogmi verso l’elettronica…e la scena è letteralmente esplosa. Purkur Pillnikk, Kukl, Sugarcubes, Bjork, Emiliana Torrini, Sigur Ros hanno fatto da apripista negli anni ottanta e novanta del secolo scorso, ma è da molto tempo che il suono di Reykjavik non è solo il loro. Un nugolo di bands e performers si è fatto largo conquistando non solo la gloria cittadina, ma anche i mercati internazionali. E molti altri spingono per alzare le vele.

Per accorgersene basta sedersi sul divano accogliente del 12 Tonar (Skólavörðustígur, 15), lo storico CD shop stipato di demo e bazzicato da Bjork e Sigùr Ros o sulle cassapanche in legno del Kaffibarinn (Bergstaðastræti 1) con Mum, Trabant e Mugison tra i frequentatori abituali. Oppure venire a Reykjavik nella prima metà di novembre con la città in fermento, sferzata dal programma concertistico dell’Iceland Airwaves (quest’anno dal 6 al 9 novembre) che è insieme un festival internazionale (ci saranno Mac De Marco, John Grant, Shame, Georgia, Booka Shade) e una vetrina aggiornata dell’Islanda musicale odierna. Quattro giorni di concerti, spalmati in piccoli e grandi club che trasformano davvero il centro in un “destriero incitato dalle raffiche”, come scrive Helgason. Spazi che agitano da tempo i palinsesti e le notti di questa capitale-villaggio e nei quali sfila la seconda, terza e la quarta ondata di scalpitanti gruppi islandesi. Nel poderoso cartellone 2019 artisti già affermati come Olòf Arnalds, Gus Gus, Seaber, Teitur Magnússon e altri meno conosciuti, come Aron Can, Blóõmör, Valborg Òlafs, Sólstafir. La folta lista delle venues del festival offre una visione plastica della movida concertistica della capitale islandese. Locali dalla diversa capienza e dal diverso stile come Fríkirkjan (Fríkirkjuvegur, 5), Gamla Bíó (Ingólfsstræti, 2), Gaukurinn (Tryggvagata, 22), Hard Rock Cafe (Lækjargata, 2), Hresso Austurstræti 20, Iðnó (Vonarstræti, 3), KEX Hostel (Skúlagata 28), Valshöllin (Hlíðarendi, 101), Dillon (Laugavegur, 30), Kornhlaðan (Bankastræti, 2), Miami Bar (Hverfisgata, 33): tutti luoghi che non si “accendono” soltanto nella settimana del festival. Sono infatti le mete dei live e dei dj set, del divertimento e della vita notturna trecentossessantacinque giorni all’anno. Con un picco di veemenza il venerdì, il sabato, fino sostanzialmente alla domenica mattina compresa. Alle 4 di mattina la gente ancora straripa nelle strade del centro, un inestricabile ingorgo pedonale, lubrificato perlopiù da un micidiale cocktail di birra e vodka islandese. Vie come Laugavegur, Hverfisgata e Skólavörðustígur, o Ingólfstorg, la piazza centrale di Miðborg, il più vecchio quartiere della città, sono la spina dorsale del centro, e molte delle le vie che le intersecano svelano pub, club, librerie e coffee shop.

Il lago di Tjornin semi congelato al tramonto ©Roberto La Rosa/Shutterstock

Street Art, Gallerie d’Arte, Concert Hall e Mercatini

Se avete in mente itinerari più morigerati, la capitale ha bell’e pronta una mappa alternativa: ai primi di settembre c’è il prestigioso Reykjavik Jazz Festival e poi ci sono il centro multimediale Nordic House e l’Harpa Concert Hall, templi della musica colta e di quella di ricerca e perle architettoniche di rara bellezza (la prima progettata dal finlandese Alvar Aalto, la seconda, con le sue colonne di basalto cristallizato, dal team svedese Henning Larsen Architects).

Musei e gallerie d’arte fanno parte del ricco patrimonio culturale della città, ma noi vogliamo segnalarvi innanzitutto il Reykjavík Art Museum (Tryggvagata, 17), un museo con un auditorium da mille spettatori che nei giorni del festival accoglie anche alcuni live e ‘Wallpoetry”, un’iniziativa che unisce la street art alla musica, nata da una collaborazione tra il network internazionale di artisti Urban Nation, con sede a Berlino, e l’Iceland Airwaves music festival (ancora lui). Di cosa si tratta? Sono 10 musicisti, 10 street artist, 1 muro bianco da riempire di colore, 1 canzone da reinterpretare visualmente: è su questo che si basa il concept della ‘poesia murale’ che si diffonde a macchia d’olio per le strade della capitale più settentrionale del mondo, a partire dal 2 Novembre 2016. Prima di lasciarvi andare, stremati da una sorta d’indigestione di eventi fate un giro al mercato delle pulci Kolaportid (Tryggvagötu, 19) per comprare i tradizionali maglioni lavorati a mano (lolapeysa), occasioni di antiquariato e modernariato, alcune prelibatezze locali (anche le più hardcore: testa di capra e squalo putrefatto).

Relax alla Blue Lagoon © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

Capodanno e piscine termali

Qualcuno potrebbe sostenere a questo punto che “se proprio deve essere freddo allora che sia freddo serio” e perché accontentarsi di zero gradi (quando va male) della nostra penisola quando si può approfittare dei -25 di una capitale in cima al mondo? Rejkyavik da questo punto di vista è una meta perfetta e passarci il capodanno potrebbe diventare un’esperienza. La sera del 31 dicembre, infatti, a partire dalle 20,30, in tutta la città vengono accesi giganteschi falò che illuminano la notte con fiamme e scintille. È un rito a cui partecipa tutta la città: si balla, si cantano gli inni del folklore vichingo e si aspetta insieme l’arrivo della mezzanotte per brindare e festeggiare insieme a uno dei più travolgenti spettacoli di fuochi d’artificio del mondo.

La luce distopica di un inverno islandese ©Javen/Shutterstock

Le feste poi proseguono tutta la notte nei moltissimi locali notturni di Reykjavik. Il Risio, un attico nella downtown, e a pochi passi il Solon (Bankastræti, 7a), l’Austur (Hafnarstræti, 8), il Gaukurrin (Tryggvagata, 22), The Secret Cellar (Laekjargata, 6a); sono solo alcuni tra i più quotati che ancora non avevamo citato. La mattina successiva si possono recuperare le forze nei tanti centri termali islandesi, veri e propri tempi della goduria e del relax. Blue Lagoon, a una quarantina di chilometri dalla capitale, è una meta imperdibile con il suo lago a 39°, il suo impianto geotermico e le sue mille occasioni di beautyness, ma non vanno trascurate neanche le piscine comunali in pieno centro cittadino come la Laugardalslaug (al 105 di Sundlaugavegur) e la Sundhöllin (al 45a di Barónsstígur) e soprattutto la Vesturbæjarlaug (Hofsvallagata,107) e la Árbæjarlaug (Fylkisvegur, 9), entrambe con piscine all’aperto dov’è possibile “sguazzare” anche con la neve. Badate bene però, in dicembre la luce, anche di giorno, è oramai un simulacro: Si fa strada faticosamente per tre-quattro ore e poi basta, e la vostra incursione termale avrà comunque il carattere distopico di un avventura nel regno delle tenebre.

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