Praga e le sue leggende

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“Se le città europee fossero una collana, Praga sarebbe un diamante tra le perle”

“Praga non ci lascia più andare. Ha gli artigli, non c’è altro da fare che cedere, per potersene liberare bisognerebbe darle fuoco da due lati, Vyšehrad e Hradčany”. Il monito lanciato da Franz Kafka ai visitatori della capitale ceca è quasi una temibile profezia, secondo cui solo due contemporanei incendi appiccati nel quartiere sud est della capitale ceca (Vyšehrad) e nella zona del Castello (Hradčany, oggi tra Praga 1 e Praga 6) potrebbero indurre al disinnamoramento della matka měst, la madre di tutte le città.

Un sentimento misto di attrazione, repulsione e malinconia che ritroviamo nelle Metamorfosi. Del resto Kafka, ebreo di lingua tedesca vivente quasi in contumacia presso via Celetnà, risiedette presso il Vicolo d’oro che secondo una leggenda non ospitò solo orafi ma pure – sotto Rodolfo II – alchimisti che tentarono, lodevolmente pur se invano, di tramutare il ferro in oro.

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Photo by Anthony DELANOIX on Unsplash

Scattare oggi una fotografia di Praga vuol dire remare contro gli scritti opachi di Alois Jirásek e Jaroslav Hašek. Tutto appare interconnesso, come se ogni strada impervia piastrellata da ciottoli conduca a Karlův most, il ponte Carlo, o a Staré Město, l’incantevole Città Vecchia, situata sulla sponda destra della Moldava assieme al limitrofo castello. Qui via Celetnà conduce alla Porta delle Polveri, col suo pinnacolo incappucciato, uno dei tredici che giustifica il soprannome Stověžatá, “dalle cento torri”.

Una di queste è universalmente nota per l’Orloj, l’orologio montato sul lato sud del vecchio municipio. Si tramanda che fu costruito nel 1490 da un tale Hanuš di Růže, poi accecato cosicché non potesse replicare l’opera altrove. Hanuš si vendicò inceppando la sua creazione, fu supplicato di renderla nuovamente funzionante, acconsentì ma solo dopo aver ottenuto di poter continuare liberamente la sua professione, pur da cieco. Altri raccontano che in realtà si recò a visitare l’orologio un’ultima volta, inviò un suo assistente a inceppare i meccanismi e morì subito dopo che un passero s’incastrò nel quadrante, maledicendo l’ingenerosità dei praghesi.

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Photo by Anthony DELANOIX on Unsplash

Sul più antico orologio astronomico tuttora funzionante le leggende abbondano, così come in generale su tutta colei che la scrittrice Sezin Kohler definisce «non solo una città, ma un’entità di qualche tipo». Praga è un compromesso: pseudo-eretica come la predicazione di Jan Hus, affascinante come Malà Strana e il muro di John Lennon. Praga fiabesca e graziosa, tanto che forse per questo fu risparmiata dai bombardamenti di Hitler. Praga magica e immaginifica, eroica come il sacrificio di Jan Palach in piazza Venceslao, tumultuosa come le defenestrazioni e la Rivoluzione di velluto che nel 1989 tolse il respiro al regime.

Ma anche Praga torbida, malinconica e cupa, non lineare come invece è il resto delle città europee. Praga fioca, come la luce intermittente dei lumini che creano un’atmosfera intrinsecamente gotica al passaggio sul ponte Carlo, che si narra voluto nel 1357 dopo che una piena della Moldava ne aveva spazzato via uno precedente. Il re Carlo IV così pensò di rafforzare la struttura del neonato manufatto inserendo nella malta dei gusci d’uovo fatti appositamente provenire dai villaggi contigui. Nell’agosto 2002, sommerso dall’alluvione più devastante dell’ultimo mezzo millennio, la struttura resse l’urto e secondo molti fu proprio grazie al segreto delle uova.

Segreto celato al pari delle tecniche di lavorazione del cristallo di Boemia, simbolo di una città dalla silhouette squadrata, irregolare, barocca. Praga è gotica, vittima del tempo, ma baciata dalla sorte visto che un uomo benestante – di nome Myslík – fu costretto a fuggire dopo la battaglia della Montagna Bianca l’8 novembre 1620. Prima di scappare fuse tutto il suo argento in uno stampo a forma di pesce e lo nascose in una parete dal quale sarebbe saltato fuori anni dopo, quando un nuovo inquilino, indigente, fu costretto dal comune ad abbattere lo stabile e ricostruirlo. Inizialmente il povero cadde nel panico, poi trovò il pesce che finanziò interamente i lavori.

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Photo by Dmitry Goykolov on Unsplash

“Se le città europee fossero una collana, Praga sarebbe un diamante tra le perle”, recita un detto. Magia e mistica sono fusi insieme nella mitologia. La leggenda del Golem creato dal rabbino Judah Loew narra che, per proteggere il quartiere ebraico, questi estrasse dell’argilla dalla Moldava, la impastò e gli diede vita secondo la Cabala incidendogli sul campo la dicitura emet. La creatura poi divenne violenta, si macchiò di omicidi e solo l’intervento del rabbino poté placare il Golem, cui fu tolta la lettera “e” dalla fronte: così da emet, “verità”, si passò a met, “morte”.

Anni dopo il figlio di Loew riportò in vita il mostro che s’aggirerebbe per l’ex ghetto Josefov poco lontano da una schiera di figure lugubri: i folletti vodník che raccolgono le anime degli annegati, il templare decapitato, la suora assassinata, il mangiatore di pesci, il mercante obeso, lo scheletro accattone, l’uomo di ferro (Jáchym Berka), il barbiere pazzo e infine Karbourek, lo spiritello acquatico residente nel torrente Čertovka, pacato e socievole, di perenne buonumore. In epoca medievale frequentava i bar conversando piacevolmente coi commensali, poi optò per la sedentarietà. Oggi vivrebbe sott’acqua circondato da mobili d’antiquariato, emergendo solo quando desideroso di birra o chiacchere.

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