Pozzuoli, i segreti della terra che brucia

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Campi Flegrei, ovvero campi ardenti. Furono gli antichi coloni greci a definire così la vasta fascia costiera che si estende a Nord- Ovest di Napoli, un luogo surreale e scenografico, dove la natura si fa teatro, attraverso il gioco dei suoi elementi, sprofondando e riaffiorando, fumando e bruciando, evaporando, gorgogliando, ribollendo… Siamo in un territorio che è, allo stesso tempo, croce e delizia dei geologi, un’area vulcanica attiva in continua evoluzione estesa per circa duecento chilometri quadrati, circa metà dei quali racchiusi in un parco regionale dal 2003.

Campi Flegrei, ovvero campi ardenti. Furono gli antichi coloni greci a definire così la vasta fascia costiera che si estende a Nord- Ovest di Napoli, un luogo surreale e scenografico, dove la natura si fa teatro, attraverso il gioco dei suoi elementi, sprofondando e riaffiorando, fumando e bruciando, evaporando, gorgogliando, ribollendo… Siamo in un territorio che è, allo stesso tempo, croce e delizia dei geologi, un’area vulcanica attiva in continua evoluzione estesa per circa duecento chilometri quadrati, circa metà dei quali racchiusi in un parco regionale dal 2003.

Colonia ellenica tra le più antiche, terra di otium per i patrizi e gli imperatori romani, meta irrinunciabile per i nobili ed eruditi viaggiatori del Grand Tour, ai cui occhi ammaliati qui tutto sembrava andare oltre la normalità e ogni cosa appariva unica, superlativa ed esaltante, nel bene e nel male.

«La regione più meravigliosa del mondo, sotto il cielo più puro, il terreno più infido». Così descriveva Goethe, nel 1787, questa zona dove appena due secoli prima un nuovo monte era stato capace di spuntare fuori dal suolo, tra boati, bagliori di fuoco e lo sbigottimento dei testimoni, nell’arco di pochi giorni. «È la contrada dell’universo dove i vulcani, la storia e la poesia hanno lasciato più tracce», scriveva Madame de Staël. E, infatti, questa zona appare come immersa in un intreccio inestricabile di ricordi ancestrali, racconti, cronache, miti, superstizioni e leggende. Storie incise nel paesaggio dalla forza della natura, che smuove lentamente ma incessantemente acque e terre, e dalla mano dell’uomo che qui ha compiuto nel tempo le opere più mirabili e, purtroppo, negli ultimi decenni, anche le azioni più oltraggiose, alle quali ora è necessario mettere riparo. Qui c’è la prova lampante che davvero la bellezza salverà il mondo, perché il fascino delle antiche città flegree non è stato vinto e cancellato dall’abusivismo edilizio e dal degrado.

Così come non è stato cancellato lo splendore dei vigneti che, nel secondo Ottocento, avevano già resistito agli attacchi della fillossera, grazie all’abbondanza di sabbia vulcanica nel terreno, che ostacolò la diffusione delle larve, preservando un patrimonio genetico millenario andato invece distrutto nel resto del continente. Falanghina e Piedirosso sono i due nobili vitigni autoctoni da cui si ottengono gli omonimi vini doc locali. Il primo, di colore paglierino con sfumature verdognole, ha un sapore fresco con sentori di ginestra e fiori di campo ed è ottimo in abbinamento con il rinomato pesce azzurro del mare flegreo. L’altro è di un bel rosso rubino con riflessi d’ambra, ha sapore asciutto con profumo di viola e note di ciliegia e accompagna bene i primi piatti dal sapore deciso della tradizione campana, come la pasta al ragù.

Enogastronomia e archeologia, due dei simboli di questo territorio, saranno al centro, dal 4 al 16 settembre prossimi, della quinta edizione di Malazè, manifestazione organizzata in collaborazione con Slow Food Campania. In programma – oltre a degustazioni, gare culinarie, seminari e tavole rotonde, gite in peschereccio e lezioni di pesca – anche diverse visite guidate ai monumenti più rappresentativi del territorio. Occasione imperdibile visto che alcuni di questi spesso sono inaccessibili a causa della carenza di personale.

A Pozzuoli, sorta sul luogo della greca Dicearchia, la città del giusto governo, figlia dell’utopia sognata dagli esuli dell’isola di Samo scacciati dalla patria da un tiranno, ci attendono i resti dello stadio edificato da Antonino Pio, quelli dell’Anfiteatro Flavio e del tempio di Serapide, che in realtà è l’antico mercato pubblico della città di età romana, Puteoli, e che oggi si presenta invaso dalle acque per effetto del bradisismo. Tra le fumarole d’anidride solforosa e i getti d’acqua e di fango bollente della Solfatara, vulcano in stato di quiescenza, Slow Food propone un originale corso di cucina geotermica, per imparare a cuocere le pietanze al calore dei soffioni di vapore. Poco distante da questo luogo bianco e surreale ce n’è uno verdissimo e misterioso, ricco di rimandi mitologici: il lago d’Averno, nato in un cratere spento. Un tempo era avvolto in una fitta nebbia di esalazioni sulfuree che continuavano a salire dalle sue acque ed è perciò che prima Omero e poi Virgilio lo identificarono come l’ingresso all’Ade. Sulle sue sponde ci sono il vigneto Mirabella, uno dei più antichi della zona, e la grotta della Sibilla, che secondo la leggenda, però, aveva la sua casa più famosa nell’acropoli di Cuma, in quell’antro dall’originale sagoma trapezoidale dove la sacerdotessa di Apollo pronunciava i suoi enigmatici vaticini. Con un’immersione subacquea o facendo snorkeling possiamo scoprire anche i tesori del parco archeologico sommerso di Baia: ville e terme, strade e porti, giardini e opere d’arte sopravvissuti sotto il mare, in un silenzioso incanto, al tempo e ai saccheggi.

Fonte: www.lastampa.it

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