Pellegrinaggio in Alaska

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«Into the wild», ovvero tutti pazzi per l’Alaska. Apprezzata sino a poco tempo fa solo dagli amanti delle natura incontaminata e appena lambita dalle rotte di lussuose navi da crociera, l’«Ultima frontiera» è oggi la nuova meta-culto dei viaggiatori di mezzo mondo, in particolare di chi, oltre all’avventura, ama anche il cinema.

«Into the wild», ovvero tutti pazzi per l’Alaska. Apprezzata sino a poco tempo fa solo dagli amanti delle natura incontaminata e appena lambita dalle rotte di lussuose navi da crociera, l’«Ultima frontiera» è oggi la nuova meta-culto dei viaggiatori di mezzo mondo, in particolare di chi, oltre all’avventura, ama anche il cinema.

Perché a rendere famoso il 49° Stato americano non sono solo i paesaggi brulli, gli orsi bianchi e la storia della corsa all’oro, ma è appunto un film, «Nelle terre selvagge».

La pellicola, diretta e prodotta da Sean Penn e interpretata da Emile Hirsch, è basata sul romanzo del 1996 di Jon Krakauer «Nelle terre estreme», e racconta la storia di Christopher McCandless, giovane del West Virginia che dopo la laurea abbandona famiglia e benessere per intraprendere una lunga avventura. Un viaggio di oltre due anni attraverso gli Stati Uniti occidentali, alla ricerca della libertà e di se stesso sino a giungere in Alaska, dove rimarrà fino alla morte, giunta a 24 anni. A dieci mesi dall’uscita del film negli Usa, i pellegrinaggi alla volta dell’ultima frontiera si sono moltiplicati e tutti oggi vogliono seguire le orme di Chris, l’Alex Supertramp del film, ripercorrendo le tappe chiave del suo viaggio. Fino a raggiungere un paesaggio che rende più di ogni altro il senso della libertà e della vita «on the road». Una realtà che regala ai suoi ospiti quella sensazione di pace e felicità propria della natura selvaggia e incontaminata.

E’ questo il messaggio del film e l’origine della mania collettiva che spinge sempre più persone ad avventurarsi nella terra di frontiera, piuttosto che cercare svago nelle tradizionali spiagge caraibiche. C’era da aspettarselo. Del resto sembra che lo stesso Sean Penn sia rimasto letteralmente folgorato dalla storia e che abbia fatto carte false per realizzare il film. Questo, però, è anche quello che temevano gli abitanti di Healy: «processioni di pellegrini infatuati dalla storia di un visionario che in realtà era un disadattato».

Healy è una città dell’Alaska che si trova a quaranta chilometri di distanza dal bus abbandonato dove è morto McCandless dopo tre mesi di solitudine tra i freddi boschi del Denali National Park. La carcassa del mezzo, un veicolo del Fairbanks Transit System degli Anni 40, è non solo il punto di partenza della storia di Krakauer, ma anche una delle tappe che si trovano sulla mitica Stampede Road. Al suo interno c’è una lapide dedicata a Chris. «E’ come andare al Père-Lachaise di Parigi per vedere dove è sepolto Jim Morrison», dice Ron Alexander, 44 anni residente in Virginia e appassionato di trekking, che insieme ai suoi amici si recherà in Alaska alla fine di agosto. «Non andiamo lì solo per la storia – spiega – ma certo è un motivo in più per visitarla». E non è il solo, visto che la Camera di Commercio locale ha già ricevuto decine di richieste di potenziali viaggiatori che vorrebbero seguire lo stesso itinerario di Chris, magari guidati da un esperto. Tuttavia, l’ex presidente della CdC, Neal Laugman, ha messo in guardia gli escursionisti sprovveduti: «E’ una zona che si trova 180 chilometri a Nord di Anchorage, dove il cellulare non funziona, il clima è imprevedibile, gli insetti pericolosi e il fiume Teklanika è spesso in piena. Non voglio che la gente vada lì per morire». Ma gli avvertimenti sembrano cadere nel vuoto, del resto il fascino del posto unito all’emozione del film sono una tentazione molto forte. La stessa che porta McCandless verso Ovest, in California, Arizona, Colorado e South Dakota e poi in autostop verso l’Alaska dove trascorre gli ultimi quattro mesi di vita nei boschi, bloccato appunto dalla piena del Teklanika.

Nel vecchio bus, accanto al corpo senza vita, vengono ritrovati appunti, una macchina fotografica con cui aveva fatto diversi autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l’acqua, libri di Tolstoj, London e Thoureau, e alcuni versi scritti sul suo diario prima di morire di stenti, freddo e forse anche per avvelenamento: «Ho avuto una vita bellissima e ringrazio il signore. Che Dio vi protegga tutti».

Fonte: www.lastampa.it

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