Otto nuove porte a Milano

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Approvato, con enfasi. Era il 2000: «È un importante segnale verso la riqualificazione estetica di Milano». Confermato, stessa enfasi. Anche nel 2002: «Vogliamo sancire emblematicamente l’annessione delle zone periferiche all’identità urbana nel suo complesso». Dimenticato. In silenzio, certo. E ormai sono passati sei anni. Il progetto «Otto nuove porte per Milano» è in qualche cassetto di Palazzo Marino.

Approvato, con enfasi. Era il 2000: «È un importante segnale verso la riqualificazione estetica di Milano». Confermato, stessa enfasi. Anche nel 2002: «Vogliamo sancire emblematicamente l’annessione delle zone periferiche all’identità urbana nel suo complesso». Dimenticato. In silenzio, certo. E ormai sono passati sei anni. Il progetto «Otto nuove porte per Milano» è in qualche cassetto di Palazzo Marino.

Promesso, non finanziato, irrealizzato. Prevedeva: otto monumenti in altrettanti luoghi di confine. Ingressi d’arte alla città nuova. Piramidi, statue, obelischi, colonnati, porticati, fontane, filari alberati.

Un’idea ispirata da Emilio Tadini e condivisa, tra gli altri, dallo scultore Arnaldo Pomodoro e dall’urbanista Marco Romano. Che ora si rivolgono al sindaco Letizia Moratti: «Recuperi il progetto. Realizzi lei "Otto porte per l’Expo"». Perché? «Perché i turisti non giudicheranno Milano solo dalla Fiera e dai grattacieli, ma anche dagli elementi diffusi, dall’attenzione alle linee architettoniche e ai dettagli, dal centro ai confini». I caselli mancanti del percorso verso il 2015 sono gl’ingressi. «Purtroppo si pensa sempre in grande e poco alla città che c’è, davanti agli occhi di tutti», dice Romano. Per dire: i quartieri lontani dal centro, «senza personalità », sono il biglietto da visita offerto a chi viene da fuori, e di solito i turisti hanno curiosità e aspettative.

Insomma: la grande Milano dei boulevard e delle passeggiate si scioglie senza fremiti su statali e tangenziali, si smarrisce nel traffico, incurante. Chiede allora Romano se «vogliamo davvero che sia l’Expo internazionale dei nostri guai? Milano non può presentare questa faccia». E infatti. Voleva cambiarla già nel 2000. Prima giunta Albertini, sottocommissione comunale ai Monumenti. Tadini all’aula: «Perché non c’inventiamo un grande programma di otto porte per Milano?». Il gruppo di studio discute, condivide, inizia a lavorarci su. Maurizio Lupi, l’allora assessore all’Arredo urbano (oggi parlamentare Pdl e vicepresidente della Camera), benedice l’iniziativa: «Non saranno porte che chiudono, ma che segnano il passaggio».

Viene presentato anche l’elenco degli scultori a cui affidare i monumenti: Richard Serra, Robert Carrol, Mark Di Suvero, Gianfranco Pardi, Gio Pomodoro, Giuseppe Uncini, Giuseppe Spagnuolo e Mauro Staccioli, «artisti di fama internazionale…». Avanti. A Romano viene assegnato il compito di individuare le piazze, ripensarle, offrirle agli artisti. Ne sceglie una per zona di decentramento: i piazzali Loreto, Susa, Lodi e Segesta, le piazze Firenze, Istria e Abbiategrasso, largo dei Gelsomini. Firma la relazione, porta il documento in Comune. Il più è fatto. Si arriva al 2002, Albertini bis, riecco il «Progetto estetico per la città». Lo annuncia l’allora assessore all’Arredo urbano, Riccardo De Corato: «I monumenti d’arte contemporanea rafforzeranno la continuità del centro con le periferie». Da allora, solo una mezza polemica su piazzale Lodi. Scultura sì o no.

Poi, più nulla: «Mi hanno detto che "non ci sono più soldi" — dice Romano —. Peccato: l’idea di Tadini era meravigliosa». Come eravamo. L’Expo del 1967 fa tappa a Montreal, in Canada. La città promuove un concorso di scultura, l’opera di un certo Arnaldo Pomodoro viene celebrata da Times. Un precedente che fa storia. Tant’è che a giorni il maestro scriverà alla Moratti: «Suggerirò al sindaco di attuare il progetto delle porte- monumenti, le ricorderò il lavoro della commissione. È importantissimo rimettere l’idea in pista per l’Expo 2015». Una cerchia contemporanea. Una circonferenza esterna ai dazi Nuova-Venezia-Romana-Lodovica- Ticinese. Giusto Pomodoro? «Sarebbe stupendo vedere realizzate le nuove porte». Nella prima sottocommissione Monumenti c’era anche il sociologo Guido Martinotti: «Ormai le porte di Milano sono fuori città». E indica lo svincolo Fiorenza e i caselli di Melegnano, la barriera di Agrate e lo scalo di Malpensa… Ecco: «Nella città sconfinata si arriva, non si entra da porte fisiche. Sono state mangiate dalla città…». I simboli per l’Expo, conclude Martinotti, «devono invece essere pezzi di Milano vivibile, oltre che visibile». Altra idea: una nuova estetica dell’abitare.

Mappa delle porte

Fonte: www.corriere.it

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