New York – La Maratona per un ex-voto

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Serve un buon motivo per sfinirsi e il cronometro non basta. Non smuove 40 mila persone, gli iscritti alla maratona di New York. Non sono solo professionisti come Paula Radcliffe, al rientro dopo la maternità, o Stefano Baldini, alla sesta presenza. Si va oltre alla gente super allenata che cerca il tempo della vita e ai tanti runner al debutto, decisi ad arrivare al traguardo in meno di 4 ore.

Si corre il 4 novembre e una grossa percentuale di chi indossa un pettorale non vuole solo lottare contro il tempo, ma dimostrare, manifestare, offrire.

Serve un buon motivo per sfinirsi e il cronometro non basta. Non smuove 40 mila persone, gli iscritti alla maratona di New York. Non sono solo professionisti come Paula Radcliffe, al rientro dopo la maternità, o Stefano Baldini, alla sesta presenza. Si va oltre alla gente super allenata che cerca il tempo della vita e ai tanti runner al debutto, decisi ad arrivare al traguardo in meno di 4 ore.

Si corre il 4 novembre e una grossa percentuale di chi indossa un pettorale non vuole solo lottare contro il tempo, ma dimostrare, manifestare, offrire.

È l’ex voto laico, un sacrificio lungo 42 km, più mesi di preparazione e ore buttate in ripetute. Serve arrivare in fondo per raccogliere soldi, per aiutare i bambini, per manifestare contro l’Aids, per la pace nel mondo, per i reduci dall’Iraq, per ospedali, ospizi, case di cura e ostelli, per poveri o per ragioni più egoiste e personali. Per riconquistare una donna, per omaggiare un parente morto, per ringraziare, cambiare vita, chiudere i conti o ricominciare. Per fare ciao ciao con la mano a Tom Cruise, motivazione della moglie Katie Holmes che si è allenata a Berlino mentre lui girava il film sul nazismo. Era un modo per riempire le giornate ed è diventata una sfida visto che l’attore, non convinto, l’ha stuzzicata. Lei si è unita al gruppo di Lance Armstrong, che ha esordito l’anno scorso, e insieme con altre star raccoglierà soldi per la lotta contro il cancro. Braccialetto giallo al polso e operatore personale per il filmino da spedire in Germania, allo scettico.

Brad Moore Benn era il ragazzo più sedentario del Connecticut, ma sarà alla partenza e passerà sopra il ponte di Verrazzano perché la madre è morta da pochi mesi, stroncata dal morbo di Lou Gehrig: «Era la persona più iperattiva del mondo, devo fare qualcosa per portare avanti la sua energia e la maratona mi sembrava il modo migliore». La mamma, nota come Big M, lavorava al dipartimento della salute, una ricercatrice, politica, volontaria, mai stanca di inventarsi nuove iniziative, il figlio ha aperto una fondazione in suo nome, Thumbs up Fundation e la prossima domenica indosserà la maglietta ufficiale e ci spruzzerà sopra un po’ del profumo preferito da Big M: «Ci vuole un segno tangibile della sua presenza, mi porterà fino a Central Park». Felicity Wood ha vinto prima di iniziare, ha raccolto le 3 mila sterline che le servivano per il reparto cura del cancro al seno dell’ospedale di Harpenden. A 26 anni, non ha mai corso una maratona, ma ha promesso alla madre malata che avrebbe trovato quei soldi e corre con addosso le firme di ogni donatore. Tony Riley invece, ancora non sa cosa si metterà, gli altri indossano canotta e pantaloncini, lui preferisce i costumi. È stato il pollo, il pomodoro e il cetriolo, ora chiede aiuto a chiunque voglia fare un’offerta e guadagnarsi così il diritto per votare il travestimento più strambo: «Pronto al vestito più scomodo che si possa immaginare». I soldi vanno all’associazione justgiving, creata per allevare cani guida per i ciechi. La regione Marche ha raccolto soldi proprio per iscrivere un non vedente, Andrea Cionna, bronzo alle Paraolimpiadi di Atene vuole stare in mezzo agli altri, come Alex Zanardi che fino a oggi è andato a New York da spettatore e stavolta si fa sponsorizzare dalla Barilla per sprintare su una carrozzina.

Stesso mezzo scelto da suor Gladys Murphy che a 75 è convinta di arrivare in fondo per «solidarizzare con i ragazzi tornati dall’Iraq con qualche problema». Anche per lei maglietta con scritta esplicativa, ognuno racconta il proprio mondo su una T-shirt. Hanno iniziato dopo l’11 settembre, la maratona come tutto il resto della città è diventata un simbolo e ogni iscritto ha sentito il bisogno di buttarsi fuori in nome di qualcuno. Un morto, un sopravvissuto, una persona incontrata nei giorni più difficili, un pompiere. Non che prima il fenomeno non esistesse, anzi, ma era legato più che altro alle «charities» che in ogni edizione fanno il pieno. Chi ottiene un pettorale può aderire a un progetto: ingrandire un pronto soccorso, costruire in paesi del terzo mondo, aiutare la ricerca per una specifica malattia. Le charities ufficiali, presenti nel sito, sono «sold out», esaurite, hanno raggiunto la quota necessaria con le sottoscrizioni e chiudendo permettono alla beneficenza di fluire altrove, dove serve. Anche un gruppo italiano ne ha aperta una, Milano Running Road Show, raccoglie 400 milanesi (tra cui il gruppo di radio Deejay, Teo Teocoli e altri volti noti) che corrono per l’associazione bambini cardiopatici.

Non hanno tutti intenti umanitari, la maratona funziona pure come penitenza, c’è chi deve espiare colpe o annate storte e si impone gli 11 km del tratto più duro, quello che arriva con il ponte Queensborough, anche solo per scaramanzia: «Se passo oltre, sarà una stagione perfetta». Alcuni si sposano sul tragitto, una coppia all’anno in media. Nel 1994 è stato il sindaco Giuliani a unire in matrimonio due ragazzi che avevano posticipato le nozze fino a che entrambi non erano riusciti a entrare nella maratona. E due anni prima è stato uno dei due fondatori della corsa, Fred Lebow a dare il via alla gara-outing: ha partecipato alla sua ultima corsa per festeggiare i 60 anni, aveva un tumore al cervello e ha fatto sapere che non si sarebbe fatto fermare, che intendeva competere. Quando lui è morto, l’idea è rimasta, il limite dei 42 chilometri si può spostare anche senza limare secondi, basta aggiungere nuovi obiettivi.

I professionisti si mescolano agli altri, Paul Tergat ha fatto il record del mondo a Berlino sponsorizzando il progetto «acqua in Etiopia», Stefano Baldini, a New York, porterà lo slogan di Nessuno tocchi Caino per protestare contro la pena di morte e Catherine Ndereba, Caterina la grande, come la chiamano dopo che ha vinto 4 volte la maratona di Boston, si dimezza i premi e investe la metà in progetti per lo sviluppo del Kenya. Sotto ogni numero di pettorale, batte molto più di un cardiofrequenzimetro.

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