New York – I 30 anni del New Museum of Contemporary Art

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Una grande mostra celebra i 30 anni di vita del «New Museum of Contemporary Art». L’esposizione raccoglie tanti «non-oggetti» del 21esimo secolo
 
NEW YORK – Con una maratona espositiva che durerà per 30 ore consecutive e ad accesso gratuito, il «New Museum of Contemporary Art» di New York festeggia oggi i suoi primi 30 anni di attività.

Una grande mostra celebra i 30 anni di vita del «New Museum of Contemporary Art». L’esposizione raccoglie tanti «non-oggetti» del 21esimo secolo
 
NEW YORK – Con una maratona espositiva che durerà per 30 ore consecutive e ad accesso gratuito, il «New Museum of Contemporary Art» di New York festeggia oggi i suoi primi 30 anni di attività.

Le porte anodizzate della nuova sede si spalancano sulla mostra «Unmonumental: the object in the 21st century» – ovvero «Nonmonumentale: l’oggetto nel 21esimo secolo» – che raccoglie le sculture di trenta artisti internazionali. L’hanno curata Richard Flood, Laura Hoptman e l’italiano Massimiliano Gioni che, alla «Gazzetta», spiega: «A poco meno di 100 anni dalla sua creazione, assistiamo al ritorno ad un’estetica del collage. E al collage si ispira l’intera concezione della mostra. Non parlo soltanto delle opere esposte. Oggi, infatti, ci sono le sculture e i muri ora sono spogli. Presto le pareti ospiteranno dei collage. Questo cambierà l’esposizione, che muterà ulteriormente quando diffonderemo negli ambienti dei collage-sonori».

«Abbiamo voluto parlare di questo nostro presente – continua il 34enne Gioni – in cui spariscono culture ma anche simboli. Penso alle Torri Gemelle o alla statua di Saddam. Un’epoca iconoclasta, dopo iconofilia degli anni Novanta. Anche se resta lo spazio per l’ottimismo, per piccoli miracoli e per ricominciare». E’ vero. «Unmonumental» racconta bene la condizione dei contemporanei: una moltitudine precaria (precaria dentro!) di monadi solitarie e iperconnesse. Ci sono buone provocazioni (come «Fuck Destiny» nella foto, di Sarah Lucas), messaggi che arrivano come un cazzotto per esempio). For people who refuse to knuckle down», di Sam Durant, una gabbia alla Guantanamo sormontata da una scritta che potrebbe tradursi «L’obbedienza alla legge rende liberi»).

Pezzi davvero in linea con la nostra epoca mediatica: poche domande e un bombardamento di risposte, talvolta violente (come la «donna emorragica» di Urs Fischer). Le opera sono disposte lungo un percorso tripartito tra il secondo, il terzo e il quarto piano di questo magnifico palazzo nuovo di pacca. E’ stato firmato dagli architetti giapponesi Seijima e Nishizawa ed è un contenitore davvero azzeccato. Tutto qui concorre a dare il senso della provvisorietà o, meglio, della «contemporaneità». La sua struttura, candida e squadrata, scintilla all’angolo tra Prince e Bowery street, fino a poco tempo fa, una delle strade più malfamate di Downtown. Dagli open-space immacolati si gode una vista fantastica, ossimorica. Sembra di stare su una navicella spaziale, appena atterrata in un campo di edifici frusti. Mescolati a giornalisti e visitatori, alcuni operai sono ancora al lavoro e armeggiano di cacciavite. Infine persiste un vago odore di nuovo, di vernice fresca. Un odore perfetto.
Tutto intorno la vita scorre come prima, come sempre. Ma i residenti iniziano già a godere dei primi vantaggi diretti. Proprio accanto al «New» gli eredi del barese Nicola Carone, incassano carrettate di dollari vendendo attrezzi per la grande ristorazione a marchio «Bari». «Per me non cambia, io lavoro tutto il giorno. Ma per i miei padroni è un big affare – dice il signor Vito D’Ambrosio, dipendente dei Carone e in America da quando ha lasciato Cassano (Bari), quarant’anni fa – i loro negozi, con quel museo lì, ora valgono milioni. E nessuno li voleva quei locali». Perché? «Perché questa strada era mala. La mattina non si poteva camminare era dangerous e pieno di imbraconi». 

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