New York – 30 anni fa apriva lo Studio 54

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Correva l’anno 1977, e in una New York in continuo cambiamento si stava per inaugurare una delle estati più calde per la «nightlife» della Grande Mela, una di quelle che avrebbe lasciato il segno nella storia. Mentre per le strade della città bande di guerrieri metropolitani si contendevano il controllo del territorio, il popolo della notte, quello amante del divertimento e della disco dance, si radunava allo Studio 54.

Correva l’anno 1977, e in una New York in continuo cambiamento si stava per inaugurare una delle estati più calde per la «nightlife» della Grande Mela, una di quelle che avrebbe lasciato il segno nella storia. Mentre per le strade della città bande di guerrieri metropolitani si contendevano il controllo del territorio, il popolo della notte, quello amante del divertimento e della disco dance, si radunava allo Studio 54.

Nato sulle ceneri di un vecchio teatro degli Anni 20, poi riconvertito in studi radiofonici prima e televisivi dopo, lo Studio 54 viene battezzato così perché sorge al numero 254 West della 54esima strada, nel cuore di Midtown Manhattan. I nuovi proprietari, Steve Rubell e Ian Schrager, affidano la direzione promozionale del locale a Carmen D’Alessio, ex PR dello stilista Valentino a Roma e a Parigi, con innumerevoli amicizie nel mondo del jetset internazionale. Il 26 aprile 1977, Studio 54 apre i battenti e tra le oltre 5.000 persone della esclusiva lista Vip ci sono Bianca Jagger, Brooke Shields, Cher, Margaux Hemingway, Donald Trump, mentre altri come Mick Jagger e Frank Sinatra non riescono neanche a entrare nel locale. In poche settimane il locale sbaraglia la concorrenza e guadagna il titolo di tempio della nightlife newyorkese dove la stravaganza non è un accessorio ma una caratteristica irrinunciabile. Fa scuola Bianca Jagger, che entra in pista su un cavallo bianco accompagnata da un uomo e una donna con dipinti abiti da circo sui corpi nudi. Dopo di lei varcano la soglia dello Studio 54 Halston, Elton John, Liza Minnelli, Truman Capote, Elizabeth Taylor, Andy Warhol, e persino Lillian Carter, la madre del futuro presidente Jimmy Carter. «Non so se era un inferno o un paradiso. – commentò la signora Carter di quella esperienza – Ma era meraviglioso». La parola d’ordine è dunque stravaganza ma non solo, anche tanta, tanta trasgressione: mentre camerieri senza magliette e in slip succinti portano i drink ai tavoli, ballerine in topless volteggiano nell’aria su trapezi luminescenti. A metà serata dall’alto scende una scultura arancione raffigurante l’uomo sulla luna con in mano un cucchiaino con della cocaina che porta ripetutamente al naso. Nel frattempo una statua Azteca in metallo sprigiona fumi per tutto il perimetro della pista, mentre le balconate superiori, accessibili ai clienti più esclusivi, ospitano festini privati a sfondo sessuale dove si consumano droghe di ogni genere.

Ma è soprattutto la musica che aiuta a rendere grande lo Studio 54, spiega Al Bandiero Dj veterano dell’emittente Wktu. «Siamo ai tempi della discomania, della febbre del sabato sera di Tony Manero: era la rivoluzione della disco music», spiega il DJ, che ricorda gente letteralmente impazzita in pista, mentre ballava al ritmo di Love to Love You Baby di Donna Summer. E ancora c’era Stayin’ Alive dei Bee Gees, Disco Inferno dei Trammps, I love the Nightlife di Disco Round e tanto altro. La stagione d’oro dello Studio 54 dura a intervalli sino al 1986, quando il locale chiude definitivamente. Oggi, 30 anni dopo, al suo posto c’è di nuovo uno studio teatrale, ma il ricordo è ancora vivo tra tutti coloro, oggi distinti professionisti in giacca e cravatta, che almeno una volta hanno varcato la soglia del tempio.

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