Maratona fluviale sul Tevere

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Il Tevere nell’alta valle umbra è un «serpente» che strisciando tra i boschi di castagni, querce e carpini, si è divertito a disegnare una valle a forma di mandorla che si apre a San Sepolcro e si chiude a Città di Castello, per poi gettarsi più tronfio, giù a capofitto verso Montone e Umbertine, sempre nervoso col suo letto colmo di sassi levigati come sculture.

Il Tevere nell’alta valle umbra è un «serpente» che strisciando tra i boschi di castagni, querce e carpini, si è divertito a disegnare una valle a forma di mandorla che si apre a San Sepolcro e si chiude a Città di Castello, per poi gettarsi più tronfio, giù a capofitto verso Montone e Umbertine, sempre nervoso col suo letto colmo di sassi levigati come sculture.

Per «domarlo», armati di soli remi, ogni anno arrivano in centinaia da ogni parte del mondo in occasione della Discesa internazionale «Città di Castello- Roma», la classica traversata non agonistica del Tevere che parte il 25 aprile dalla cittadina umbra per concludersi all’Isola Tiberina il 1 maggio dopo 180 km e 7 tappe. Una «macchia» colorata di canoe attraversa questo scenario naturale che si snoda tra monti «rognosi», i rilievi appenninici, e poi dolci declivi, torri e castelli, pievi e abbazie. Un paesaggio da pinacoteca: Perugino, Piero della Francesca e Raffaello non hanno dovuto far altro che gettare lo sguardo fuori dalla finestra e copiare il paesaggio con le sue vene di acqua che si congiungono al terzo fiume più lungo d’Italia. L’alta valle del Tevere, teatro della prima tappa della discesa, è un racconto che mescola il sacro e il profano. A San Giustino ci si imbatte nel primo maniero fortificato, il principesco Castello Bufalini con le sale affrescate dal Gherardi, e un parco a labirinto. E lassù, abbarbicato sui colli come un nido di aquila, si scorge Citerna, un borgo- terrazza panoramica. Gli anziani che passeggiano nella frescura del meriggio lungo i camminamenti medioevali di ronda, nemmeno sotto tortura medioevale svelerebbero il segreto della loro invidiata longevità. Forse è la vista magnifica che spazia dal Monte della Verna fino a quello di Catria.

Il Tevere la prende da sinistra Città di Castello, lambendone le antiche mura. In Piazza de’ sopra gli inglesi stanno imbambolati coi dalmata al guinzaglio a guardare i tre orologi del Palazzo del Podestà, il primo indica solo l’ora, il secondo i minuti, il terzo è la rosa dei venti. Sulle facciate dei palazzi nobiliari compaiono vitelli ammansiti, simbolo della famiglia di ex allevatori di bestiame che eccelse nel mestiere delle armi, servendo i Medici e combattendo i turchi. Un tempo qui c’era un porto fluviale come testimonia anche una lapide a Venere vincitrice, che sta appesa nella sala consiliare del bel palazzo dei Priori trecentesco proprio dietro a via Cavour e alla chiesa di San Paolo. Che adesso è un mercato di frutta, al posto dell’acquasantiera ci stanno i cesti di fragola. Al piano superiore, invece, c’è odore di inchiostro e rumore di macchine da stampa. Dal 1799, generazione dopo generazione, la famiglia Grifani-Donati imprime coi caratteri mobili i suoi capolavori su carta di cotone. Si respira l’atmosfera delle officine di Gutenberg a Magonza. Un bulldog altrettanto vecchio dorme tra le macchine di litografia, calcografia e tipografia azionate dal suo padrone, Giovanni Ottavini. Che ha modi burberi e si scoglie solo quando accarezza i torchi dei suoi trisavoli. Così anche i caratteri mobili sembrano addolcirsi e prendere le sembianze di fiori e note di musiche orientaleggianti.

Questa fu la città della giovinezza per Raffaello che 17enne proprio a Città di Castello rubò la scena a Luca Signorelli, ma poi anche al paese che lo lanciò furono "rubate" tutte le opere del precoce genio urbinate. Un battaglia a colpi di pennello, quella tra Signorelli e Raffaello, testimoniata nel Palazzo Vitelli alla Cannoniera, la splendida pinacoteca affacciata su un giardino all’italiana, con la loggia abbellita dalle ceramiche della bottega dei Della Robbia, le pareti affrescate dai graffiti realizzati su disegni del Vasari. In questo museo si scopre che il Tevere con la sua cornice di declivi si concede ai pittori, fa capolino nelle tele, e nelle notti d’estate – ne sono convinte le giovani custodi – , il suo rumore richiama sul balcone il fantasma di Sora Laura. L’amante di Alessandro Vitelli, per scacciare la solitudine causata dalla lunghe trasferte guerresche del compagno, gettava un fazzoletto bianco per attirare i giovani del posto, e poi se ne disfaceva facendoli precipitare da una stretta porticina in un pozzo segreto. Per "abbracciare" Città di Castello con una vista a 360° bisogna salire in cima al campanile romanico cilindrico e bizantineggiante che sembra uno sputnik di mattoni. E’ un paese di porte rialzate, gli usci dei morti, in cui facevano passare i defunti affinché lo spirito della morte smettesse di aleggiare nelle case, e di torri "tatuate" degli stemmi vicari poi cancellati dai francesi. Oltre che di santi esorcisti e agrimensori, come Florido e Amanzio, ai quali è consacrata la cattedrale più visitata dai malati di emicrania che si fanno sfiorare dalla corona di S. Crescenziano. In fondo, questa è terra di fiumi e di geni. Se fosse nato altrove, forse Alberto Burri non avrebbe travolto il panorama artistico del ‘900 coi suoi quadri gobbi, i legni, le lamiere, il cellotex.

Al tramonto, si sale tra i colli tappezzati di poderi accarezzati dal rosso carminio del sole, per ammirare la valle da Monte S. Maria Tiberina, un villaggio turrito sulla destra del Tevere, così potente nel Medioevo da battere moneta grazie alla famiglia dei Marchesi Bourbon del Monte. Oggi come allora, la vista dalla Pieve è così idilliaca da sembrare finta. Indimenticabile appare anche il panorama della Valle del Carpina che si gode dall’alto di Montone, qualche chilometro più a sud. Questo borgo di soldati e armaioli diede i natali a Braccio Fortebracci, il valoroso capitano di ventura che tentò di unificare l’Italia centrale. Dotato di una memoria prodigiosa, spietato coi nemici, ma avido lettore di classici latini, fu cantato anche da Alessandro Manzoni ne Il Conte di Carmagnola – "Braccio… che per tutto ancora con maraviglia e con terror si noma".

A Umbertine, il Tevere gonfio d’acqua, superata la rocca dalla torre quadrata, fa un ultima danza, si infila sotto il ponte della ferrovia, saluta e se ne va dall’Alta valle. E così non resta che ammirare la "Deposizione della Croce" di Luca Signorelli nella Chiesa di Santa Croce, prima di fare il percorso a ritroso e salire all’Osservatorio astronomico di Coloti. Nel buio assoluto, un manto di stelle infiamma coi suoi dardi di luce questo spicchio d’Umbria.

Fonte: www.lastampa.it

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