L’Opera House di Sydney compie 40 anni

Quarant’anni da icona assoluta di un Paese e di un continente. E non proprio di una landa anonima e priva di attrattive, ma di quell’Oceania in cui la natura raggiunge picchi di bellezza e di biodiversità che hanno pochi eguali. I simboli da scalzare erano meraviglie come Uluru o la Barriera Corallina, la scogliera degli Apostoli vicino a Melbourne o il Milford Sound, in Nuova Zelanda, magico incrocio tra un fiordo norvegese, asperità alpine e tinte tropicali.

Quarant’anni da icona assoluta di un Paese e di un continente. E non proprio di una landa anonima e priva di attrattive, ma di quell’Oceania in cui la natura raggiunge picchi di bellezza e di biodiversità che hanno pochi eguali. I simboli da scalzare erano meraviglie come Uluru o la Barriera Corallina, la scogliera degli Apostoli vicino a Melbourne o il Milford Sound, in Nuova Zelanda, magico incrocio tra un fiordo norvegese, asperità alpine e tinte tropicali.

Per non parlare di canguri, koala, kiwi e… piccoli diavoli (della Tasmania). Una concorrenza ambientale fortissima, per un manufatto neppure ascrivibile a un genio del Medioevo o del Rinascimento. Ma l’Opera House di Sydney, con le sue "vele" idealmente collocate nel mezzo della baia, quasi a solcarla, ce l’ha fatta. Domenica, il capolavoro del danese Jorn Utzon festeggia il quarantesimo compleanno: fu inaugurato il 20 ottobre 1973 dalla regina Elisabetta (nella foto, un momento del suo discorso). Alle celebrazioni prenderanno parte i discendenti del progettista nordico, ultimi di una dinastia che sforna architetti da quattro generazioni. Unico possibile incomodo, gli incendi boschivi: come ormai accade sistematicamente ogni anno, stanno già flagellando – e siamo appena ad inizio primavera – i grandi parchi che circondano la più grande città australiana, in particolare le Blue Mountains. La coltre di fumo prodotta dalla combustione ha letteralmente coperto la città, depositando ceneri rossastre anche sulle guglie del teatro. Uno scenario da Mad Max che rischia di rovinare la festa.

 Quarant’anni da icona, si è detto.. ma sono persino di più. Le cartoline con l’innovativo, originalissimo edificio, per creare il quale ci vollero 18 anni (14 per la costruzione, oltre ai 4 trascorsi dal momento in cui partì la gara all’apertura dei cantieri), venivano già stampate – e spedite – a fine anni Sessanta, a lavori ancora in corso. E a chi le riceveva, di norma da parenti emigrati o da amici che per lavoro solcavano gli oceani, quelle forme mai viste scatenavano immediatamente un moto dell’animo: quell’
 
Australia dreaming che solo pochi e dopo decenni riuscivano a coronare. E dire che la sua genesi fu tutt’altro che esente da problemi e polemiche. Della lunghissima gestazione s’è detto. Il concorso per creare la nuova casa dell’Opera fu indetto nel 1955. Jorn Utzon se l’aggiudicò a sorpresa tra 233 partecipanti nel 1957. Il progetto presentava una miriade di "prime" assolute nell’architettura, ma questo aveva i suoi costi. E i 7 milioni di dollari australiani stimati all’inizio levitarono addirittura a 102: tanto che per finanziare il completamento dei lavori ci volle una lotteria di stato. Non era neanche tutta colpa dell’architetto danese, che, nel 1966 abbandonò il progetto per contrasti con l’allora nuovo governo del New South Wales: se è vero infatti che i costi, già saliti su valori dell’ordine dei 25 milioni di dollari, furono tra le cause dei contrasti, questi fecero l’ulteriore, drammatico balzo dopo la cacciata del designer. Colpa, a quanto pare, della profonda revisione cui fu sottoposto l’interno del teatro, dove solo una delle sale coincide con il progetto originale. Utzon non fu neanche invitato alla cerimonia inaugurane, e non vide mai l’opera completata. Ottenne il Pritzker nel 2003 e riconoscimenti tardivi, se non addirittura postumi (è scomparso nel 2008) dal governo australiano.

Quarant’anni da icona, e fu subito chiaro che sarebbe andata così. Già nel 1960, infatti, Paul Robeson, cantante afroamericano appena riemerso da anni di persecuzioni maccartiste, salì sull’edificio in costruzione, dalle impalcature ed esibirsi lì prima di chiunque altro: cantò Old Man River dal tetto. A livello progettuale, novità e première non si contano. L’Opera House fu tra i primi edifici al mondo a essere pensato impiegando l’analisi al computer: per decidere la configurazione definitiva della grande vela, vennero utilizzate almeno 12 approssimazioni successive della struttura delle "conchiglie" che l’avrebbero composta. Per creare una struttura enorme senza colonne, furono studiate tre diverse forme per le ondulazioni del soffitto, a  "T" a "Y" e a "V", ognuna funzionale alle diverse pressioni che sarebbe andata a sostenere: anche grazie a questo, il punto più alto del tetto raggiunge 67 metri. Disteso in mezzo al mare, il veliero camuffa molto bene le proprie misure, ma il suo sito sarebbe in grado di contenere otto Boeing 747. Il tetto è coperto di oltre un milione di mattonelle, per un’estensione di 1,56 ettari. Il vetro colorato delle enormi finestrature (oltre 6mila metri quadri) fu ordinato su misura, con una tonalità ad hoc, dagli specialisti francesi di BSN – l’industria di produttori di vetro che poi diventò la Danone. Dalla Francia arrivarono anche le due gru create ad hoc. Il megacantiere sulla baia diede complessivamente lavoro a 10mila addetti.

 Quarant’anni da icona. E da simbolo culturale. Sembra quasi ovvio che uno dei più autorevoli tributi a Jorn Utzon sia arrivato da Frank Gehry. Non è infatti troppo osé considerare il Guggenheim di Bilbao uno dei grandi figliocci dell’Opera House, l’edificio-icona capace di raccoglierne il testimone, un quarto di secolo dopo. Allo stesso modo, non è così audace definire il grande danese, al di là delle sue stesse intenzioni, come l’archetipo dell’archistar, di cui oggi il designer di Toronto è una delle incarnazioni più eclatanti. "Utzon costruì un edificio molto avanti rispetto ai tempi – disse Gehry durante la consegna del Pritzker al collega -. Riuscì a perseverare passando attraverso campagne mediatiche straordinariamente negative, fino a creare un edificio che ha cambiato l’immagine di un’intero Paese. E’ la prima volta nella nostra era che un pezzo "epico" di architettura ha saputo conquistare una presenza universale". E se è vero che i massimi detrattori – oggi – dell’edificio sono le compagnie teatrali che vi si esibiscono – secondo i difensori di Utzon i i limiti di funzionalità sarebbero da attribuire alle modifiche successive al suo abbandono – l’Opera del New South Wales è da sempre grande fonte di ispirazione per artisti e scrittori locali. Assieme all’Harbour Bridge, l’imponente ponte nato una quarantina di anni prima, molto in anticipo sui tempi, con cui "dialoga" sulla baia, ha rivoluzionato un tessuto urbano che, a dispetto della felice posizione orografica, sembrava la brutta copia di una città industriale inglese dell’Ottocento. E c’è chi si spinge oltre, attribuendo all’Opera House il merito di aver "cambiato l’identità culturale" dell’Australia. A suggellare tutto questo, nel 2007, l’iscrizione alla lista World Heritage dell’Unesco, a fianco dell’Acropoli, della Torre di Pisa, della Grande Muraglia e del Taj Mahal.

Quarant’anni da icona: e i profitti cresceranno sempre più. Ogni anno, l’Opera House attira 1,2 milioni di persone, sotto forma di uditorio dei suoi spettacoli. Ma i turisti che lo visitano come attrazione sono addirittura 8,2 milioni (più della Torre Eiffel, che arriva a 7 milioni; il Colosseo supera di poco i 5). Una recente indagine dell’agenzia di consulenze Deloitte, su australiani e su turisti perlopiù dell’area pacifica ha appunto identificato l’Opera come il "miglior brand" australiano, migliore della stessa Australia. Un’altra di Young and Rubicam, condotta poco prima sugli australiani, lo aveva identificato, tra gli australiani, come il brand più distintivo, davanti nientemeno che all’iPhone. Tra gli altri dati emersi dallo studio Deloitte, la disponibilità dei potenziali spettatori di concerti e lirica a pagare fino al 22 per cento più del dovuto per uno spettacolo, quando questo si tiene sotto le vele che guardano ai Royal Botanical Gardens. E considerati i 550 milioni di euro che l’Opera ha portato nell’economia locale nell’ultimo anno (470 per mano dei turisti), e il previsto raddoppio dei flussi turistici verso l’Australia, nell’arco dei prossimi 20 anni, Deloitte ha alla fine calcolato il "valore" della struttura. Ebbene, il teatro oggi vale 4.6 milardi di dollari australiani (3,25 miliardi di euro). I 102 milioni di dollari australiani di un tempo, infatti, al cambio attuale, vanno incrementati di un fattore 8, a 823 milioni. All’ipotetico prezzo della "muratura" va poi aggiunto quello del terreno circostante: si sale così a 2,6 miliardi, in divisa locale del 2013. C’è però ancora da considerare il valore aggiunto: quello, appunto, del brand, somma degli introiti che la struttura produce e di quell’"intangibile plus "culturale, iconico e di identità nazionale" che la rendono unica. E l’ipotetico assegno che il magnate asiatico di turno volesse staccare raddoppia ancora (o quasi). Parola di analista.

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