Lisbona e il Fado

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In principio fu Maria Severa, la prima grande figura di cantante di fado. Ma è con Amália, soprannominata non a caso "a alma do fado", che il genere musicale portoghese per eccellenza raggiunge il suo apice. Tra cimeli storici e locali dove ancora sopravvive l’autentica tradizione fadista, un viaggio alla scoperta dei quartieri più antichi della capitale lusitana. Magari a bordo di un tram d’altri tempi.

In principio fu Maria Severa, la prima grande figura di cantante di fado. Ma è con Amália, soprannominata non a caso "a alma do fado", che il genere musicale portoghese per eccellenza raggiunge il suo apice. Tra cimeli storici e locali dove ancora sopravvive l’autentica tradizione fadista, un viaggio alla scoperta dei quartieri più antichi della capitale lusitana. Magari a bordo di un tram d’altri tempi.

Persiane smaltate di verde. Pareti intonacate color ocra. Il sottoscala è decorato da azulejos e dove una volta gli amici artisti depositavano cappotti e strumenti, adesso c’è una cassiera che stacca biglietti, vende dischi e modesti souvenir. È la casa dove visse Amália Rodrigues, a Lisbona in rua São Bento, al civico 193. Da quando è stata aperta al pubblico è diventata una piccola "Fatima del fado". Chi lo conosce a fondo asserisce che il fado è una ferita che canta. Mafalda Arnauth, l’ennesima giovane fadista condannata dalla critica a indossare i panni dell’erede di Amália, ci rivela che «in portoghese esiste una parola che riesce a definire nello stesso tempo passato e futuro: Amàlia».

AMÁLIA, A ALMA DO FADO
Ad accompagnare il visitatore nella leggendaria casa di rua São Bento ci sono i ritratti che pittori amici, come Maria de Lourdes Ribeiro (Maluda) e Menez, hanno regalato alla padrona di casa. La tavola è apparecchiata, come se lei aspettasse i numerosi ospiti che abitualmente frequentavano la sua casa. In salotto, steso su una chitarra portoghese adagiata sul divano, uno dei primi scialli neri della cantante. Un indumento diventato una sorta di divisa per tutte le fadiste. Non a caso scialli sono esposti anche al Museu do Fado. Ci si trovano gli strumenti tipici, come la guitarra portuguesa, il baixo, la viola di fado, e una serie di pannelli illustrativi e audiovisivi che coinvolgono il visitatore. Lo spazio museale è nell’Alfama, il cuore vecchio di Lisbona.

TRA LE VIE DELLA CITTÀ, SUL TRAM 28
Dalle rive del fiume Tago si sale per vicoli sbriciolati, polverosi, fitti di casette levigate dal vento dell’Oceano. I portoni incorniciati, i palazzi, raccontano di un antico dominio sul mondo a cui oggi si sono sostituite delle piccole griglie, poggiate contro i muri scrostati. Griglie nere di grasso bruciato negli anni e su cui, nel pomeriggio si arrostisce il bacalhau e la sardina. Il fumo dell’odore di pesce sale per i vicoli dell’Alfama insieme al 28. Da queste parti lo chiamano elèctrico, in pratica è un tram d’altri tempi che attraversa tutta la città. Scesi dal tram ci si rende subito conto che non è mai il visitatore a decidere dove andare, ma è il piegare di una via, un ripido saliscendi, uno scorcio di passata bellezza a condurlo. Inevitabilmente si finisce nelle vicinanze del castello di São Jorge, che fa bella mostra di sé sulla collina più alta di Lisbona.

La via più veloce per scendere nella Baixa è percorrere le ripide strade della Mouraria, uno dei quartieri più tipici della città. Don Alfonso Henriques lo concesse ai mori dopo aver riconquistato la città agli arabi nel 1147. Il nome, mutuato dalla parola mouro (moro), arriva dall’altra sponda del Mediterraneo ed è la conferma che ci troviamo in una società dove regna il meticciato. A partire dalla lingua. Il portoghese è tutto un congiungersi, un fluire insieme, una soppressione dei confini tra le parole, della separazione fra le vocali, a favore di un canto infinito. E le parole stesse, non di rado, arrivano da lontano. Anche oggi per ordinare una banana dal fruttivendolo si usa una parola mandinga importata dalla Guinea. Per indicare il timbro postale è utilizzato un termine di chiara origine africana: carimbo. Le almondegas, gustose polpettine di carne, quando venivano mangiate dai mori si chiamavano al munduqa. E la parola alface (lattuga), che arriva dall’arabo alHaSa, è servita per coniare l’espressione alfacinha, un termine che è il soprannome con cui sono stati battezzati gli abitanti di Lisbona.

LISBONA, CITTÀ D’OLTREMARE
A cinque secoli dal trattato di Tordesillas, con il quale Spagna e Portogallo sancirono la spartizione del mondo da scoprire, a Lisbona continua a sopravvivere, più che nelle altri capitali coloniali d’Europa, un’impronta d’oltremare. Lo si capisce passeggiando in un centro commerciale che non a caso si chiama proprio Mouraria. Varcarne la soglia significa trovarsi catapultato improvvisamente nel cuore di una grande città del sud del mondo. I profumi delle spezie che arrivano dai fast food del semi interrato, la penombra che sembra avere il sopravvento sulla luce artificiale e la pressoché totale assenza di avventori bianchi, creano in un primo momento una sensazione di smarrimento. Poi, come se si trattasse delle lenti di una macchina fotografica, le sensazioni vanno a fuoco automaticamente. Nel centro del magazzino una scala porta ai vari piani dove, addossati alle pareti, si trovano decine di negozietti. Parrucchieri afro, drogherie dove campeggiano confezioni di olio di palma, ortolani che espongono patate dolci, manioca e manghi che arrivano dalla Guinea. Un profluvio di bancarelle che offrono magliette in puro acrilico del sud est asiatico. Negli ultimi anni i cinesi hanno preso il sopravvento e oggi controllano circa l’80% dei punti vendita della Moureria. Capoverdiani e angolani hanno spostato i loro business nei bairros della periferia, come Cova de Moura.

FADO, DAL PASSATO AL PRESENTE
La storia della Lisbona di domani sarà scritta proprio in questi quartieri. Ma è in quelli come la Mouraria che si è scritta quella di ieri. Nei secoli XII e XIII qui erano ancora in funzione due moschee. Una supplica musulmana del 1471 al re ricordava che la Mouraria era circondata da mura e che i residenti serravano i cancelli durante la notte. Venticinque anni dopo tutti i non cristiani furono costretti a convertirsi: l’alternativa era lasciare il Paese. Nel XIX secolo la Mouraria era conosciuta per le sue prostitute, squallide tascas e i locali di fado. Non è un caso, come ricorda una piccola lapide, che proprio qui, nel 1820, fosse nata Maria Severa, identificata come la prima grande figura di cantante di fado. Cantava nel locale di sua madre, una donna conosciuta da tutti come "la Barbuta", tenutaria di quello che si potrebbe definire un incrocio tra una trattoria e un bordello. Una voce talmente affascinante, quella di Maria Severa, che riuscì a sedurre l’aristocratico Conte di Vimioso, con il quale ebbe una love story clandestina, capace di oltrepassare le barriere di classe e per questo assolutamente inaccettabile per l’epoca.

Alla Mouraria gestivano una taverna anche i genitori di Mariza, una delle nuove stelle del fado che, guarda caso, è nata in Mozambico. La cantante passa spesso nel quartiere e una delle sue mete preferite è un calzolaio che ha inventato la "grafica del fado": intarsi geometrici che richiamano ancestrali tratti grafici africani. In fin dei conti, come scrisse il poeta Josè Règio, «il fado è nato il giorno in cui un marinaio, la cui nave traccheggiava al largo delle coste africane, sentendosi triste cominciò a cantare».

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