Le strade più belle al mondo

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Forse Fernanda Pivano, con i suoi occhi buoni e troppo spesso velati, sorriderà della coincidenza. Proprio nelle ore del cordoglio, dell’assenza, il National Geographic se ne esce con la classifica delle 50 strade più affascinanti della Terra. Suona in qualche modo simbolico, per chi ha davvero vissuto – molto più che tradotto – on the road. Sulla strada.

Forse Fernanda Pivano, con i suoi occhi buoni e troppo spesso velati, sorriderà della coincidenza. Proprio nelle ore del cordoglio, dell’assenza, il National Geographic se ne esce con la classifica delle 50 strade più affascinanti della Terra. Suona in qualche modo simbolico, per chi ha davvero vissuto – molto più che tradotto – on the road. Sulla strada.

Quella del National Geographic, come tutte le classifiche, è fatta apposta per scontentare. Perché quella strada lì c’è e quell’altra no? Non si sa. Le classifiche funzionano così, da molto prima che Nick Hornby ce lo spiegasse. Su 50 trip, i percorsi europei sono solo quattro. La «strada dei fiori in Olanda»; le scogliere e i villaggi di pescatori della Cornovaglia inglese; il tratto che collega Isle-sur-la-Sorgue ad altri piccoli avamposti della Provenza, profumo di mare e l’uva Grenache a segnarti il cammino; e infine, unica italiana, la «via dei limoni» della Costiera Amalfitana. Bella al punto che noi italiani, così distratti, quasi non ce ne accorgevamo.

Poca Europa, probabilmente. E troppa America, altrettanto probabilmente. Kentucky, Texas, Massachusettes, Luoisiana, South Dakota. Un esercito di strade a stelle e strisce, ma del resto il coast to coast è roba loro. Ci sarà un motivo se Jack Kerouac cominciò quel viaggio nel ‘47 in Nord America. Mica nella Mitteleuropa.

Si parla di strada, quindi grandi spazi. Suggestioni: emozioni, soggettività. Il pedale che spinge e la mente che vaga. Non contano più storia e monumenti. Roba vecchia. Qua è diverso, tutta una questione di folgorazione. Natura, foreste, parchi. Scogliere, abissi. L’ineluttabile, l’insondabile. Ecco perché, nella classifica, non possono mancare le città fantasma del Colorado, la Florida più misteriosa o – se proprio siete in cerca di uomini – i sentieri del blues. Sperando di incontrare Robert Johnson, o anche solo di non sbagliare l’incrocio col destino (come successe a lui).

Non che la strada sia americana, ma la geografia li aiuta. Georgia, Vermont, la Hudson Valley. Oppure l’Alaska, dove trovò la morte un altro viaggiatore in overdose da spazi aperti, quel Christopher McCandless che ha ispirato «Into the wild». Lo trovarono a 24 anni, nel Parco Nazionale di Denali. Morto di stenti e di veleno (una bacca con cui si sostentava). Eppure, chissà come, sereno. «Ho vissuto una vita felice, e ringrazio il Signore. Addio, e possa Dio benedirvi tutti». Fu una delle ultime cose che scrisse.

A volte gli on the road funzionano così. Si comincia con un sogno e si finisce impigliati nell’utopia dell’ultima frontiera. Il National Geographic segnala non pochi scorci del Canada. Anche Gilles Villeneuve era canadese. Anche lui era un seguace (inconsapevole) di Kerouac. Crebbe nei ghiacci, dominando la neve a suon di testacoda. Sbarcato in Europa e coperto d’oro, capì troppo tardi che Zolder non aveva lo stesso concetto disinvolto di gravità.

Fortunatamente, il più delle volte, la strada è solo una scorciatoia per immaginarsi viaggiatori. Nulla di traumatico, al massimo un po’ di disillusione. Come un hangover dell’anima: il tornare coi piedi per terra. «Non esiste una strada verso la felicità, la felicità è la strada». Lo diceva Confucio, che di viaggi verosimilmente s’intendeva. Felicità, per il National (e non solo), è imbattersi nei sentieri dei Navajos, le uniche terre – dell’Arizona – in cui Tex Willer e il suo pard Kit Carson accetterebbero di vivere. Felicità è il Mount Hood nell’Oregon, il Mississippi River nel Midwest. O tutto quello che, a distanza di più di trent’anni, farebbe scrivere ancora a Bruce Springsteen «Born to run». Nati per correre. Per correre e per inseguire fantasmi, siano essi di Tom Joad o del sogno americano.

Messa così, la strada sembra solo una questione americana. Non esattamente. Il fatto è che gli americani, del viaggio, hanno un’idea dinamica. Spesso estrema. Scriveva William Burroughs: «La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili». Appunto. Gli americani si muovono. A volte un po’ a casaccio, ma si muovono. Sempre. Cercano, esplorano, oltrepassano. Ecco perché, anche nella playlist del National Geographic, hanno la maggioranza.

E gli europei? Anche loro viaggiano, ma con un’idea diversa: più compassata. Bussola e fuso orario non coincidono. Eppure, con la strada, si rapportano di continuo anche loro. Con la strada si confrontò un sognatore come Federico Fellini, della strada parlò un razionalizzatore come Giorgio Gaber: «C’è solo la strada su cui può contare/ la strada è l’unica salvezza».

E di strade sono piene i libri di José Saramago, che da qualche parte a Lanzarote sbufferà perché il National Geographic non ha neanche accennato al Portogallo. Per lui il viaggio non finisce mai: «Solo i viaggiatori finiscono». La fine di un viaggio è l’inizio di un altro. Occorre subito ripartire, vedere quel che non si è visto, riscoprire quel che nel frattempo è cambiato. «Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre». Perché il viaggiatore ritorna subito. Con o senza classifiche.

Fonte: www.lastampa.it

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