Le rovine di Cuzco

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L’ombelico del mondo. E’ Cuzco, l’antica capitale dell’impero Inca, raccolta tra le vette a 3300 metri di quota. Pare che la sua pianta disegni un giaguaro, in realtà al viaggiatore sprovveduto che la guarda dall’aereo potrà sembrare una stella un po’ schiacciata, e questo basterà a confermare il suo fascino.

L’ombelico del mondo. E’ Cuzco, l’antica capitale dell’impero Inca, raccolta tra le vette a 3300 metri di quota. Pare che la sua pianta disegni un giaguaro, in realtà al viaggiatore sprovveduto che la guarda dall’aereo potrà sembrare una stella un po’ schiacciata, e questo basterà a confermare il suo fascino.

Arrivando da terra la notte, dopo le centinaia di chilometri di tornanti e curve vertiginose in mezzo agli altopiani, quando si avvistano le luci tonde delle strade, si stenta a credere che in mezzo a tutto quel nulla esista una città dove hanno abitato per secoli prima gli incas dell’imperatore Pachacutec, poi gli spagnoli di Pizarro.
Cuzco è città dalle mille anime: quella inca, sotterranea, delle fondamenta in pietra, dell’antico tempio di Qorikancha, della pietra poligonale dai 12 lati, quella che si legge sulle facce della gente e nei colori dei tessuti artigianali.

E poi c’è quella coloniale, con la cattedrale e i palazzi di Plaza de Armas. Infine, le più recenti: la turistica, che fa pullulare le vie di piccole agenzie che organizzano viaggi nella Valle Sacra e a Machu Picchu, trekking sull’Inca Trail, che vendono cartoline di lama e bambini in costume, e quella un po’ bohémien del quartiere di San Blas, ritrovo di artisti e di chi fa rivivere antichi mestieri.

La luce è intensa per le ripidissime strade acciottolate. Se non si è ancora abituati alla quota sarà bene fermarsi, salendo sulla Cuesta San Blas, a El Buen Pastor, per un dolcetto speziato e un mate di coca ben carico. Ogni tanto nei vicoli, tra le case bianche egli stretti balconi colorati, si incontra qualche lama, subito fotografato da gruppi di turisti inattesa di muoversi per Machu Picchu. Per vedere un mercato autentico, ma non per comprare oggetti artigianali, fate un giro al Mercado central, vicino alla stazione di San Pedro. E non dimenticatevi, pur ansimando per la pendenza, di alzare gli occhi spesso, perché il panorama sulle montagna allarga il cuore. Qui si inizia a sentire quella sensazione di essere un piccolo granello di mondo, che si farò sentire sempre più forte tra la Valle Sacra e Machu Picchu.

Per avere un assaggio di El Valle Sagrado, Pisaq è un ottima base. Ci si può arrivare con un taxi o un autobus da Cuzco. E’ un angolo rurale di Ande, tra terrazzamenti coltivati sul fianco delle montagne e il corso tortuoso del fiume Urubamba, in una zona in cui i nomi geografici suonano evocativi di musiche tribali. Pisaq ha un mercato colorato e chiassoso nella piazza centrale, intorno a un albero antico dalla strana foggia cascante. Dopo aver scelto un morbidissimo poncho o una sciarpa avvolgente, è piacevole allontanarsi dal rumore svicolando in une delle stradine laterali che portano verso i campi. Sul selciato simboli colorati, più lontano ruscelli, caprette e maialini.

A qualche chilometro dal paese, sulla sommità di una collina, si stagliano le rovine della cittadella inca. Il giro del sito archeologico è piuttosto lungo, e se ne può approfittare per restare fino al tramonto, quando la luce calda illumina di taglio la pietra. Qui gli incas hanno scavato passaggi dentro la roccia, ripidissime scalinate e canalizzazioni d’acqua ancora funzionanti. Si possono ripercorrere i perimetri dei templi, e osservare come le pietre fossero perfettamente incastrate tra loro, senza usare malta. Un livello ingegneristico elevatissimo, che ha permesso a queste mura di resistere per secoli anche in zone sismiche.
Qualche chilometro più a nord, raggiungibile cambiando minibus colectivos a Urubamba (non preoccupatevi di perdervi, i conducenti grideranno la destinazione tanto forte che è impossibile non capire quale prendere) c’è Ollantaytambo. Un altro villaggio raccolto intorno a una piazza e, più in alto, massicce mura inca a gradoni. La fortezza è famosa perché è uno dei pochi luoghi in cui i conquistadores furono sconfitti. Da qui parte il trenino blu che sferragliando nel verde porta a Machu Picchu, o meglio Aguas Calientes, dove arriva la ferrovia.

Aguas Calientes è un po’ triste, nata esclusivamente sul turismo, ma vale la pena arrivarci la sera per dormire lì e partire in fretta per Machu Picchu il giorno dopo. Alle rovine della città perduta è meglio arrivare all’alba, magari dopo aver accettato una fetta di torta dalle cholitas (signore di campagna), che aspettano alla fermata dell’autobus. Bisogna arrivare così presto perché il sorgere del sole su quelle pietre è un vero spettacolo, con le montagne altissime tutt’intorno, la giungla verde appena più in là e, in fondo allo strapiombo, l’Urubamba. E, soprattutto, quando è presto non sono ancora arrivati troppi visitatori, e ci si può godere appieno l’atmosfera della cittadella misteriosa. Nessuno ne parla nelle cronache spagnole, e nessuno la conosceva fino al 1911, quando lo storico Bingham vi arrivò per caso e la strappò metro per metro alla foresta che l’aveva inghiottita.

Città di sole donne sacerdotesse? Residenza reale di campagna? Centro astronomico? Qualunque cosa fosse, quasi di sicuro ai tempi della conquista spagnola era già stata abbandonata. La superficie da visitare è vasta e su più livelli, e a mezzogiorno il sole è impietoso. Meglio dunque iniziare in fretta: a sinistra l’area religiosa, con il Tempio delle tre finestre e l’Intihuatana, il "palo dove si impiglia il sole", usato dagli astronomi inca per calcolare i solstizi; dall’altro la zona profana, con le abitazioni, i laboratori e le prigioni. Tutt’intorno, pochi alberi bassi ed erba brucata da lama paciosi. Per gli amanti delle camminate, da qui si può partire per la montagna di Wayna Picchu e il Tempio della Luna. Per tutti gli altri, la veduta di Machu Picchu dall’alto della capanna del custode, pur vista mille volte su poster e cartoline, resta molto emozionante. Affrettatevi a vederla di persona, perché i turisti sono così tanti che secondo uno studio giapponese la stabilità della montagna sacra sarebbe in pericolo.

Dove mangiare:
A Cuzco, Pachapapa, Plaza San Blas 120: zuppa di agnello alla cuzqueña, patate dolci in mille versioni, spezzatino di maiale; Victor Victoria, Tigre 130: insalate piccanti per antipasto, patate alla huancaìna (cioè con salsa al formaggio), ajì de gallina (pollo sminuzzato con salsa piccante di noci)
A Pisaq, Mullu, Plaza Constituciòn: sopra una galleria d’arte, i suoi tavolini colorati si affacciano sulla piazza del mercato. Deliziosi i succhi di frutta fresca e i frappé
Ad Aguas Calientes, Indio Feliz, Lioque Yupanqui 4: ristorante accogliente gestito da una coppia franco-peruviana. Ottime le trote dell’Urubamba al frutto della passione, e il Pisco Sour (distillato d’uva, succo di lime, zucchero e albume d’uovo) per cominciare.

Fonte: www.lastampa.it

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