Le biblioteche del Sahara

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Il Sahara è il deserto del nostro immaginario. Sconfinato e misterioso, evoca scenari immobili e desolati. Eppure, per secoli, questa natura così aspra è stata un vivace trait d’union fra popoli e civiltà. Ancora oggi, fra le dune del sud del Marocco e della Mauritania, del Mali e del Niger, si nascondono le tracce di un sapere che ha attraversato i secoli oltre che le infuocate distese del deserto.

Il Sahara è il deserto del nostro immaginario. Sconfinato e misterioso, evoca scenari immobili e desolati. Eppure, per secoli, questa natura così aspra è stata un vivace trait d’union fra popoli e civiltà. Ancora oggi, fra le dune del sud del Marocco e della Mauritania, del Mali e del Niger, si nascondono le tracce di un sapere che ha attraversato i secoli oltre che le infuocate distese del deserto.

Un tesoro fragile assediato dalle sabbie, consumato dal tempo. Un tesoro di carta che racchiude la memoria del mondo arabo e islamico. Migliaia e migliaia di manoscritti spesso inesplorati, custoditi o abbandonati nelle scuole religiose, nelle moschee, nelle case delle famiglie borghesi, ricordano i tempi in cui i calligrafi erano pagati fior di cammelli e i libri venduti a peso d’oro. E raccontano secoli di storia, scienza, cultura. La storia scritta dalle popolazioni dell’Africa sahariana e saheliana. Diversa da quella, nota nel mondo occidentale, dei colonizzatori.

A pensarci, sembra un po’ bizzarro per chi non conosce l’arabo affrontare lunghi viaggi per vedere pagine che non si potranno mai leggere. Alcuni raffinati testi, è vero, sono ricchi di suggestioni anche sotto l’aspetto figurativo. Immagini, decorazioni, ori, caratteri sinuosi che sembrano ricami. Però i più sono solo pergamene e carte solcate da vecchi inchiostri, che danno l’impressione di poter evaporare da un momento all’altro come bolle di sapone.

Ciò che ripaga la fatica è allora forse in buona parte proprio l’enigma che avvolge questo percorso verso la conoscenza, questo territorio tutto da scoprire ma per noi impenetrabile. Arrivare ai manoscritti è un’impresa. Tranne quelli conservati in Medio Oriente, gli altri sono sparsi qua e là nel deserto, nelle città sorte nelle oasi e lungo le rotte carovaniere, un tempo importanti centri commerciali, religiosi e culturali, luoghi di incontro di uomini di fede, scienziati, filosofi.

Un’antica biblioteca è a Tamegroute, piccolo villaggio del Marocco situato, secondo un cartello della zona, a cinquantadue giorni di cammello da Timbuctu. E proprio a Timbuctu, in Mali, e a Chinguetti, in Mauritania, ci sono le principali biblioteche del Sahara. Circondate dal nulla, isolate dal resto del mondo, queste città in passato splendide sono oggi ridotte a un pugno di case in balia del deserto. Tanto che al primo impatto appaiono eteree. Pallide e sfuggenti come i granelli di sabbia che invadono le loro strade. Ben presto, però, conquistano, con il loro delicato fascino sospeso fra realtà e mito.

Timbuctu è un punto estremo delle mappe mentali. Il lontano per eccellenza. In effetti raggiungerla non è semplice. Via terra, in fuoristrada, si devono affrontare piste sconnesse, chilometri che si dilatano all’infinito. Poi, però, si prova un certo orgoglio a essere parte di chi è arrivato fin laggiù. Lo sa bene l’Ufficio del Turismo, che mette sul passaporto dei visitatori un timbro della città: testimonianza certa di esserci stati, sulle orme di tanti illustri predecessori. Da Ibn Battuta, esploratore marocchino che vi giunse nel 1353, a Leone l’Africano, geografo arabo, secondo il quale nel Cinquecento i libri rendevano più di ogni altra merce, fino all’esploratore francese René Caillé che, dopo mille peripezie, nel 1828 mise piede nella città e restò deluso. Come deluso, ancora oggi, è chi cerca una metropoli fastosa.

Ma Timbuctu ammalia i sognatori. Con il silenzio enigmatico delle sue viuzze, l’atmosfera incantata delle sue case sperdute. Un fascino che filtra dagli antichi manoscritti, dalle particolari moschee in fango cosparse di aculei in legno. E si alimenta nell’espressione fiera e vagamente misteriosa dei tuareg avvolti nei lunghi burnus, nelle voci cantilenanti dei bambini che studiano il Corano nella medersa, nell’aroma del pane da gustare caldo, appena uscito da uno dei forni in argilla che sono nelle vie. Poco fuori la città, le prime dune del Sahara sonoancora oggi tappa delle carovane tuareg.

Di qui, verso ovest, un migliaio di chilometri di nulla e alla fine ecco Chinguetti, settimo luogo sacro dell’Islam e capitale spirituale dell’attuale Repubblica Islamica di Mauritania. Racchiusa tra le dune dell’Adrar, la città è ricca di passato. Ma il presente annaspa nella sabbia. Nella sua parte storica è un luogo fantasma, solo l’antica moschea è agibile. Fra le case semidiroccate sabbia, sabbia ovunque. Gli abitanti ora vivono un po’ più in là.

 Se oggi il vero nemico di Chinguetti è proprio quel deserto che le aveva dato vita, il declino è stato determinato dall’avanzata coloniale, che all’inizio del ‘900 ha escluso dalle vie commerciali le antiche città carovaniere. Così, rimangono solo tracce sbiadite dei gloriosi tempi in cui nelle zaouia – centri di cultura e insegnamento islamico – e nelle abitazioni dei sapienti si studiava, quando le mahadra, scuole nomadi maure, avevano le loro biblioteche viaggianti. Tracce che però pian piano si insinuano nel visitatore. Il vero cuore di questa oasi insabbiata si scopre andando di casa in casa, dove giovani dal portamento elegante, avvolti in tuniche e turbanti, mostrano i libri di famiglia.

Il rumoroso rito dell’apertura dei chiavistelli in legno che proteggono le stanzette semibuie sembra simboleggiare il dischiudersi dell’accesso a un sapere che si svela lento, come lento è il suo consumarsi. L’itinerario è suggestivo, però i libri sono in pericolo. Andrebbero raccolti in una sede adeguata, catalogati, restaurati. Non è facile convincere tutte le famiglie a separarsene, ma questi manoscritti devono essere salvati.

Fonte: www.repubblica.it

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