Las Vegas – Apre il museo della Mafia

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Un museo della storia della mafia. Con tanto di parete originale del garage di Chicago dove la gang di Al Capone cancellò la banda rivale del nord della città in quello che il mondo conosce come il Massacro di San Valentino. E tanti altri "cimeli" dal fascino macabro, come le sedie elettriche utilizzate in esecuzioni storiche, pistole, e altri più semplicemente descrittivi del modus operandi della criminalità organizzata.

Un museo della storia della mafia. Con tanto di parete originale del garage di Chicago dove la gang di Al Capone cancellò la banda rivale del nord della città in quello che il mondo conosce come il Massacro di San Valentino. E tanti altri "cimeli" dal fascino macabro, come le sedie elettriche utilizzate in esecuzioni storiche, pistole, e altri più semplicemente descrittivi del modus operandi della criminalità organizzata.

Il tutto non poteva che nascere a Las Vegas, la metropoli dei lustrini e delle attrazioni kitsch, ma anche il terreno dove la mafia, o meglio il Mob, ovvero le varie criminalità organizzate degli Usa, attecchirono, emigrando dal Nord-est del Paese, trovando nelle sale da giochi della capitale del deserto del Nevada l’humus ideale per riciclare il denaro sporco o per prelevare quello pulito prima che venisse conteggiato, con i meccanismi che lo straordinario Casino di Scorsese ha raccontato con grande efficacia.
 
La data di nascita e l’ubicazione del Mob Museum (ufficialmente National Museum of Organized Crime and Law Enforcement) sono a loro volta citazioni che non passano inosservate. L’inaugurazione è stata programmata per oggi, 14 febbraio, giorno in cui cade l’83mo "anniversario" della sanguinosa sparatoria, mentre la sede stessa dell’istituto è il Las Vegas Post Office and Courtroom, edificio che negli anni ’50 ospitò una delle audizioni del Kefauver Comitée, la speciale commissione del Senato Usa contro la criminalità organizzata. E proprio la sala dove parlò il senatore Kefauver, perfettamente restaurata, è uno dei cardini della struttura.
 
L’idea di allestire un museo del crimine a Vegas ha una decina d’anni. L’edificio pubblico, ormai in rovina fu (s)venduto per un milione di dollari dal Governo Usa al Comune nel 2000. Due anni dopo, l’ex sindaco di Vegas (un avvocato che ha al suo attivo le difese di criminali illustri e che ora, costretto al ritiro per limiti di età, è riuscito a insediare al suo posto la moglie, Carolyn) ebbe l’idea. La proposta si scontrò con la forte opposizione della comunità italoamericana, ma trovò il sostegno dell’Fbi, che ne vedeva la finalità educativa. Alla fine, dopo 10 anni e 42 milioni di dollari (30 milioni di euro) spesi, il museo del Mob si mostra in tutti i suoi 4mila metri quadrati, 1.700 dei quali di esposizione, e punta ad attirare 300mila ospiti l’anno. E un’ex federale, Ellen B. Knowlton, agente speciale a Vegas per 24 anni, come presidente del Board del museo.

Chi l’ha visitato (la prima per la stampa Usa è avvenuta nelle scorse ore), racconta di un mix di fascino e disgusto. Il NY Times evoca la descrizione dell’assassinio del boss Bruno Facciola (New York, 1990, "’sparato’ a entrambi gli occhi, accoltellato e fatto trovare con un canarino morto incollato in bocca), ma nello stesso tempo ricorda le immagini delle celebrità degli anni ’50 immortalate nei casinò gestiti dalla mafia e delle star hollywoodiane che hanno interpretato celebri mafiosi. Sicuramente curiosa la messinscena riservata ai visitatori, che sin dall’ingresso, dove ancora si trova l’ufficio postale che era parte dell’edificio, vengono "trattati", come sospetti criminali. Si passa attraverso la sala dell’identikit, ascoltando la voce registrata di un poliziotto nella canonica "lettura dei diritti" e così via, tra pistole tragicamente famose e nomi e nomignoli di tragica fama, come quelli di Scarface, Lefty, Lucky o The Ant, Meyer Lansky, bos della criminalità di origine ebraica, o Sam Giancana, uomo di fiducia di Capone, cui sono dedicate sezioni Il messaggio, controverso, che esce dal Mob Museum, è quello di una "Las Vegas città aperta", dove negli alberghi gestiti dalle mafie (che lì al contrario che altrove convivevano) potevi trovare Elvis o Marlene Dietrich, Louis Armstrong e Liberace. E anche oggi che la storia è diversa, almeno in parte, il loro incombere, tra i "padri" della metropoli del deserto, con i loro gesti e i loro ordini, rapidi e taglienti quanto l’ingresso della pallina nella roulette, sembrano trasmettere lo stesso, sinistro, messaggio di un altro grande film di Scorsese, quello sull’origine del Grande Paese evocato in Gangs of New York.

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