La Sicilia attraverso le etichette degli hotel

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E’ in libreria il lavoro di Giuseppe Alba sulle etichette degli alberghi siciliani edito dalla Kalos di Palermo. Già presentato con successo presso la Società Siciliana di Storia Patria e l’Unione Filatelica Siciliana dove ha suscitato grande curiosità ed interesse, sarà ancora oggetto di altri incontri con i lettori a Palermo, Taormina e Trapani.

E’ in libreria il lavoro di Giuseppe Alba sulle etichette degli alberghi siciliani edito dalla Kalos di Palermo. Già presentato con successo presso la Società Siciliana di Storia Patria e l’Unione Filatelica Siciliana dove ha suscitato grande curiosità ed interesse, sarà ancora oggetto di altri incontri con i lettori a Palermo, Taormina e Trapani.

Un “libro da vedere”, un vero gioiello di carta, una guida della memoria che ci prende per mano in un viaggio tra immagini stilizzate ed icastiche. Un itinerario attraverso il tempo perduto, che appaga gli occhi ed il gusto, fantastico e misterioso come ogni viaggio in Sicilia, Terra senza tempo e luogo ideale della storia dell’uomo, dove pur dopo il tramonto, si staglia netto all’orizzonte il riflesso dorato della memoria delle civiltà che l’hanno attraversata.

Le etichette da viaggio sono state, per un lungo periodo, simbolo di un modo di viaggiare e di essere. Un tempo il vip si riconosceva, in viaggio, attraverso la sua grande valigia, un po’ vissuta e neanche piena, ma sempre coperta di etichette che i portieri dei grandi hotel incollavano sui bagagli al momento della partenza. Ogni albergo noto aveva la sua etichetta, spesso simile ad una cartolina illustrata e, fra i guadagni segreti del concierge, c’era anche quello di vendere al cliente, desideroso di qualificarsi, le collezioni di etichette di tutta Europa.

Questo libro offre un’ampia panoramica sulle etichette “storiche” degli alberghi siciliani, dai più prestigiosi – il San Domenico di Taormina e il Grand Hotel e des Palmes di Palermo, il Bristol di Catania e il Jolly di Ragusa – ai più piccoli e periferici: un’immagine inedita della Sicilia attraverso il racconto appassionato di un collezionista palermitano.

Che sia un viaggio alla ricerca di un mito, un pellegrinaggio mirato o una visita occasionale, divenuta poi incanto, sta di fatto che ogni itinerario compiuto in Sicilia è, da sempre, una scoperta che va ben oltre la curiosità iniziale.
I viaggiatori celebri e meno celebri giunti in Sicilia si sono trovati, e si trovano ancora, innanzi a immagini variamente sfaccettate della stessa terra: strati e strati d’arte e di storia, indescrivibili panorami e, soprattutto, incontri umani straordinari.
Il siciliano che li attende, benché dotato di precise sfumature, caratteristiche di ogni
provincia d’appartenenza, non è fondamentalmente invadente: sta lì, seduto su un muretto, o sulla soglia di casa, o dietro una bancarella, e osserva; riconosce subito il turista,

lo squadra, quasi sempre ne indovina la provenienza, pur non conoscendone la lingua.
Il turista potrebbe sentirsi osservato, soprattutto quando lo sguardo analitico viene da uno squadrone di signori in coppola, che si stanno godendo l’ombra dietro il muro della chiesa madre, oppure beneficiano del fresco sulle panchine della villa comunale.

Il visitatore dunque passa e non è altro che un soffio, una diversa fragranza nell’aria; il siciliano lo osserva e non fa altro. Il nostro ospite può girare l’angolo con la sua guida in mano senza cambiare nulla di quella gente, senza spostare la quiete di quella piazza. Ma se per caso, o per acuta curiosità, si fermasse a chiedere una qualunque informazione, il siciliano si anima naturalmente, s’illumina come un attore in scena, si prodiga e, con fare generoso, ma composto, non solo fornisce l’indicazione in modo comprensibile ma, se il turista è fortunato e compiacente, dona qualche chicca in più: un racconto storico, una battuta satirica, un avvertimento intrigante.

La Sicilia è tutta così: una scoperta inattesa dietro l’angolo, un incontro continuo, un’eco di storie fatte di pietra, di sabbia, di tufo, di marmo, di tanto spirito… umano.
Ecco perché la storia dei viaggi in Sicilia è antica e piena di testimonianze: un crescendo di viaggiatori affascinati, i quali, dopo il primo impatto paesaggistico abbacinante, scoprirono altrettante sorprendenti bellezze di molteplice natura. Scrivendo su di esse ispirarono altri viaggi e altri ancora.  

L’atto di collezionare può iniziare anche per caso, da un oggetto qualsiasi che ha particolarmente colpito la propria sensibilità o fantasia; la figura del collezionista è spesso immaginata, dai non addetti, come quella di una persona che fa raccolta di opere d’arte o oggetti d’antiquariato, comunque cose di un certo valore; una sorta di accumulatore geloso di tesori, con grandi case piene di rarità.

Ovviamente non è così, il collezionismo è una passione (classificato come “hobby ben organizzato”) che muove persone, anche di modeste condizioni, ad inseguire e studiare gli oggetti della propria raccolta (c.d. collezionismo minore) e che spinge i suoi adepti nei mercatini di robivecchi e nelle botteghe dei rigattieri, anche per diverse città.

Cos’è oggetto o tema di collezione, dunque? Qualunque cosa, e non per forza d’arte, che attragga sensibilmente, per un qualunque motivo umano, e che stimoli curiosità; dunque collezionismo “minore” non significa di minor interesse.
Da una qualunque collezione si può dunque risalire con precisione ad una storia, ad un epoca, ad una società; c’è infatti la storia raccontata negli scritti raccolti in volumi, ma c’è anche una storia straordinariamente veritiera narrata nelle cosiddette “carte povere” come foglietti, figurine, santini e altro; “poveri” perché non hanno la ricchezza di un libro o la rispettabilità di un giornale, ma affidano il loro autentico messaggio in poche pagine o in un unico foglio.

Nate nella seconda metà dell’800 e diffusissime nel secolo successivo, le carte povere sono divenute un affascinante strumento, anche per i ceti con poche disponibilità economiche, per accostarsi alla cultura, benché poi abbiano conquistato un pubblico socialmente eterogeneo.

Almanacchi, ricette, foglietti colorati con barzellette, pronostici astrologici o fatti di cronaca, etichette pubblicitarie, figurine, cartoline illustrate, ricordi di viaggio, miniassegni, calendarietti, scatole di fiammiferi, segnalibri, pianeti della fortuna, notgeld, menù… queste carte possono anche non sempre rispecchiare la realtà dell’epoca, ma piuttosto i sogni, i miti, i bisogni di una società.

Antenati di queste carte furono forse le stampe popolari di immagini, diffuse per tutta Europa a partire dal ‘500 e fino al ‘900, frutto di un rigoglioso fiorire di produzione artigianale. Alcune carte povere possono essere considerate, a loro volta, antenati dell’attuale pubblicità, la cui diffusione in video ha poi surclassato il cartaceo, ma che hanno il pregio di aver “sfondato” mediante una tecnica comunicativa immediata ed accattivante: immagine-messaggio. Tecnica che diverrà fondamentale per i mass-media moderni.

Colorate e ben decorate, le carte povere, dovevano accattivare, trasmettere un messaggio, suscitare un desiderio. Sono carte storicamente a noi abbastanza vicine, pensate e confezionate per una larga diffusione, spesso molto curate nei colori. La loro diffusione è infatti legata allo sviluppo di una tecnica di stampa precisa: la cromolitografia, figlia, a sua volta, dell’invenzione settecentesca della litografia (che sostituì la lastra di rame, corrodibile dall’acido, con una pietra ben levigata). Grazie alle evoluzioni successive e alla cromolitografia, si rese possibile la stampa di piccole immagini, a colori, a basso costo e a grandi tirature.

Entrando in questo mondo si scoprono figure di collezionisti che possono essere maniacali; essi rimangono però delle figure affascinanti e un po’ forsennate, dei personaggi quasi sacerdotali, che finiscono per apparire custodi di un particolare mondo delle arti e della cultura.

Ogni collezionista, pur di provare un’altra emozionante conquista, si appassiona sempre più nella ricerca di un nuovo pezzo da collezionare; finisce per ingegnarsi, investigare, seguire strade tortuose, pur di raggiungere l’obiettivo tanto agognato (che avrà maggior valore proprio in virtù del suo complesso raggiungimento).

Questo fa del collezionismo una vera passione, non un atto maniacale, quasi uno stile di vita poiché la passione scelta diviene obiettivo quotidiano. Il collezionista ha scelto qualcosa di cui innamorarsi e, pazientemente e costantemente, alimenta la sua passione; l’importante è che essa non divenga business, perdendo la sua magia.
Il collezionista non è dunque un semplice raccoglitore, non può infatti ottenere tutto quello che stimoli curiosità, dunque egli deve avere le idee ben chiare su ciò che vuole collezionare e di quali spazi dispone per farlo.

E’ inoltre frequente la confusione, da parte dell’estraneo, tra collezione e raccolta: la prima si sviluppa ordinatamente attorno ad un tema scelto, si segue un ordine cronologico e/o geografico in grado di testimoniare evoluzioni e variazioni sul tema; infine le è propria una connotazione “culturale”. La raccolta invece risponde più alla fantasia che all’ordine; il raccoglitore, in genere meno documentato e più attratto dal bizzarro, si lascia andare all’entusiasmo e al desiderio di possedere la “quantità”, a rischio di disordine.

Al contrario, l’ordine e la precisione che caratterizzano il collezionista, lo inducono ad un contrasto interiore tra il gratificante completamento della propria collezione e il timore di definire e concludere l’oggetto della sua passione. Per questo la collezione perfetta è quella ben organizzata e catalogata, ma non completa, poiché si annullerebbe il desiderio di ricerca e tutto quello che ne consegue: viaggi, visite ai mercatini, presenza alle aste, contatti ed evasioni.

In compagnia dunque di una variopinta serie di collezionisti “tipo”, incantatori incantati dal collezionismo (anche quello “minore”), possiamo proseguire nel nostro percorso fatto d’immagini: quelle etichette testimoni di più epoche, attraverso le quali possiamo viaggiare, fotografando l’evoluzione di mode e consuetudini. E’ questo il caso delle etichette qui mostrate, che ci sembra abbiano quel potere evocativo capace di mostrare, con risultati veramente eccezionali e con la poesia di quel tempo, un dipinto di vita e di costumi siciliani.

Le etichette da viaggio sono state, per un lungo periodo, simbolo di un modo di viaggiare e di essere. Un tempo il VIP si riconosceva, in viaggio, attraverso la sua grande valigia, un po’ vissuta e neanche piena, ma sempre coperta di etichette che i portieri dei grandi hotel incollavano sui bagagli al momento della partenza. Ogni albergo noto aveva la sua etichetta, spesso simile ad una cartolina illustrata e fra i guadagni segreti del concierge c’era anche quello di vendere al cliente, desideroso di qualificarsi, le collezioni di etichette di tutta Europa.

Il mondo delle etichette in realtà nasce dalla promozione pubblicitaria di un mondo molto più vasto: ogni settore reclamizzato veniva rappresentato dalla sua etichetta; prodotti alimentari di ogni genere, bevande varie, specialmente vini e liquori, e poi prodotti svariati (tessili, tabacchi, profumi, fiammiferi,) hanno dato vita a forme e composizioni di etichette di vario genere. Alcune sono davvero particolari, come quelle merlettate per incartare le arance.

Anche per quanto riguarda la grafica, ci fu una grande produzione creativa: molti dei più grandi illustratori, tra gli anni ’20 e ’40, si sono cimentati in campo pubblicitario, realizzando etichette pregiate per i più svariati prodotti, immagini oggi ricercatissime dai collezionisti.

Si tratta di un campionario vastissimo, difficile da elencare approfonditamente, per cui qui si darà solo un piccolo saggio, un invito alla curiosità e alla ricerca.

Le etichette da valigia nacquero a fine ‘800 con i nuovi modi di viaggiare, esse riescono a raccontare i trasferimenti verso luoghi meno accessibili e più costosi, mete di personaggi famosi, divi, nobili o magnati della finanza. Le etichette dunque divennero simbolo di lusso e distinzione, uno status symbol da mostrare. Venivano attaccate sui bagagli anche all’arrivo in stazione ed essendo divenuta questa pratica d’incollaggio praticamente ordinaria, spesso le valigie venivano protette con una grande tela, per preservarne il cuoio.

All’inizio del ‘900 la diffusione delle etichette venne incoraggiata dagli enti nazionali del turismo, poiché essa divenne una sorta di dépliant illustrativo delle bellezze locali o dell’albergo ospitante. Molte di esse infatti rappresentavano monumenti simbolo, luoghi caratteristici: il Colosseo per Roma, la Lanterna per Genova, Palazzo della Signoria per Firenze, San Giovanni degli Eremiti per Palermo, il Teatro greco per Taormina, e così via …

Per gli albergatori erano un facile ed immediato veicolo di pubblicità: le etichette diffondevano la loro immagine nel mondo, raggiungendo ogni luogo e richiamando nuova utenza.

Le più pregiate, con grafica accurata e disegnate dai più abili illustratori dell’epoca, vennero stampate nel primo ventennio del ‘900; successivamente l’immagine paesaggistica o artistica cedette il posto al nome dell’albergo, privilegiando la promozione di quest’ultimo.

La più importante compagnia di stampatori fu la napoletana Richter & Co. (il nome deriva dal creatore svizzero che aveva fondato lo stabilimento grafico nel 1842) che, grazie alla direzione dell’artista Mario Borgoni, contribuì a diffondere, con le sue produzioni, l’immagine grafica degli alberghi in tutta Italia e nel mondo. Così come l’artista grafico, Filippo Romoli, di stile più futurista e Decò, fece la fortuna dello stampatore genovese Barabino & Graeve, soprattutto tra gli anni ’20 e ’30.

A seguito del boom economico e dell’evoluzione tecnologica, l’uso delle etichette da valigia si ridusse e fu poi abbandonato dopo gli anni ’50. Il viaggio divenne sempre più un fenomeno di massa e le etichette rimasero solo testimonianza di un’epoca non troppo lontana ma sempre più differente.

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