La Polinesia meridionale

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Una guida alle Isole del Pacifico di una dozzina di anni fa, all’inizio delle tre pagine dedicate all’arcipelago delle Australi, nel capitoletto Da non perdere recitava: "Se vi siete spinti fin qui… lo scoprirete da soli!". Fin qui significa dall’altra parte del mondo, emisfero australe (da cui il nome), Pacifico meridionale.

Una guida alle Isole del Pacifico di una dozzina di anni fa, all’inizio delle tre pagine dedicate all’arcipelago delle Australi, nel capitoletto Da non perdere recitava: "Se vi siete spinti fin qui… lo scoprirete da soli!". Fin qui significa dall’altra parte del mondo, emisfero australe (da cui il nome), Pacifico meridionale.

Una manciata di sassi nell’immensità dell’oceano, a sud di Tahiti. Una catena di antichi vulcani emersi, disposti lungo oltre mille chilometri a cavallo del Tropico del Capricorno. Sette isole alte, di cui cinque abitate (da poco più di 6 mila persone). Una superficie di 150 chilometri quadrati, come le nostre Eolie ed Egadi messe assieme. Le ultime isole polinesiane a essere colonizzate, le ultime terre popolate del Pacifico prima delle acque fredde dell’Antartico. L’arcipelago più meridionale della Polinesia Francese, il meno conosciuto, il meno raggiunto dai flussi turistici. Remoto, a parte, attraente.

Magari non la successione spettacolare di baie e penisole di altri arcipelaghi polinesiani, ma coste orlate di palme e lagune, interni foderati di verde. Nessuna profusione di bungalow overwater o grandi hotel, ma piccole pensioni familiari, case riadattate ad alberghetti, bungalow tra papaye e banani. Forse più cavalli che macchine e moto, di certo più piroghe. La metropoli sembra meno influente, Tahiti stessa appare lontana.

Il ritmo è rimasto essenzialmente quello della natura. Si vive di agricoltura, soprattutto, e di un po’ di pesca. Coltivazioni di taro, manioca, patate, caffé, favorite dal clima mite e più fresco, rispetto agli altri arcipelaghi, determinato dalla latitudine più bassa. Per questo le Australi sono soprannominate il "granaio della Polinesia". Frequentate per secoli da balenieri, mercanti di copra, sandalo e schiavi, le Australi furono annesse alla Francia solo all’inizio del secolo scorso. La teoria consueta degli arrivi alla ricerca delle Terrae Australis Incognitae aveva visto giungere per primo James Cook, che le avvistò nel 1769, poi fu il turno di spagnoli e francesi, missionari e schiavisti. Nella prima metà dell’800 le malattie ed epidemie portate dagli europei decimarono la popolazione indigena, solo alcune centinaia sopravvissero.

Certo anche per chi vive lì, il centro è altrove: Tahiti, la Nuova Zelanda, l’America. L’emigrazione è alta. Ce ne si accorge all’aeroporto, dove si incontrano puntualmente interi gruppi familiari vestiti a festa venuti a salutare chi parte o ritorna con canti e grandi ghirlande (invece che di fiori di tiarè, come nel resto della Polinesia, di fiori ma anche di frutta e verdura). Essere lontane, non facilmente raggiungibili (prima c’erano solo navi, oggi voli a frequenza bi o tri-settimanale collegano i tre aeroporti dell’arcipelago a Tahiti) le ha cambiate meno. È una Polinesia più semplice, quieta, senza frenesia di turisti.

La prima isola che si incontra, volando da Tahiti, è Rurutu, quasi 600 chilometri più a sud, 2 mila anime, tre villaggi, un aeroporto e un porto, un ufficio postale, una banca, il comune, la gendarmeria, chiese protestanti e cattoliche, scuole, empori, piantagioni di ananas, caffé e vaniglia, palme da cocco, un cuore montuoso, promontori, baie, felci, pini. Rurutu è diversa e unica rispetto alle altre isole, per la particolare storia geologica: in pratica si tratta di un enorme pezzo di barriera corallina emerso fino a formare un’isola. In seguito a un sollevamento del fondo oceanico, le lagune sono diventate vallate, le pareti del reef scogliere a picco, antri un tempo sottomarini si sono trasformati in grotte calcaree. La moltitudine di grotte con stalattiti e stalagmiti modellate dall’erosione, disseminate lungo la costa, e colonizzate da uccelli marini, offre mete per agevoli passeggiate. La più spettacolare è la Ana A’eo, comunemente chiamata Grotte Mitterrand, perché visitata nel 1990 dal presidente francese. E poi ci sono le balene. A Rurutu non c’è in pratica laguna, per la quasi assenza di barriera corallina lontana dalla costa; così è relativamente facile osservare da vicino, da piattaforme ricavate lungo le scogliere, le megattere che a  decine, tra luglio e ottobre, risalgono dall’Antartide per riprodursi, trovando nelle acque calde dell’isola un ambiente favorevole.

Proseguendo in volo verso sud-est, si incrocia Tubuai, il centro amministrativo dell’arcipelago, l’isola più grande, di forma ovale, con una strada costiera che disegna il perimetro e piste che tagliano l’interno dai dolci rilievi coperto da boschi di pini, macchie di felci, campi coltivati. Tubuai è celebre per la sua vastissima laguna, regno del vento, per gli alisei che soffiano costanti da sud-est, ideale per praticare kitesurf e windsurf. Una laguna larga circa 4 chilometri, poco profonda, dalle tonalità ciano-turchesi, circondata da un reef con alcuni isolotti corallini (motu) dalle spiagge bianchissime (si dice che, nelle spiagge di Tubuai, si possano distinguere 13 varietà di sabbia), approdi dei tour in barca con pesca, pranzo e relax proposti dai locali. Da Tubuai transitarono 220 anni fa gli ammutinati del Bounty in fuga da Tahiti: tentarono per tre mesi di stabilirsi qui senza successo, scontrandosi ripetutamente con gli indigeni (secondo i racconti tramandati dagli abitanti, il mare era diventato rosso di sangue). Del loro Fort George non resta più niente, solo il sito sulla costa settentrionale, sosta inevitabile di ogni tour.Raivavae è la terza isola raggiungibile in aereo. Dal 2002, evento epocale.

Prima l’esistenza dei suoi mille abitanti era scandita soprattutto dall’andata e ritorno delle navi cargo e passeggeri, solo mezzo di trasporto da e per l’esterno. Il servizio aereo regolare ha portato più turismo e modernità; l’isola, ritenuta a ragione una delle più belle dei Mari del Sud, rimane un luogo appartato, lontano dalle rotte più battute. Ricorda una Bora Bora d’antan, soprattutto per la sua laguna color smeraldo nella quale sembra quasi sospesa la piccola isola (lunga 8 chilometri, larga 2) ricoperta da foresta pluviale dominata dal profilo del Monte Hiro. I motu che costellano il reef che la circonda sono mete ideali per esplorare il naturale splendore del luogo, come le piscine naturali create dai coralli e i banchi di sabbia. Vi si può passare un’intera giornata, muovendosi in barca o kayak, e restarvi anche a dormire, in bungalow spartani ma attrezzati con il minimo indispensabile in compagnia della grande varietà di uccelli che vi nidifica.

Raivavae conserva alcune importanti tracce del passato. Come l’antica piattaforma cerimoniale appartenuta alla famiglia reale del Tempio dell’Eroe Triste, con lastre di roccia verticali alte anche due metri, e l’ultima grande statua sacra delle Australi (tiki), ritta ancora sul suo marae tra i banani, mentre la gemella orna il giardino del Museo Gauguin a Tahiti.

I locali rispettano il potere (mana), di cui è dotata. E, contemporaneamente, sono credenti ferventissimi. Soprattutto protestanti. La tradizione a Raivavae è forte. E le insidie della modernità pure. Si racconta che, una dozzina di anni fa, il pastore facesse tagliare regolarmente l’energia elettrica all’ora del servizio religioso per assicurarsi che la gente confluisse in chiesa al tramonto. La liturgia è uno spettacolo in sé, a cui si può assistere discretamente. Con il pastore che arringa i fedeli, le donne con i vestiti chiari e i cappelli infiorati nei banchi avanti, e gli uomini in camicia nei banchi posteriori, a modulare gli himene, i canti polifonici tradizionali.

Infine, Rapa, l’isola più meridionale dell’intera Polinesia Francese, a più di 1.200 chilometri da Tahiti. Rapa Iti ("la piccola roccia"), per la precisione, per distinguerla dalla sorella maggiore, Rapa Nui ("la grande roccia"), l’Isola di Pasqua, vertice sud-orientale del grande Triangolo Polinesiano. A questa latitudine fa più freddo, perciò né reef su cui si spezza l’onda lunga del Pacifico, né palme da cocco svettanti sull’oceano. 500 abitanti vivono su ciò che resta di un enorme vulcano, con picchi alti fino a 650 metri su baie magnifiche e resti di antiche fortezze (pa) sulla roccia. Ma qui l’aereo non arriva. Vi si può approdare solo via mare, con la nave che arriva da Tahiti all’incirca una volta al mese. Ultima isola, quasi irraggiungibile.

Fonte : www.repubblica.it

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