La Nuova Delhi di Tiziano Terzani

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Nei ricordi della moglie di Tiziano Terzani, il fascino di una nazione che, nonostante lo sviluppo economico travolgente, rimane sempre estremamente vivo. La Via dell’Argento e la magia della Old Delhi, ancora con i segni del passato

Nei ricordi della moglie di Tiziano Terzani, il fascino di una nazione che, nonostante lo sviluppo economico travolgente, rimane sempre estremamente vivo. La Via dell’Argento e la magia della Old Delhi, ancora con i segni del passato

L’India entrò nella nostra vita in modo inatteso nel 1979. Folco aveva 9 anni, Saskia 7. Da Hong Kong, Tiziano aveva fatto il possibile per andare in Cina, tramava per avere un visto, il Vietnam era chiuso, e improvvisamente decise che i suoi 40 anni, il 14 settembre, li doveva festeggiare in India. Perché? Era una scelta che rappresentava tutto quello che io non sapevo di lui e neppure lui di sé. Partimmo da Hong Kong per le vacanze in Italia e ripartimmo con un PisaRoma-New Delhi. Arrivammo con il monsone. Un gran caldo, in aeroporto pioveva dal tetto e all’interno c’era gente con l’ombrello aperto, con grande calma e dignità.

Cercammo un albergo nella vecchia Delhi, all’Oberoi Maidam. La favolosa India la incontrammo intorno al Red Fort, dove decine di venditori accucciati vendevano pietre preziose: smeraldi, lapislazzuli, rubini, perle. C’era qualcosa di magico. Tiziano volle comprami una collana di laspislazzulo per 10 dollari, costava molto. Insistette. La indossai subito, faceva un gran caldo e a sera la mia camicia si colorò di blu, la collana restituiva il suo colore. Andammo a vedere la moschea, c’era tanta povertà intorno: lebbrosi, mendicanti che ci assediavano. La sera cenammo in un ristorante della vecchia Delhi, non c’era luce, sorse la luna e dei cantanti accompagnati da tabla e sitar cantavano con una voce dolcissima.

Allora, la vera arte dell’India era ancora per strada. Tiziano si alzò e fece un discorso per celebrare i suoi 40 anni. Disse che nel suo futuro c’era l’India. Eravamo stupiti e rapiti: c’era una tale ricchezza di civiltà, tutto lo sfolgorio di quelle pietre, insieme poveri ma dignitosi. Capivamo che lì c’era un’altra ricchezza. Toccavamo e incontravamo una diversità che non c’era in nessun altro Paese. Restammo 3 giorni, poi di nuovo a Hong Kong, per andare in Cina. L’India restò un sogno anche per Folco che lì vide il primo sadhu, un santo mendicante. Fu traumatizzato dall’estrema povertà, ma venne toccato dalla spiritualità. Infine nel 1994, dopo la Cina, l’Indocina, in un mondo sempre più uguale, Tiziano decise di fare il corrispondente dall’India.

 Volevamo vivere nella vecchia Delhi, ma era impossibile: c’era l’elettricità solo un’ora al giorno, fogne insistenti; le case, straordinari palazzi del ‘700 e dell‘800, cadevano a pezzi; l’aumento della popolazione era stato vertiginoso, il traffico pazzesco.

E dire che Chandni Chowk, la Via dell’Argento, un chilometro di bazar e negozi traboccanti di genti, grida e mercanzie, tra profumi di gelsomino e ambra, strada centrale della vecchia città, era stata nel ‘700-‘800 la più elegante del mondo. Era ancora molto moghul, musulmana, balconi, donne dai sari sfarzosi e coloratissimi. Il sogno di Tiziano era vivere lì, ma tutti i palazzi erano cadenti e sbrecciati. Così trovammo nella Nuova Delhi una casa che era stata di un ufficiale dell’India britannica. Iniziammo a rimetterla a posto, ed avemmo i primi contati con gli indiani. Se in Cina la parola data valeva moltissimo, in India non valeva nulla. Lo scoprimmo affidando il restauro della casa, un tempo bella ma malridotta, ad una persona. Siccome Tiziano doveva andare in Thailandia per due mesi, ci assicurò che al ritorno l’avremmo trovata pronta.

Telefonammo per accertarci che fosse tutto a posto pochi giorni prima di rientrare e ci fu detto «tutto pronto». Quando arrivammo, non era stato fatto nulla, neppure iniziato. Così dormivamo su un materasso in ufficio. L’India era davvero altro, c’era un disinteresse disarmante per far funzionare le cose. «Perché? Perché?» interrogava Tiziano. «Si farà, si farà non c’è problema» gli rispondevano gli indiani. Era frustrante. Era giugno, a 46-47 gradi, non c’era la casa, l’aria condizionata neppure, il fax addirittura si bruciò. «Come faccio a lavorare?», si accaniva Tiziano. Davanti casa c’era una mucca, che a volte entrava dentro all’ingresso e lì faceva beata le sue cacche. Poi iniziò a venire una donna in ufficio: 20 braccialetti per polso, un sari coloratissimo, fiori sui capelli, poverissima ma sembrava una principessa.

Spazzava al centro lasciando tutto lo sporco sotto ai mobili. Tiziano si spazientì: le prese la scopa spelacchiata e le disse «si pulisce così, ti insegno io», e iniziò a strofinare con foga. Quella scappò inorridita e non si presentò più. Capimmo che una tale trasgressione, il signore bianco che tocca i cenci degli intoccabili, doveva esser stato per lei l’inizio della fine del mondo. Anche per queste incombenze ci sono le caste: chi cucina non spazza, e neppure chi lava e stira. Così avevamo un nugolo di servitù, un incubo. Allora ripiegammo su un nepalese che faceva tutto, non essendo indù non aveva casta e mansioni.

Altra battaglia fu riuscire ad avere il telefono. Amici europei ci dissero che dovevamo prendere un mediatore indiano introdotto nelle varie burocrazie. Fu stancante, con quel caldo asfissiante ci scontravamo con una logica sconosciuta, ma affascinate. Dietro, si intravedeva un mondo arcaico di stratificazioni di tradizioni. I giornalisti indiani, bravissimi, scrivevamo denunce coraggiose, ma non cambiava mai nulla. Tiziano trovò chi gli traduceva i giornali indiani. Il suo primo articolo lo fece su notizie tratte dai loro giornali: la guerriglia comunista che rendeva inaccessibile il Paese, una comunità di enuchi, le spose che ancora si immolavano sul rogo del marito morto, anche se proibito, i familiari che uccidevano la nuora perché la dote era insufficiente.

Arrivavamo da Hong Kong: «dove siamo?» ci chiedevamo spesso. Ma non abbiamo mai pensato di andar via. L’India era anche i templi, le collane di taigete arancioni, le mucche in mezzo al traffico, i gelsomini. «Non ne posso più», dissi un giorno, a bordo di un tuk-tuk in mezzo al traffico caotico in cerca di un profumiere nell’intrico delle stradine di Chandni Chowk. Davanti a me una vacca, con la faccia triste: aveva un piede penzoloni schiacciato da un’auto. Era troppo, il colpo di grazia. Poi arrivammo dal profumiere, ci sembrò di essere in visita a un pascià, seduto su cuscini bianchi, i servi intorno.

Ci raccontò di un cool, uno dei pochi che tiravano ancora il risciò a mano, che ogni mattina passava da lui a farsi mettere una goccia di profumo dietro l’orecchio e così iniziava la sua giornata tirando sul risciò grossi indiani ricchi e strafottenti. Ma prima si concedeva quel lusso. Inconcepibile per noi. Storia e magia, malìa e bellezza della Old Delhi, ancora con i segni del passato, prima che nel 1803 entrasse a far parte dei domini britannici, che la capitale venisse spostata a Calcutta, che poi gli inglesi riportarono lì nel 1911 ampliando la città. Era ancora un incrocio di genti, razze, di Sikh con i loro turbanti, di Indù con i dothi sui fianchi, di donne regali fasciate di seta, matrone della casa e dei figli, divinità domestiche, ingioiellate e altere. Erano una rivelazione, le guardavamo con meraviglia e venerazione. Donne con cui non era facile scambiare tre parole anche in inglese. Vivevano nelle caste, interessate alla casa, figli, matrimonio, cose lontane da nostri problemi. Ma erano figure stupefacenti, portatrici di una femminilità quasi divina già nel loro incedere.

L’India era poverissima, ma il lui. Questi asiatici sono gli unici con cui parli, tutti parlano inglese e ti capisci, eppure sono i più inafferrabili. La loro cultura di vita, morte, felicità, infelicità è una simbiosi di contrari. All’epoca non capivo, sentivo solo una grande attrazione. Un’altra cosa che mi ha confuso è che l’India è stata colonizzata per secoli, ma c’era un orgoglio di razza, una ferita profonda in cui ogni singolo indiano, e più colto era e più si avvertiva questa ferita, che al contrario dei cinesi che odiano i loro colonizzatori, negli indiani non si esprimeva. Dietro c’era grande pena e tristezza. Ad esempio, a gennaio c’è una festa importante: i militari si schierano con le divise e i simboli voluti dagli inglesi.

Nei club c’è la sfilata dei presidenti inglesi e di seguito degli indiani. Meglio accettare questa realtà o ribellarsi? Eravamo ammirati e indignati: ma ribellatevi! Poi pensi che hanno ragione. È forse meglio la Cina, che ha distrutto tutto? L’India sembra riuscire a far coesistere tutto e tutti. Cambia restando ancorata al suo passato. Calcutta è molto più India di New Delhi. E lì, sia pure nella miseria, nell’estrema povertà e malattia, la gente ha una luce negli occhi che noi non abbiamo più. Benares è una sorpresa. Altra tappa fondamentale del pellegrinaggio in Oriente.

Costruita sul Gange, con case principesche, ogni raja anticamente aveva il suo palazzo per andarci a morire. L’Himalaya è l’opposto del formicolio della gente. È solitudine. È lì che l’India è stata pensata, dove vivono i rishi, coloro che vedono. È la culla di tutto il Gange. Ma è un’esperienza solitaria. Lo è sempre stata e sempre lo sarà.

Chi l’ha pensata era un solitario: montagne, nevi eterne, foreste, leopardi, pantere, veggenti. Tutto è rimasto intatto fino alla fine del ‘900. Poi gli inglesi hanno fatto fuori tutto. Ogni sadhu va lì, ogni santo, mendicante. Così elevato sulle pianure e così vicino al cielo. Ma la meraviglia dell’India è ormai decrepita come i loro templi antichi. Trovi poche tracce di antico. L’India che trovi è inondata di moltitudine, pensi che la terra non ce la fa a sfamarla. L’acqua non basta, ci sono disastri ecologici enormi, il Gange trasporta tutto un gran disordine, la mancanza totale dell’ordine cartesiano. Vive di miriadi di villaggi e ingovernabile. Così quello che ti colpisce è l’uomo e il suo destino.

Fonte: www.repubblica.it

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