La Marsiglia di Jean-Claude Izzo, spietata e struggente

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Nelle città di mare si finisce quasi sempre per rotolare verso il porto. E a Marsiglia c’è un porto importante, speciale. Il secondo in Europa, dopo Rotterdam, quanto a traffico commerciale. Il primo, a pari merito con Napoli, per capacità di suggestione, per concentrazione di contraddizioni (porto del Sud di un paese del Nord), per la sua secolare storia di arrivi (è stato anche il porto della Francia coloniale), partenze, traffici. Puliti e non. Basti pensare che fino all’inizio degli anni settanta, sotto la supervisione della French Connection (corsi, catalani e calabresi), qui si raffinava l’80 per cento della droga consumata negli Stati Uniti. Per qualcuno Marsiglia è solo l’estrema propaggine-sud della Provenza, per altri è soprattutto una porta del Mediterraneo, la porta d’ingresso francese di pulsioni algerine, corse, tunisine, catalane, campane, subsahariane, caraibiche.

 

porto di Marsiglia e Notre Dame de la Garde Notre Dame de la Garde sorveglia il vecchio porto di Marsiglia ©S-F/Shutterstock

“Capitale” di una spietatezza struggente, casbah dove si fondono le lingue del Mediterraneo, i dialetti della proscrizione e i gerghi del crimine, oggi quel grande crocevia di contratti illeciti, quella città di contrabbandieri e fuoriusciti, di irregolari e antifascisti, di spie e faccendieri, di utopisti e oppiomani, sta diventando anche altro. Ed è un’alterità comunque speciale.

Il quartiere Le Panier © Valerio Corzani/Lonely Planet Italia

Le Panier e le Vieux-Port, tanto per cominciare

Sono in molti ad aver provato a restituire quest’aura inconfondibile. Ma c’è un romanziere che ha raccontato Marsiglia meglio di chiunque altro, perché ha messo dentro ai suoi noir, la poesia e l’orrore, il pastis e il catarro, il profumo di basilico e il sudore. È Jean Claude Izzo. Lo scrittore marsigliese scomparso nel 2000, ad appena cinquantacinque anni.

Dal momento che Jean-Claude Izzo è uno scrittore dal profilo piuttosto sfuggente, non è semplice capire se questo marsigliese nato in una famiglia d’immigrati italiani (suo padre aveva un bar nel quartiere del Vieux-Port, L’Amicale de l’Ajaccienne) abbia sognato, visto o vissuto Marsiglia. Probabilmente tutte e tre le cose assieme. Perché Izzo, conosciuto soprattutto per i suoi romanzi polizieschi, fu anche un saggista e – cosa molto meno nota – poeta e paroliere.

Intellettuale militante senza mai fare comizi, solo con la forza della parola scritta e delle storie, sempre dalla parte degli ultimi, Izzo, attraverso il suo portavoce letterario, il poliziotto Fabio Montale, mostra di preferire sempre chi sbaglia e cade nella polvere a chi si fa scudo con privilegi e classismo. E anche lui, come i suoi personaggi, finisce spesso e volentieri, per rotolare verso il porto, e verso il mare. “Quando non si ha nulla, possedere il mare – questo mediterraneo – è già parecchio” scrive Izzo in Chourmo, secondo capitolo della trilogia marsigliese. Montale è un poliziotto così indulgente e comprensivo che leggendo i romanzi di Izzo si ha spesso l’impressione di non essere dentro i rigidi meccanismi di un noir.

Il Vieux-Port di Marsiglia © Valerio Corzani/Lonely Planet Italia

Come il suo creatore, anche Montale ama nascondersi, mimetizzarsi e perdersi negli anfratti più nascosti della sua città. A cominciare dal quartiere in cui è nato Izzo, le Panier, che in Chourmo viene descritto magnificamente e che potrebbe essere un buon punto di partenza, insieme al Vieux-Port per un giro della città declinato sulle pagine dei romanzi di questo scrittore: “Per accedere al quartiere vecchio del Panier – scrive Izzo – vi aspetta una bella scarpinata attraverso le scalinate di Les Carmes. Arrivati in place des Moulins, scoprirete di essere alti come la stazione Saint Charles ma per raggiungerla dovrete scendere e risalire su un’altra scalinata, più monumentale. La sua facciata, splendida, guarda al porto, al mare, a Oriente. Guarda l’unica collina che non si nasconde, quella su cui troneggia Notre Dame de la Garde, la bonne mere (la buona madre) che di giorno brilla sotto il sole e di notte sotto i fari. Come un eterno cero”. Nei saliscendi del Panier si cela infine anche uno dei segreti meglio custoditi dello scrigno urbano, quello che Izzo considera il monumento più bello della città: il complesso secentesco della Vieille Charité, progettata da Pierre Pouget.

 

Il Mercato Rue Longues Des Capucines © Valerio Corzani/Lonely Planet Italia

“Mangiare la città” per conoscerne gli anfratti

Un altro escamotage che il romanziere usa per decodificare la sua città è il cibo.

In Izzo la cucina marsigliese non è semplicemente un hobby o un dettaglio del costume: gli aromi di “aglio, menta e basilico” (titolo anche di una sorta di piccolo breviario della città, pubblicato dopo la morte dell’autore) sono espressione di vita, di senso, di appartenenza ad un’alternativa. Quando deve mangiare, il suo poliziotto, si siede al Bar de Maraichers, in rue Curiol nel quartiere La Plaine, frequentato da chi “sicuramente non votava Fronte Nazionale e non l’aveva mai fatto”. Se attraversa i vicoli del Panier, si ferma spesso al Treize coins di Ange, in rue Sainte Françoise o al Chez Etienne, dove “servono la miglior pizza di Marsiglia e il conto, come l’orario di chiusura, dipende solo dall’umore di Etienne”…Nella zona del Vieux Port frequenta la terrazza de La Samaritaine, il Bar de la Marine e un ristorantino minuscolo Roger e Nénette. Apprezza anche la cucina tipica italiana di Mario, in Place Thiars, che gli ricorda le canzoni di Vincent Scotto “che cantò, e fece cantare, il popolino di Marsiglia” e di cui Izzo nel breviario ricorda la statua in Place aux Huiles. Ma i sapori che il suo poliziotto predilige, sono quelli tipici della bouillabaisse, la zuppa di pesce di scoglio e del liquore all’anice, il Pastis. Sono sapori che cerca ovunque e nel suo tran tran culinario fa solo qualche eccezione: da Chez Felix, in rue Caisserie, ci va perché “il baccalà viene dissalato al punto giusto e poi immerso nell’acqua bollente con finocchio e grani di pepe, e qui hanno anche un olio d’oliva particolare per montare l’aioli”.

Può sembrare un paradosso, ma per capire bene questa città non bisogna cercare vestigia (quelle greco-romane, Le jardin de vestiges, dietro il centro commerciale della Bourse, vengono definite da Izzo come “il posto più triste di Marsiglia”), basta invece frequentare alcuni dei mercati della città: gli spazi del Marché di Rue Longues des Capucines, Il Suq di Belsunce, la spianata de La plaine…il loro florilegio di colori, odori, fogge; le loro bancarelle di spezie nordafricane, frutti caraibici, peperoncini subsahariani, alghe dell’Oceano Pacifico e Indiano, aggiungono una spiegazione visiva, tattile, perfino olfattiva a quelle che sono le premesse “ideologiche” di questa città e permettono a Montale, che ci arriva molto spesso con la sua Renault mezza scassata, di parlare di “accoglienza” e meticciato senza mai diventare curiale.

Il borgo di Vallon des Auffes ©Boris Stroujko/Shutterstock

Il rifugio di Les Goudes

Quando Montale cerca di sfuggire “alla schifezza del mondo” punta il mare. Lo fa indicando una specie di micro-traversata con la barchetta o il traghetto, da intraprendere nel non troppo vasto bacino del Vieux-Port: “è così, da una banchina all’altra, lo sguardo una volta verso il largo, una volta verso la Canebière, che la città si rivela”. Lo ribadisce in Marinai Perduti, il romanzo del Mediterraneo, dove in realtà Montale non c’è, ma ci sono protagonisti libanesi, greci, turchi che attraccano con le loro navi nel porto commerciale, ma poi agiscono, contrattano, tramano nella Digue du Large, una lunga striscia di cemento (sette chilometri) che faceva da paraflutti alla città prima di diventare solo meta di pescatori della domenica, di qualche scafo in rada, e dei sogni di bambini e marinai che rivendicano “l’orgoglio della parola data…guardando un cargo partire”.

E lo certifica infine il suo intrepido poliziotto che quando è davvero esasperato, si rifugia nel suo cabanon a Les Goudes, un piccolo porticciolo fuori dalla città (ma in un certo modo ancora dentro) a ridosso di colline aride e poco prima de Le Calanques, venti chilometri di massiccio di roccia calcarea a strapiombo sul mare.

Cattedrale de La Major vista dal Mucem © Valerio Corzani/Lonely Planet Italia

Una bellezza che non si fotografa

La definizione definitiva della sua città Izzo la scrive nero su bianco in una delle pagine di Casino Totale, il primo capitolo della trilogia: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente.… A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere”. Marsiglia è una città problematica e plurale, la sua diversità la rende affascinante e temibile, i suoi mille microcosmi etnici si compongono in un’alchimia che guarda al mare come a un orizzonte possibile, cui fare ritorno, da cui lasciarsi sorprendere, a cui tutto è concesso.

È certo che la città di Montale è una metropoli che da tempo incuriosisce e seduce ed è divenuta il centro di fermenti importanti: il rap e il ragamuffin franco-occitano, il cinema di Robert Guédiguian e Cédric Jimenez, il design, l’architettura urbana rilanciata dai progetti legati allo status di “Capitale europea della cultura” nel 2013, e la letteratura noir di Izzo, Frégni, Del Pappas. Ma è anche vero, come abbiamo cercato di spiegare, che il suo modo di proporsi è profondamente diverso da quello delle capitali del glamour. “Parigi è un’attrazione, Marsiglia un passaporto” ha scritto il suo romanziere più noto nel mondo…Alla fine, non ce l’abbiamo fatta a chiudere senza citare ancora una volta Izzo. Un peccato veniale: fate un salto a Marsiglia, poi leggete un suo libro e solo dopo decidete se perdonarcelo oppure farcelo scontare.

Fonte articolo originale

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