La Los Angeles sconosciuta

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Viaggio negli angoli più sconosciuti della megalopoli statunitense, girando un po’ alla larga dalle attrazioni hollywoodiane. Dalle quali vale sempre la pena farsi sbalordire. E poi la sorpresa di ristoranti dove si mangia bene.

E’ improbabile che un tour della città di Los Angeles porti i visitatori europei a vedere le Watts Towers nel quartiere dove scoppiarono i primi tumulti degli afroamericani dopo l’assoluzione dei due agenti che pestarono Rodney King.

Viaggio negli angoli più sconosciuti della megalopoli statunitense, girando un po’ alla larga dalle attrazioni hollywoodiane. Dalle quali vale sempre la pena farsi sbalordire. E poi la sorpresa di ristoranti dove si mangia bene.

E’ improbabile che un tour della città di Los Angeles porti i visitatori europei a vedere le Watts Towers nel quartiere dove scoppiarono i primi tumulti degli afroamericani dopo l’assoluzione dei due agenti che pestarono Rodney King.

Eppure le due torri costruite a mano da un immigrato italiano, Simon Rodia, tra il 1921 e il 1954, sono molto belle e ricordano le vette della Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona. Un gioiello sepolto nella povertà di South Los Angeles, dove è bene andarci di giorno e comunque accompagnati da una guida.

Così come è consigliata la visita, sempre a Watts del museo della Tolleranza, che espone una collezione di fotografie inedite sugli anni delle battaglie per i diritti civili, che si trova in un magnifico centro comunitario i cui addetti – da chi spazza le strade, a chi dirige il museo – hanno fatto della più squisita cortesia una vera e propria legge. Oppure  la visita della parte storica del quartiere che si chiamava una volta South Central e che è ora più genericamente inglobato nell’area nera e povera,  nonostante la presenza di molti tra edifici storici della città.

Peccato, perché le tappe di Los Angeles che sono invece obbligatorie per il turista, quelle del cinema e tutte quelle divenute cult attraverso le fiction televisive, sono in molti casi deludenti. Potrà essere divertente cercare le impronte di piedi e mani degli attori famosi sul celebre marciapiede di fronte il Mann’s Chinese Thather, curioso vedere il liceo  dell’interminabile serie Beverly Hills  e perfino divertente arrivare quasi sotto all’enorme scritta Hollywood, sulla collina che domina il quartiere delle star, ma certo non rende assolutamente l’idea della città.

Che è un "non città". La scrittrice newyorchese Dorothy Parker diceva di L.A. che in sostanza si trattava solo di 20 quartieri in cerca di una città. Quartieri molto estesi (in realtà sono ora  solo 19), che sconfinano l’uno nell’altro ma che mantengono puntigliosamente le loro distinzioni, tanto da aver fatto aprire al  Los Angeles Times un sito interattivo per la mappatura dei diversi neighbourhood. Il tutto collegato da autostrade che si bloccano nelle ore di punta diventando un gigantesco parcheggio.

L’unico vero consiglio ai viaggiatori decisi a impadronirsi di Los Angeles è di evitare il più possibile autostrade e freeway. Non è difficile varcare impavidamente il reticolato di strade per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre le autostrade sono complicatissime: lì tutta la segnaletica si basa sulla percezione di Est e Ovest, Sud e Nord, che gli americani hanno sviluppatissima, a differenza di noi europei. La toponomastica di L.A. non cambia per chilometri e chilometri, le strade sono le linee di un reticolato regolare e monotono e si chiamano, per esempio, Rodeo drive – la strada dello shopping di lusso – sia nel cuore lussuoso di Beverly Hills che allo sprofondo delle periferie degradate. Il che rende la navigazione un gioco da ragazzi. 

Santa Monica. Così, se venendo da downtown si vuole respirare l’aria liberal di Santa Monica (che in realtà è una città a sé, con una sua municipalità distinta e antagonista a quella di L.A. come, del resto, diversi altri "quartieri"), passeggiare sul molo e ammirare le evoluzioni dei giovani studenti della scuola per trapezisti, basta percorrere una delle grandi arterie che portano verso l’oceano.

Santa Monica è il cuore progressista, ambientalista e salutista d’America. E’ proibito fumare perfino in spiaggia e in tutti gli spazi aperti. Il suo lungomare è curato, pulito e pettinato al punto che anche gli homeless non hanno un cattivo aspetto. Ce ne sono molti, perché gli abitanti sono estremamente liberal e praticano la politica dell’accoglienza, ma non devono turbare il decoro e se lo fanno sono invitati a servirsi dei molti centri a disposizione dove lavarsi e buttare i propri stracci per ottenere in cambio un outfit decente.

Dopodichè le linde panchine sotto le palme sono a loro disposizione. Da circa due mesi poi è stata istituita una squadra speciale formata da sette agenti che pattugliano gentilmente  le strade per porgere aiuto ai senzatetto. Tutto ciò naturalmente significa tasse molto alte ma gli abitanti di Santa Monica non si lamentano: il loro è un paradiso, accarezzato dai venti balsamici dell’oceano Pacifico, un paradiso costosissimo dove il valore degli immobili regge perfino alla crisi economica, che ha fatto crollare il real estate market in quasi tutta Los Angeles.

Ci sono anche molti ristoranti dove circolano diverse correnti gastronomiche. Nessuna – in verità – meriterebbe forse una segnalazione sulla Michelin, tuttavia c’è di che scegliere. 

Venice. Appena lasciati i confini di S.Monica il paesaggio cambia, si entra a Venice, che prende il nome dai canali che il quartiere ha alle spalle: le strade a ridosso sulla spiaggia non sono tanto pulite, i muri delle case affacciate su uno stretto reticolo sono coperti da murales e grazie a molte case ancora a fitto bloccato la gente che gira si distingue soprattutto per l’aspetto freak.

Qui vivevano i poeti della beat generation ed è evidente che questo è il carattere che si vuole mantenere, anche se ormai si esprime solo attraverso la fila di negozietti sulla spiaggia che offrono divertenti e fasullissime porcherie per turisti, dalle magliette con Obama, agli occhiali da sole più importabili del momento.       

In realtà è più interessante a Venice passeggiare lungo i canali, con le case che hanno dei minuscoli moli con le barchette (a remi) attraccate e dove vive la borghesia fricchettona si, ma benestante. Da non perdere una cena da Mao’s Kitchen, dove la cucina cinese raggiunge traguardi eccezionali e sconosciuti a chi è abituato ai sapori cinesi proposti in Europa.

Da Venice, sempre lungo l’oceano si raggiungono Plaja del Rey e Marina del Rey, la prima confinante con l’area dell’aeroporto di L.A. che ha giudiziosamente recintato ettari ed ettari di terreno da una parte e dall’altra delle piste per non diventare l’incubo dei residenti. Marina del Rey è una zona splendida con viali verdissimi tutto intorno al grande canale che entra dall’oceano a formare un porto su cui si affacciano club privati e ristoranti.    

Visitare Los Angeles senza fermarsi a godere della vista del canale che si allarga a formare un bacino, mentre si gusta un dolce alla Cheesecake Factory,è davvero una manchevolezza: per tenere le proprie barche in questa Marina i losangelini pagano fino a 500 dollari al mese. 

E così via, lungo Ocean drive, si attraversano tutte le piccole città di mare da Manhattan Beach fino a Redondo con i suoi moli messicani e oltre, per arrivare al gigantesco porto di Long Beach, il più grande d’America, dove le recenti restrizioni ambientaliste che impediscono alle navi più inquinanti l’attracco e l’ingresso ai camion non in regola, sono riuscite in pochi mesi a ridurre l’inquinamento dell’aria del 17%.

La strada inversa, dal mare verso le montagne, a seconda della latitudine che si sceglie come punto di partenza, può far scoprire invece le zone etniche e da il segno della situazione sociale dei quartieri attraversati. A parte le prestigiose colline, più ci si allontana dall’oceano e più il reddito pro capite scende e così le case da belle diventano appena decorose, fino ad essere piccole, anguste, senza il prato davanti.

La gente per strada cambia colore ed etnia, quartieri ebrei, latinos, asiatici, musulmani. Non è raro, in questo girovagare, imbattersi in zone poco costruite in cui sono in funzione pozzi di petrolio: è sull’oro nero che L.A. fece la sua fortuna, negli anni Venti qui si produceva un quarto del petrolio necessario al fabbisogno mondiale.

Partendo da Santa Monica  si arriva più o meno dritti a downtown dove la sensazione è di trovarsi in una parodia di Midtown Manhattan ma questo, a parte Chicago e poche altre, vale per la stragrande maggioranza delle città americane. Di centri così poi a LA ce ne sono due, perché anche Century City ha le sue vette di acciaio e cristallo.

Qui comunque, oltre a Chinatown e Little Tokio, ci sono sia il Moca, il museo d’arte contemporanea, che lo straordinario Disney Music Hall progettato da Frank Gehry. Sempre downtown c’è l’art district, la zona delle gallerie: vale la pena perché è da LA che i nuovi artisti spiccano il volo verso New York.

Musei da vedere ce ne sono diversi, ma in particolare va segnalato il Lacma, una specie di Metropolitan losangelino con un intero padiglione dedicato all’arte giapponese, su Wilshire Boulevard, non fosse altro che per lo straordinario "Mulholland drive" di David Hocney, gigantesco tributo alla famosa strada che gira intorno alle colline offrendo i più strepitosi panorami di LA per gettarsi su Hollywood.

Da Mulholland è facilissimo arrivare al Getty Center, una tappa obbligatoria non solo per la straordinaria collezione ma soprattutto per la posizione e per i giardini, un’opera d’arte i cui colori cambiano con le stagioni che affaccia su un panorama mozzafiato. Quando l’aria è tersa dal giardino si vede perfino Catalina, l’isola di fronte a Los Angeles, il paradiso degli artisti.

Fonte: www.repubblica.it

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