La Genova dei cantautori

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“Quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…”, cantava Paolo Conte. Genova porto di mare, Genova città di pescatori, Genova patria di alcuni fra i migliori musicisti nostrani: dagli “adottati” Tenco, Lauzi e Paoli, fino a Bindi, Fossati, Baccini e, ovviamente, Fabrizio De Andrè. Nell’immaginario collettivo restano scorci e atmosfere che, spartito alla mano, si possono scoprire anche nella città di oggi.

“Quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…”, cantava Paolo Conte. Genova porto di mare, Genova città di pescatori, Genova patria di alcuni fra i migliori musicisti nostrani: dagli “adottati” Tenco, Lauzi e Paoli, fino a Bindi, Fossati, Baccini e, ovviamente, Fabrizio De Andrè. Nell’immaginario collettivo restano scorci e atmosfere che, spartito alla mano, si possono scoprire anche nella città di oggi.

Il repertorio di Faber parte da Via del Campo, dedicata alla strada lastricata che incrocia in senso trasversale i caruggi del centro storico di Genova, un tempo luogo di contrabbando e prostituzione (veniva praticata sia nei fondaci adibiti a magazzino sia in alcune tra le più rinomate case chiuse). La via oggi ha perso molto del suo fascino peccaminoso, limitandosi a fare da trait d’union fra il Porto Antico e via Prè. Ma inoltrandosi nei vicoli che odorano di salmastro si può lasciar volare l’immaginazione si può sognare una ragazza dagli occhi “color di foglia”.

Seconda tappa del viaggio è Boccadasse, raccontata da Gino Paoli e Ornella Vanoni nell’omonima canzone: “Ti ricordi il vento nella casa al mare? Quando c’era freddo e non lo sentivi…”. Boccadasse, situata ad est della passeggiata di corso Italia, è uno degli angoli più magici del capoluogo ligure. Appena messo piede nel borgo racchiuso in una piccola baia, l’impressione è di trovarsi in un luogo dimenticato dal tempo, fra le barche di pescatori e le case arroccate, come una vera e propria Creuza de mä. E proprio questo, oltre che il nome di uno dei ristoranti che si trovano nella cala, è anche il titolo di un’altra canzone di De Andrè. Il testo, completamente in dialetto genovese, è incentrato sulla figura dei marinai e sulle loro vite da eterni viaggiatori, in una sensazione di infinito andare e venire.

Sempre Faber ha messo poi lo zampino in Genova Blues di Francesco Baccini. In una Genova genoana, i due cantautori raccontano i paradossi della propria città: “Tra questa gente che osserva e si lamenta, pure Colombo è stato uno fra cento. E adesso in mare veleggia la rumenta. Strana, Genova…”. Il tour musicale termina infine con Genova 22, pezzo dei salentini Negramaro ispirato ai tristi fatti del G8, e Ma se ghe penso, brano del 1925 di Mario Cappello. La canzone, in dialetto, è divenuta una dei simboli del popolo genovese costretto ad emigrare in America Latina in cerca di fortuna: “Ma se ci penso allora io vedo il mare, vedo i miei monti e piazza della Nunziata, rivedo il Righi e mi si stringe il cuore, vedo la lanterna, la cava, laggiù il molo… Rivedo la sera Genova illuminata, vedo là la Foce e sento frangere il mare. E allora io penso ancora di ritornare…”. Perché Genova, in fondo, non è un’idea come un’altra…

Fonte: www.panorama.it

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