L’ Avana di Hemingway

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L’Avana, 22 anni dopo. La strada dall’aeroporto verso la città è sempre uguale. Palme maciullate dai due uragani che nei mesi scorsi hanno distrutto Cuba, case rovinate, ragazzi per strada che inseguono un pallone. Radio Rebelde e Radio Reloy trasmettono comunicati del governo. Raúl Castro di qua e i ministri di là a controllare le fasi della ricostruzione. Si procede con calma, la calma di Cuba.

L’Avana, 22 anni dopo. La strada dall’aeroporto verso la città è sempre uguale. Palme maciullate dai due uragani che nei mesi scorsi hanno distrutto Cuba, case rovinate, ragazzi per strada che inseguono un pallone. Radio Rebelde e Radio Reloy trasmettono comunicati del governo. Raúl Castro di qua e i ministri di là a controllare le fasi della ricostruzione. Si procede con calma, la calma di Cuba.

Il compagno Fidel Castro è malato, ma scrive quasi ogni giorno le sue «Reflexiones» su Granma, il giornale del partito, formato tabloid. Poche pagine, soprattutto notizie sulla lotta contro i danni e la crisi economica. «Recuperación eléctrica sigue ganando terreno», un buon annuncio visto che l’elettricità va e viene.

Dalla retorica dei bollettini alla musica: salsa e lacrime, rumba e rimpianti, bolero e nostalgia. Ai giovani piacciono i Van Van, complesso che spinge chiunque a ballare dovunque. Ma va molto Benny Moré, il dio del bolero, riscoperto nel mondo dopo il film El Benny di Jorge Luis Sánchez.

In auto con me, Lino Jannuzzi fuma cohiba. Grande giornalista, ex senatore, portavoce del ministro Sandro Bondi, Jannuzzi è la prima volta che viene a Cuba, ma l’ha cercata per tutta la vita: Ernest Hemingway, il rum anejo sorseggiato con calma, la mafia di Miami studiata sui libri, la rivoluzione e tutti i suoi risvolti.

Jannuzzi guarda L’Avana e trova somiglianze con Napoli. Indossa un blazer leggero, in testa porta un magnifico panama. È elegante, abbronzato, charmant con tutti. Arriva nella hall del meraviglioso e storico Hotel Nacional e i portieri lo salutano come se fosse sempre stato lì.
Dalle finestre della mia stanza vedo il Malecón, il lungomare dell’Avana, già pieno di giovani che si baciano, di gay che aspettano, di «chicas» che vorrebbero un «novio», un fidanzato straniero con pesos convertibili da spendere per un po’ di istantaneo «amor tropical».
Tramonto rosso e viola, aria secca e leggera nel giardino del Nacional. Un trio suona le belle canzoni di sempre: Mamá son de la loma, Lacrimas negras, La mujer de Antonio, El Bodeguero, Guajira guantanamera, Bésame mucho.

Finalmente un mojito ben fatto, diverso da quelli con troppo rum e senza passione che si bevono in Italia. Jannuzzi vuole andare alla Floridita: è la prima tappa del suo itinerario hemingwayano (il ristorante era il preferito dal grande scrittore). Una delusione l’aragosta alla Termidoro, ottimo il daiquiri, buoni i musicisti. Una cantante dalla voce sexy intona con l’anima Corazón rebelde.

È gia tardi. All’angolo fra Monserrate e Obispo è in sosta una Cadillac bianca del 1958, dipinta e ridipinta, l’autista promette di portarti ovunque alla ricerca della felicità.
Sulle tracce di Hemingway, Jannuzzi sa già dove andare il giorno dopo, prima che comincino gli incontri con i cubani sul cinema: Finca La Vijia, la casa museo, il bar La Teraza, l’hotel Ambos Mundos, la Bodeguita del Medio e la città vecchia coi suoi continui rumori di bottiglie e bicchieri che tanto piacevano all’adorato Ernest. Jannuzzi va a riposare dopo il lungo ma rilassante viaggio con la Blu Panorama, linea aerea perfetta, da Milano all’Avana.
Non ho sonno ed esco. Pochi passi e sono davanti al Capri, l’hotel di George Raft, attore a Hollywood e public relation man della mafia a Miami, ai tempi del dittatore Fulgencio Batista.
L’hotel è chiuso da tempo. Funziona invece il cabaret, il Salon Rojo, una meraviglia di musica e di donne, giovani, belle e ancora molto sveglie alle 3 di notte di domenica.

Il mio amico Omar González Jiménez, presidente dell’Icaic, l’Istituto cubano dell’arte e dell’industria cinematografica, mi ha fatto trovare in camera alcuni capolavori del cinema dell’isola, da Suite Habana a Páginas del Diario de Mauricio, a Juan Quin Quin, alla Soledad di Jaime Rosales.

A Cuba sanno fare il cinema. Con Jannuzzi, Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema del ministero italiano della Cultura, il regista Paolo Virzì e la bellissima Micaela Ramazzotti (protagonista di Tutta la vita davanti, il film presentato dalla Medusa nella rassegna del nuovo cinema italiano all’Avana) ce ne accorgeremo nel corso di una settimana di sedute e incontri.
L’alba irrompe nella camera e vale la pena di uscire subito, andarsene per un bagno sulla spiaggia di Santa Maria del Mar, a pochi chilometri dalla città.
Acqua splendida, sabbia bianca, nessuno per chilometri e chilometri. È bello vivere L’Avana, città e mare. È quel che faccio dopo una lunga nuotata. Giro nel centro storico restaurato grazie alla genialità artistica e imprenditoriale di Eusebio Leal. Si può camminare per ore e ore, fra palazzi e botteghe, caffè e bar, chiese, case dove ancora si vedono donne cantare alla finestra o ballare nel patio.

Girando, capito in plaza Vieja a una mostra di Alberto Korda, l’autore della immagine di Ernesto «Che» Guevara diventata un’icona mondiale.
Centinaia di foto rivoluzionarie, ma anche intriganti ritratti della moglie del maestro, una donna focosa ed erotica, sia nelle pose in studio sia negli abiti verde oliva da guerrigliera. Sulle bancarelle di plaza de las Armas trovo un libro da leggere subito: La vida secreta de Meyer Lansky en la Habana. Lansky, boss e amministratore della mafia, negli anni Cinquanta fu il padrone di Cuba. Enrique Cirules, un ricercatore cubano, ha raccolto le memorie del suo autista, Armando Jaime Casielles, e ne ha fatto una storia «da pelicula», da film.

Si raccontano le guerre, dentro L’Avana, fra le famiglie di New York e di Las Vegas, in un delirio di hotel (Capri, Nacional, Riviera), casinò, musica, cabaret, ristoranti, sangue, cimiteri, pompe funebri, donne sempre più belle, morto dopo morto, colpo dopo colpo.
Leggo il racconto habanero di Cirules nel roof dell’hotel Sevilla, dove Graham Greene ambientò una parte di Our man in Havana. C’è sempre uno scrittore in ogni angolo di questa città unica, imperdibile, da vivere con calma. «L’Avana è da bere lentamente, come il rum molto invecchiato, altrimenti ti ubriachi» mi ha consigliato, prima di lasciarmi, lo scrittore Abel Prieto, ministro della Cultura e adoratore di John Lennon.

Le grandi finestre del Sevilla dominano la «ciudad». Che amore! La guardo e mi sento già inebriato. Al Nacional Jannuzzi mi aspetta invano.
Ho troppo tempo da perdere per essere puntuale agli appuntamenti. Ma all’Avana ci si ritrova sempre. Come ho sentito in una canzone, «è lei che spinge chi si cerca a ritrovarsi».

Carlo Rossella

Fonte: www.panorama.it

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