Italiani a New York

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“Come in ogni periodo di vacanze gli italiani hanno invaso New York, pacificamente, ma in crescendo rossiniano. Cammini per strada e li riconosci da lontano”. È quanto scrive Silvana Mangione su Gente d’Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Domenico Porpiglia. “Sono eleganti, anche quando si vestono da turisti – continua l’articolo -. Hanno il senso dell’armonia nei colori e negli abbinamenti. Ogni tanto c’è l’esagerazione della griffe, ostentata perfino lasciando vedere l’etichetta interna di un capo di abbigliamento che, ahimè, non ha la firma esterna.

“Come in ogni periodo di vacanze gli italiani hanno invaso New York, pacificamente, ma in crescendo rossiniano. Cammini per strada e li riconosci da lontano”. È quanto scrive Silvana Mangione su Gente d’Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Domenico Porpiglia. “Sono eleganti, anche quando si vestono da turisti – continua l’articolo -. Hanno il senso dell’armonia nei colori e negli abbinamenti. Ogni tanto c’è l’esagerazione della griffe, ostentata perfino lasciando vedere l’etichetta interna di un capo di abbigliamento che, ahimè, non ha la firma esterna.

Arrivano preparati. Gli amici, in particolare il personale aereo dell’Alitalia, hanno detto loro dove andare a mangiare, a comprare, a divertirsi, a strusciare il gomito contro le star americane. Ti insegnano la città in cui vivi, perché loro ‘sanno’ meglio di te che cosa è ‘in’ a New York. Strane cose, assorbite da articoli dei settimanali che scoprono segreti inesistenti, imprecisi, letti con ottica talmente italiana da ridefinire la realtà”.

“Il newyorchese-manhattanita – scrive Mangione – è un animale particolare, un po’ snob, e guarda con occhio sorridente la gente non soltanto ‘dei ponti e dei tunnel’ di ingresso sull’isola, ma anche degli aerei che rovesciano sulla città decine di migliaia di visitatori al giorno. I nostri si comportano bene, in linea di massima. Nella maggior parte sfatano lo stereotipo che ‘gli italiani gridano quando parlano’. L’eventuale alto numero di decibel, infatti, viene assorbito e travolto con facilità dal coro di voci stridule dei turisti provenienti dagli Stati più tradizionali degli Usa, anche loro immediatamente riconoscibili e osservati con una punta di superiorità dai nostri. Grazie all’euro, ancora molto forte rispetto al dollaro, fanno shopping a marce forzate. Non sapremo mai quanto spendono davvero, ma a giudicare dal numero di buste di carta, anch’esse griffate, si tratta di parecchi milioni di dollari l’anno”.

Gli italiani in viaggio in America “conquistano Macy’s, il grande magazzino ‘più grande del mondo’, che in periodi di affollamento estero dà agli stranieri una tessera con lo sconto del 10 per cento, purché dimostrino di essere davvero residenti fuori dagli Stati Uniti. Vanno a caccia di classici americani: Timberland, Polo by Ralph Lauren, Abercrombie & Fitch, i negozi su più piani della Nike, di Levi’s, di Disney, di Broooks Brothers, magari non sanno che quest’ultimo è di proprietà italiana. Sciamano – descrive Mangione nell’articolo – nelle boutique schicchettose di SoHo e di Chelsea. Si godono la sfilata di atelier italiani a Madison Avenue e i banchi della designer Elsa Peretti da Tiffany. Davanti alle vetrine della Ferrari a Park Avenue esplode l’orgoglio nazionale e allora tentano di comunicare in tutti i modi ai passanti che la Ferrari è italiana come loro o che loro sono italiani come la Ferrari, a scelta. Acchiappano un musical a Broadway. Meglio quelli più ballati e cantati che quelli troppo parlati, perché il loro inglese non è sempre tanto perfetto quanto vorrebbero credere”.

Inoltre “si vedono sempre più spesso gruppi di giovani, magari studenti di architettura, che camminano a naso in su e ti fanno riscoprire piccoli gioielli della fine dell’Ottocento, allineati lungo le Avenue che sono state meno vittime della mannaia della periodica sostituzione di un edificio con un altro, più alto, più moderno, più redditizio, secondo i canoni americani del business. Sono orgogliosa dei ‘miei’ turisti nella ‘mia’ città. I nostri ‘transeunti’ sono fra i migliori. Come sono orgogliosa – continua Mangione – del numero crescente di ‘stanziali’, che arrivano per un periodo di studio o uno stage di lavoro o l’esplorazione di opportunità diverse da quelle offerte da un’Italia in transizione e si fanno rapidamente spazio, trovano sponsor e lavoro, aprono proprie ditte, si costruiscono un futuro più interessante e una famiglia italiana-americana”.

“Diventano da una parte ‘newyorchesi’ fino in fondo e dall’altra trend setter in materia di abitudini e di scelte di vita quotidiana, ispirate al buon gusto italiano e lentamente assorbite da circoli di amici di tutte le possibili origini nazionali. Sabato scorso – racconta Mangione nell’articolo -, ho visto parecchi papà e mamme in bicicletta godersi insieme ai bambini gli spazi senza traffico offerti dal programma ‘Summer Streets’. Li ho visti viaggiare con la Vespa, che sta avendo grande successo a Manhattan. Li ho ammirati nei mercatini di frutta all’aperto, perché rifiutavano i sacchetti di plastica dati dai venditori e tiravano fuori quelli di stoffa che ormai vengono offerti gratuitamente dappertutto, per dare una ‘mano’ ecologica contro lo spreco di contenitori che inquinano la Terra su cui viviamo. Mi piacciono i loro comportamenti. Verrebbe da dire: Viva l’Italia! Sinceramente. Viva questa nostra Italia, bella anche quando appare all’estero e, magari, ci rimane”.

Fonte: www.ilvelino.it

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