Incanto d’autunno nelle langhe

Nel numero di National Geographic Traveler in edicola, la bellezza delle colline ammantate di vigneti, dei boschi colorati, dei castelli e di un’impareggiabile cultura del bere e del mangiar bene

Nella stagione autunnale le colline delle Langhe si tingono di mille sfumature, che vanno dal rosso al giallo, dal verde al marrone. La luce del tramonto e lo scatto dalla mongolfiera ne evidenziano la bellezza.
Fotografia di Franco Cappellari 

Da terre della malora a Patrimonio dell’Umanità Unesco. In una manciata d’anni, mica in secoli. Stiamo parlando di quell’angolo benedetto di Piemonte del sud chiamato Langhe. Luogo di colline pettinate, ordinate, ondulate, cariche di vigne che danno vini tra i più buoni e famosi del mondo, che hanno nome Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Barbaresco, Barolo.

Colline che formano una sorta di piccola regione, tra due province – Cuneo e Asti – e tre fiumi – Belbo, Tanaro e Bormida – divisa in tre parti. La Bassa Langa di Alba, la “capitale”, con alture fino a 600 metri, vini e tartufi; l’Alta Langa, al confine con la Liguria, colline di boschi, con altezze fino a 800 metri; la Langa astigiana, a sud del capoluogo, tra Canelli e il fiume Bormida.

Secondo alcuni il nome Langa viene dal latino linguae, perché il terreno è fatto a “lingue”, a creste collinari; per altri arriva invece dai langenses, antico popolo ligure che risiedeva nella zona. Quella che è certa è la straordinaria fertilità della terra, formatasi per orogenesi in età terziaria con conglomerati di arenaria, marmo e gesso. Arrivarci oggi vuol dire immergersi in un panorama di colline coperte di vigneti, boschi di bellezza assoluta, punti panoramici chiamati “belvedere”, ed è davvero un bel vedere, soprattutto in autunno quando le sfumature di verde, giallo, arancione, marrone dipingono una tavolozza unica e impagabile. Quasi in cima a ogni collina vi è un castello, incantevole memoria di un passato di signori e signorotti.

Dalla malora all’Unesco, si diceva. Perché qui, intorno a un mezzo secolo fa e oltre, non era così. Vi erano povertà, fatica, terre incolte, spopolamento. Era passata la guerra, lasciando rovine economiche e morali. La Langa di Asti è cantata da Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo nel 1908 e morto nel 1950, in pagine aspre e dolorose: si stende tra Mango, Camo e Trezzo. Quella Alta è la Langa di Beppe Fenoglio, albese, classe 1922, morto nel 1963: riguarda le zone di Murazzano, Bossolasco, San Cassiano, San Bovo di Castino, la valle del Tanaro. Ha scritto il primo, in La luna e i falò: “Su queste colline quarant’anni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale. Oltre ai figli che avevano già”. E il secondo, in La malora, fa domandare al protagonista: “Sei anche tu di quelli che crepano sulle langhe solo perché ci sono nati?”.

In pochi anni i langhet, teste intelligenti e braccia robuste, hanno cancellato povertà e guerra, riportando queste terre prima all’onor del mondo, e poi alla conquista del mondo. Merito anche di uomini avveduti e saggi, che hanno impiantato in Alba grandi imprese senza rubare braccia alle colline. Come don Giacomo Alberione, oggi beato, un prete di Fossano che ha dato vita alla grande avventura religioso-editoriale della Società San Paolo, quella di Famiglia Cristiana e dei libri e delle Bibbie per il popolo. O come Pietro Ferrero dei dolciumi e Miroglio dei tessuti.

Il resto l’ha fatto l’ingegno, il coraggio, la cocciutaggine di queste genti particolari. E infine è arrivata l’Unesco, a suggellare col suo marchio la laboriosità e la creatività di un paio di generazioni.


Oggi i nomi di borghi e borgate di Langa sono arrivati dall’altra parte del mondo, come sinonimo di buon vino, buona cucina, pregiata accoglienza. Mille sono gli angoli, gli scorci, le chiese da visitare. Ovunque un’enoteca, un ristorantino, una trattoria, con le infinite proposte di prodotti tipici locali. Ma non è solo vino, solo cibo: è cultura del bere e del mangiare, del gustare e del godere, del conoscere e riconoscere. La gente di Langa parla le lingue, perché qui arrivano da ogni dove; ma parla prima di tutto il linguaggio del bello, del buono e del ben fatto. Da queste parti, del resto, è nato pure quel fenomeno ormai mondiale che ha nome Slow Food. Mangiare e bere lentamente, e intanto ascoltare storie, assaporare profumi, godersi paesaggi.

Nel cuore delle Langhe si trovano quattro gioielli chiamati Barolo, Grinzane Cavour, Serralunga d’Alba e La Morra. Tappe obbligate di un giro per Langhe, in qualsiasi stagione, meglio se in autunno, quando nei boschi i trifolau e i loro cani dai nasi fini raccolgono i preziosi, impareggiabili tartufi, altro dono straordinario di questi luoghi incantati.

Il borgo di Barolo è assediato dalle viti, sovrastato dal castello, affollato di turisti. Botteghe, ristorantini e bottiglierie offrono gusti, sapori, profumi. Nel castello dei marchesi Falletti di Barolo, potente famiglia di banchieri che ha dato un sindaco a Torino, Carlo Tancredi, la cui moglie Giulia Colbert si è distinta per pietà, carità e cultura, collaborando anche con don Bosco, si trova il Museo del Vino, con le cantine dove è nato l’omonimo vino, il Barolo, a metà dell’Ottocento, con il concorso fattivo di Giulia Colbert e Camillo Benso conte di Cavour, il primo ministro dei Savoia che ha fatto l’Italia unita. Le piccole storie di Langa e la grande storia d’Italia.

A una manciata di chilometri c’è un altro luogo cavouriano, che dallo statista ha preso anche il nome: Grinzane Cavour, dove il tessitore del Risorgimento è stato sindaco. Altro straordinario castello, che accoglie ogni anno in novembre l’asta mondiale del tartufo. Costruito nel XIII secolo, è stato residenza giovanile di Camillo Benso; mentre oggi accoglie il Museo Etnografico, che celebra solennemente il tartufo, protagonista della fiera internazionale di ottobre ad Alba. Vi si trovano anche una distilleria del Settecento, la bottega del bottaio, oggetti di cucina. E la fascia tricolore del sindaco Cavour.

Tappa a Serralunga d’Alba, tra i vigneti, sullo sfondo delle Alpi cuneesi, all’ombra del castello della metà del XIV secolo, al cui interno si trova il Salone dei Valvassori, con affreschi quattrocenteschi rappresentanti il martirio di santa Caterina d’Alessandria.

Qui, ancora, non vi è che l’imbarazzo di scegliere il localino per trascorrere momenti di felicità pura: pranzo o cena con vista vigneti e montagne innevate in lontananza, mangiando agnolotti del plin, pasta ripiena tipica locale, con burro e salvia, brasato al Barolo, torta al cioccolato e bevendo sua maestà il Barolo.

Infine ecco La Morra, il balcone delle Langhe, a 500 metri d’altezza, da dove si dominano con lo sguardo le Langhe intere. Anche qui, i luoghi del cibo e del vino, ma pure scorci incantati tra antiche strade e monumenti pregevoli, come il castello, il palazzo dei Marchesi di Barolo, la seicentesca chiesa di San Martino, dalla facciata barocca, e della Santissima Annunziata, con torre campanaria settecentesca, nel cui convento si trova il Museo Ratti dei vini d’Alba, la Confraternita di San Sebastiano, la chiesetta di Santa Brigida e la parrocchiale di Santa Maria in Plaustra.

Curiosità da non perdere: la cappella della Madonna delle Grazie, oggi chiamata anche cappella del Barolo, in località Brunate. Non è mai stata consacrata, serviva per dare riparo ai contadini in caso di maltempo. Acquistata nel 1970 dalla famiglia Ceretto, produttori di vino noti in tutto il mondo, è stata trasformata in attrazione internazionale.

Due artisti, l’inglese David Tremlett e l’americano Sol Lewitt, l’hanno colorata gioiosamente, rendendola gradevolissima e riconoscibilissima, una straordinaria tavolozza di colori sullo sfondo delle vigne, dove si tengono eventi culturali, incontri, serate pubbliche. Un piccolo, unico gioiello che merita da solo una visita.

Una parola sui piatti tipici delle Langhe: i salumi, i tajarin – la pasta lunga locale – al sugo d’arrosto, la torta di nocciole, i formaggi, il bollito misto alla piemontese con le salse e i bagnetti, gli agnolotti del plin e il brasato, i funghi, la carne cruda battuta al coltello e tanto tartufo. Per i vini, la scelta è ricchissima: forse in nessun altro luogove ne sono tanti in così pochi chilometri.

Un weekend nelle Langhe, soprattutto in autunno, tempo di tartufi, è un’esperienza indimenticabile per chiunque. Altro che terre della malora.

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