In Abruzzo: due percorsi tra lupi ed eremiti

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Non è che l’Abruzzo debba sempre essere legato a un’idea di selvaggio e remoto – ci sono le autostrade e sono passati sei secoli da che Boccaccio faceva dire al suo Calandrino: “dèe egli essere più là che gli Abruzzi” per intendere il posto più lontano che si potesse immaginare – tuttavia parliamo di natura, di una terra verdissima e protetta (in Abruzzo ci sono tre parchi nazionali e uno regionale, tanto per dire) e di due percorsi che abbiamo arbitrariamente chiamato i lupi e gli eremiti – i primi li vedrete davvero, dei secondi soltanto le tracce, com’è giusto.

Il fiume Sangro si allarga d’improvviso in un lago Villetta Barrea © ValerioMei

Se qualcuno guardando la cartina dell’Abruzzo dovesse riconoscervi la forma di un pesce abissale che addenta famelico il Lazio, sappia che il primo percorso scenderà giù lungo la sua mascella e verso il suo stomaco, nella parte meridionale e montagnosa della regione (la Marsica) e che seguirà per un tratto la statale più bella che ci sia – la n.83 marsicana – fermandosi infine a Civitella Alfedena, paese dei lupi.

Più o meno al centro dell’Abruzzo, come un’occhio azzurro in mezzo alle montagne, si apriva un tempo il lago del Fucino – uno dei laghi più estesi e alti d’Italia – prosciugato nell’Ottocento, ne resta oggi la piana spartita dalle coltivazioni – la famosa patata del fucino – e proprio dalla sponda dell’ex lago partiamo.

La cartina dell’Abruzzo potrebbe ricordare la forma di un pesce abissale che addenta famelico il Lazio: gli appunti dell’autore.

In macchina, in moto, in bici – a piedi meglio di no, potrete parcheggiare lungo la strada e scegliere una miriade di escursioni o aspettare il secondo percorso che sarà puro trekking – entrate a Pescina; tenete a mente questo paese come punto di riferimento, c’è l’uscita autostradale dell’A25 Roma-Pescara e diverse sorprese. Qui nacquero personaggi illustri come il cardinal Mazzarino – sì, quello che prese il posto del cardinal Richelieu, il cattivo dei Tre Moschettieri – e lo scrittore Ignazio Silone che prese il suo nome d’arte (il nome vero era Secondo Tranquilli) dal decisamente più bellicoso Quinto Poppedio Silone, uno dei capi della rivolta italica contro Roma, che proprio qui aveva il suo caposaldo – dovunque vi girate troverete riferimenti ai Marsi, l’antico popolo di guerrieri che combatté la Guerra Sociale, correva l’anno 91 a.C. Troverete anche, nella stessa Pescina e più avanti a Gioia dei Marsi e Gioia Vecchio e in tutti i paesi del nostro giro, abbondanti residui del grande terremoto del 1915.

La Marsica, parte meridionale e montagnosa della regione © TinoFotografie

Non correte, dopo mezzora di cammino arriverete al Passo del Diavolo e, voltandovi cautamente, avrete la visione completa del Fucino circondato dal blu soffuso e dagli oltre duemila metri del massiccio Sirente-Velino. Tirate dritto sulla statale e scendete di quota nella valle del Sangro. Dopo pochi chilometri sarete a Pescasseroli, la porta d’ingresso del Parco Nazionale d’Abruzzo. Il paese è una comoda villeggiatura, ci saranno impianti sportivi per tutti i gusti e un attrezzato Centro Visite con tanto di museo naturalistico, parco faunistico e giardino appenninico. I bambini ne saranno felici. Qui boschi incantati, faggete protette dall’UNESCO (quella di Coppo del Principe e Coppo del morto), gelaterie. I soliti pedanti potranno visitare Palazzo Sipari, dove nacque il grande Benedetto Croce, potranno passeggiare tra le rovine di Castel Mancino, rudere a strapiombo sul paese, e ricordare i versi di Cesidio Gentile, poeta-pastore, che conducendo le pecore recitava poemi a memoria per allietare i compagni e si ingegnava di comporre la Leggenda Marsicana – la storia indovinate di chi? esattamente, guerrieri fieri e leggendari quei Marsi.

Opi Abruzzo Opi è un paese traforato di stradine di pietra dove scorre l’aria delle vette © Cristian Puscasu

Siete stati bene ma dovete continuare, ai lupi manca poco. Riprendete la solita statale e addentratevi in una pianura levigata di pascoli, Opi è là sopra. Adagio salite i tornanti fino all’ingresso del paese, vale bene una sosta. Lo troverete sulla cima dello sperone come un’osservatorio. Opi è traforato di stradine di pietra dove scorre l’aria delle vette; sporgendovi sulle balconate vedrete i versanti boscosi dei monti (Monte Petroso, Monte Marsicano, Gruppo della Meta). Da qui partono escursioni: raccomandata quella per la Val Fondillo, con altre faggete patrimonio dell’umanità e camosci, che sono un altra delle specie caratteristiche del parco – andrebbe fatta una menzione a parte per l’orso, l’orso marsicano, specie endemica della zona, ma non diremo niente per lasciarlo nascosto e appartato, difficilissimo da avvistare e più che soddisfatto della cosa. Dunque i camosci, che si mostrano volentieri. A Opi potete visitare il Museo del Camoscio ma se volete un’esperienza diretta non tralasciate la Camosciara. È poco più avanti, usciti dal paese. Diversi sentieri vi condurranno a quello che ne è il vero e proprio tempio. Guglie e creste frastagliate di dolomia bianca con i bellissimi mammiferi capreschi che si arrampicano e zampettano o si stagliano contro il cielo di profilo, pronti per la foto ricordo.

Ma siamo ormai vicini al nostro animale guida, rimettetevi in carreggiata e seguite il corso del fiume Sangro fino a Villetta Barrea dove si allargherà d’improvviso un lago. Sull’altro lato c’è il paese di Barrea che gli dà il nome e porta sulla punta un castello a torri cilindriche che domina la valle. Ma voi fermatevi prima e girate allo svincolo che sale a Civitella Alfedena. Vi aspetta un paese in salita, fatto di pietra grigia, snodo di sentieri e attrezzato a ricevere. Prendendo un caffè nel primo bar qualcuno potrà farvi notare che quei cagnoni che passeggiano, lì sotto la terrazza del belvedere, sono lupi, lupi veri. Escono spesso dalla boscaglia e si vengono a stendere a favore di pubblico, è la loro area faunistica dopotutto. Visitando il Museo del Lupo che trovate di fronte, imparerete la differenza tra un capobranco e un gregario, sarete capaci di riconoscerne le impronte e terrete a mente la storia sanguinosa che verso gli anni Settanta aveva messo a rischio d’estinzione questa specie. Ecco quindi il lupo, non aspettate che tornino a sterminarlo per volergli bene.

Visitate il Museo del Lupo per conoscere tutto su questo splendido animale © ValerioMei

E ora gli eremiti. Mollate i mezzi a motore e munitevi di scarponi. Pieghiamo verso est dirigendoci all’interno di un’altro parco nazionale, quello della Maiella. Descriveremo le tappe salienti di un trekking ben spianato e segnalato che si chiama Sentiero dello Spirito. A seconda del tempo e dell’allenamento, lo potrete dilazionare in escursioni singole di mezza giornata o farvelo in un’unica traversata di 70 chilometri e pernottamenti (a Caramanico Terme, al rifugio San Marco, a Roccamorice). Come detto, non vedrete eremiti, solo eremi, ma su di voi sentirete aleggiare costantemente la presenza di Pietro Angelerio e dei suoi seguaci. È una storia famosa – che, tra gli altri, il nostro Ignazio Silone ha raccontato nel romanzo L’avventura di un povero cristiano, del 1968 – stringendo, si tratta di un povero frate che stabilendosi in queste montagne – siamo agli inizi del 1200 e vivere qui non era proprio una passeggiata – fu nominato papa col nome di Celestino V, e vista poi che aria tirava nella stanza dei bottoni, dopo quattro mesi, scelse di abdicare e di tornarsene da dove era venuto. E lo fecero anche santo, nonostante a portarlo alla morte fu proprio il suo successore. Una storia edificante, ma facciamo un passo alla volta.

Le vette nel parco della Maiella © lincegialla

Il Sentiero dello Spirito parte dai pressi di Sulmona, bellissima città adagiata nella Conca dei Peligni – altro popolo italico. Da qui vi inerpicherete sul Monte Morrone verso il primo eremo, quello di S.Onofrio al Morrone. Troverete un edificio addossato alla parete rocciosa, dotato di chiesa e foresteria. Sulle pareti laterali dell’Oratorio potrete vedere in faccia il nostro Pietro Angelerio (detto anche Pietro da Morrone dal nome del suo monte preferito) in un affresco che lo rappresenta vestito da Celestino V. Fategli ossequio e recatevi verso la scalinata esterna, scendete e guardate la grotta dove tutto è cominciato. In ogni eremo che visteremo le tracce del santo eremita non saranno tanto nelle chiesette o nelle strutture abitative ma nella viva roccia dove andava a pregare. D’altronde la vita degli eremiti più celebri è così: ci si trova un posto inaccessibile e riparato per fuggire l’umanità tentatrice, si prega, si dorme sulle rocce, ci si nutre di radici, e dopo poco si sparge la voce e spuntano discepoli e chiese intorno. Allora ci si da alla macchia di nuovo e si cerca un’altro posto inaccessibile finché non ti scovano di nuovo, e uno che voleva starsene da solo si ritrova a capo della chiesa. Ma stiamo semplificando. Torniamo all’eremo e alla sua grotta sottostante. L’incavo della parete dove si raccoglieva a dormire il santo è sempre umido e conserva – paradosso miracoloso – la virtù di guarire dai reumatismi.

Partendo da Caramanico Terme (ideale punto di sosta e centro turistico rinomato) potete entrare in quella che è una delle valli più rigogliose e stupefacenti del parco, la valle dell’Orfento. Fauna e flora di prim’ordine, addirittura le lontre nei suoi corsi d’acqua, e ponti medievali e pareti calcaree. Raggiungerete da qui l’eremo di San Giovanni, molto scarno, una grotta scalpellata e divisa in tre ambienti dove sarà interessante notare le tracce dei sistemi d’approvvigionamento idrico, le scanalature che permettevano di convogliare le stille d’acqua – anche gli eremiti dovevano bere. Chiesetta e camere per gli ospiti non mancano.

Viene poi, nel Vallone di Santo Spirito, l’Eremo omonimo, fondato dal solito Pietro e situato a 1130 metri d’altezza. La parte più antica è la stanza del crocefisso dove fra Pietro era solito pregare e dove noterete cinque piccoli vani, le cellette dei suoi primi compagni.

L’eremo di San Bartolomeo in Legio, nel vallone di Santo Spirito © Angelo DAmico

Uno degli eremi più belli, e anche il preferito di Pietro, è quello di San Bartolomeo in Legio, sempre nel vallone di Santo Spirito, più basso in quota rispetto al precedente. Incastonato nella roccia, serba all’interno una polla d’acqua sorgiva dalle proprietà taumaturgiche, e, se non siete già guariti nel precedente tragitto, potete bagnarvi e invocare l’intercessione di San Bartolomeo che troverete rappresentato in una statuetta con la tipica posa: pugnale in una mano e la sua pelle scuoiata a tracolla.

Da Roccamorice parte l’ultima escursione. Ormai temprati dal cammino, raggiungiamo agilmente l’Eremo di S.Onofrio di Serramonacesca, con chiesa e parte abitativa. La dedica questa volta è a Sant’Onofrio, egiziano d’origine e capostipite degli eremiti cristiani, sua la potestà sugli oggetti smarriti, sulle donne in cerca di marito e sugli studenti un po’ duri di comprendonio. Una nicchia nella parete rocciosa vi indicherà un’antico giaciglio, detto appunto Culla di Sant’Onofrio, e anche qui ci sarà possibilità di strofinare e chiedere benefici. Il giro è finito – se almeno per un momento non sarete stati penetrati dal vento mistico che spira in queste valli potrete considerarvi il cuore incallito e senza speranza.

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