Il turismo del dolore

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Come definire chi va a dare un’occhiata al tunnel dell’Alma, dove trovò la morte la principessa Diana, o chi fa una gita a Garlasco a vedere la casa dove è stata uccisa Chiara Poggi? Semplici curiosi? No, è un po’ diverso sono turisti del dolore.

Come definire chi va a dare un’occhiata al tunnel dell’Alma, dove trovò la morte la principessa Diana, o chi fa una gita a Garlasco a vedere la casa dove è stata uccisa Chiara Poggi? Semplici curiosi? No, è un po’ diverso sono turisti del dolore.
Si chiama Dark tourism o Grief Tourism ed è il turismo associato a morte, distruzione o eventi catastrofici. Esistono siti dedicati all’argomento e corsi universitari che cercano di spiegare il fenomeno. Come quello tenuto da Moira Liberatore, docente di psicologia del turismo all’Università di Torino, a cui abbiamo ha chiesto: perché?

Da quando esiste il viaggiatore in cerca di dolore?
Se il turismo di massa è un fenomeno relativamente recente, che riguarda gli ultimi 40-50 anni, quello di tipo macabro è nato poco dopo. C’era già chi negli anni ‘60 andava a Dallas a vedere il luogo dove avevano sparato a Kennedy.

Come si spiega?
È la passione di molti turisti per luoghi che a diverso titolo sono collegati con la morte. Ovviamente ci sono forme molto diverse tra loro. C’è ad esempio chi ama recarsi in posti a rischio, mettersi in pericolo andando in zone di guerra a conflitto in corso o in luoghi ad alto rischio terrorismo. Ma non solo. Tra Messico e Stati Uniti ci sono tour operator che organizzano finti sconfinamenti: il turista si trova nella stessa situazione di un messicano che cerca di espatriare illegalmente ed è esposto agli stessi pericoli.

Quindi è un modo per osservare da vicino?
Sì, la gente si reca in zone dove si sono svolte guerre e in luoghi di stragi o di prigionia. Chi vuole capire la storia e coltivare la memoria visita campi di battaglia, campi di concentramento, gulag. Poi c’è invece chi cerca lo spettacolo della morte tout court: luoghi di omicidi (Cogne, Villa Altachiara, perfino il Cermis dopo lo schianto della funivia). Infine ci sono le aree delle calamità naturali, come la Thailandia dopo lo tsunami, New Orleans dopo Katrina, ma già anni addietro l’Honduras e il Nicaragua dopo l’uragano Mitch.

Perché siamo attratti da questi luoghi?
La propensione psicologica è diversa a seconda della meta. Chi si mette a rischio deve provare emozioni forti per sentirsi vivo e mettersi alla prova. Penso a chi fa cose come il “Favelas jeep tour” a Rio de Janeiro, una sorta di safari urbano in zone pericolosissime, dove ci sono sempre grossi rischi. C’è poi una dimensione contemplativa: tutti noi proviamo un’attrazione verso il macabro e lo spaventoso, ci serve per trovarci ad affrontare, in contesti protetti, paure universali (il buio, la pazzia, il non umano, la morte). Trovarci di fronte a queste paure profonde ci consente di rielaborarle senza rischio. Un po’ lo stesso meccanismo che scatta quando guardiamo un film horror.

Non c’è anche voglia di far parte di un evento mediatico?
C’è anche una componente sociologica, la tv ha spettacolarizzato la morte e l’ha fatta entrare nelle nostre case, non ci viene risparmiato alcun dettaglio. Ai tempi del delitto di Novi Ligure furono pubblicate le foto della casa del massacro di Erika e Omar, e la gente comprava i giornali per vederle. Ma direi che la componente essenziale che spinge a recarsi in luoghi di morte deriva da qualcosa di arcaico: un ritorno al tempo dei gladiatori o della ghigliottina in piazza.

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