Il Parco Nazionale del Gran Paradiso

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È la stagione ideale per visitare la regione per chi ama gli sport invernali. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è una delle Riserve naturali italiane più ricche di diversità ambientali e di tradizioni di Stefano Paolo Giussani Dici Valle d’Aosta e pensi al candore della neve, immagini la quiete ovattata di distese immacolate in quota e ti viene in mente una piccola regione nel cuore dell’arco alpino occidentale.

È la stagione ideale per visitare la regione per chi ama gli sport invernali. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è una delle Riserve naturali italiane più ricche di diversità ambientali e di tradizioni di Stefano Paolo Giussani Dici Valle d’Aosta e pensi al candore della neve, immagini la quiete ovattata di distese immacolate in quota e ti viene in mente una piccola regione nel cuore dell’arco alpino occidentale.

Si ha l’impressione che non ci possa esser tregua tra creste tanto ardite da sembrare irraggiungibili. Nessuna pausa alla successione di crinali e vette, quelle stesse da cui partì la storia dell’Alpinismo quando il ginevrino De Saussure nel 1787 si fece accompagnare sul Monte Bianco (anche questo nella regione aostana, pur condiviso con la vicina Francia) aprendo un nuovo filone della frequentazione delle Alpi. Neve e monti e nessuna sosta, si diceva. Ma non corrisponde esattamente alla verità. Una sospensione esiste, prende la forma di un pianoro ed è concessa solo a chi accetta la scommessa di lasciare il fondovalle senza l’aspettativa di grandi funivie o piste da circo bianco.

Passato il capoluogo valdostano, un gioco di pianori si diletta a intersecarsi: è un divertissement tra pendii scanditi dai filari delle vigne tra le più alte d’Europa, in questa stagione coperte come dal piumone soffice del riposo invernale, e il ritmo cadenzato dai merli sulle torri dei castelli. Ben quattro, nel giro di poche centinaia di metri, sono le architetture medievali che fanno da prologo a quel che ancora la montagna centellina esitando a svelare. Ognuna delle architetture anticipa un risvolto del carattere: c’è il fiabesco Saint-Pierre, in attesa di una Cenerentola, l’austero Sarriod de la Tour, forte della sua essenzialità, l’isolato Sarre, arroccato in cima alla collina, e l’originale Aymavilles, unico nel suo genere e sfiorato dalla strada che si arrampica in una valle della quale le quattro costruzioni paiono anticipare la natura fiabesca e austera. Isolata e originale, la Valle di Cogne aspetta ogni anno un pubblico estraneo alle migrazioni forzate dello sci con una ampia offerta di piste dedicate allo sci da fondo e alle passeggiate invernali.

A fronte di una strada non adatta ai grandi flussi, una gola che neanche si intuisce dal transito dell’autostrada e un dislivello che spesso scoraggia chi non ama guidare tirando le marce, il sistema orografico che si apre a Cogne è di tutto rispetto. La tregua tra i pendii comincia al borgo di Epinel e prosegue sino al più grande tra i prati della Valle d’Aosta e uno tra i più estesi degli altipiani di questo settore della catena montuosa. Se in estate la piana di Sant’Orso, patrono della regione, è famosa per essere la verde cornice pianeggiante di un paesino di per sé già incantevole, in inverno diventa l’occasione per scoprire la montagna senza la minima fatica dedicandosi alla contemplazione delle vette circostanti.

La panoramica è di tutto rispetto e i nomi delle montagne attingono direttamente al repertorio della più antica Riserva naturale italiana: il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Così si leggono sulla mappa toponimi e quote che hanno un posto d’onore nella storia delle ascensioni: Grand Nomenon (3488 metri), Grivola (3968 metri), Pointe de l’Herbetet (3778 metri) e, in fondo alla successione ininterrotta, la cima che battezza l’intero gruppo e il Parco, il Gran Paradiso, troneggiante da quota 4061 metri, l’unica cima interamente italiana a superare i quattro chilometri di altitudine. Ma la Valle di Cogne non finisce a Cogne. Anzi: la sede comunale è solo l’anticipo di una serie di frazioncine abbarbicate sui pendii circostanti.

Per la facile raggiungibilità rispetto agli altri agglomerati di case, ha il limite di essere assediata (pur con il filtro dei numeri limitati come scritto all’inizio dell’articolo) da auto e pedoni. Dopo aver costeggiato il prato, il suggerimento è quello di aggirare la chiesa, dedicata anch’essa a Sant’Orso (intitolata al patrono di Cogne e santo più amato della regione che protegge i valdostani dalle calamità naturali e da malanni come i reumatismi e il mal di schiena), e procedere fino a Lillaz. Abbandonata l’auto o il mezzo pubblico, nello spazio di pochi metri ci si troverà a scegliere tra le tre diverse misure che la montagna escursionistica invernale è in grado di offrire.

La taglia small è quella per i temerari che amano sfidare il verticale aggrappandosi a piccozze da piantare nelle colonne ghiacciate delle cascate di Lillaz. La medium si addice a coloro che scelgono di incamminarsi verso Cret e procedere in direzione della Finestra di Champorcher. Un buon paio di racchette da neve e la compagnia esperta di una guida potranno aiutare a godere al meglio del dislivello guadagnando il panorama su tutta l’alta valle.

La misura large è quella invece dedicata alle prospettive di profondità del corridoio quasi pianeggiante che, volgendo le spalle alla minuta Lillaz, si inoltra nel cuore del Parco verso il circo terminale del vallone di Valleil. Larga come la grandezza del paesaggio, l’accessibilità a chi non è esperto escursionista, l’agevolezza per chi non è allenato. Pur nella precauzione di un occhio alle previsioni meteo, ancora le racchette da neve possono accompagnare tra silenzi immacolati al cospetto di giganti bianchi. Non solo montagne, ma anche luci e ombre che nelle ore di sole della parte centrale della giornata alzano il sipario su forme a volte grottesche. Ne è un attore il gigantesco masso erratico nel centro del solco vallivo: una perla nel cuore di uno scrigno, che ti fa sentire sentire piccolo di fronte alle sue dimensioni. È una lezione di umiltà.

Frammento di monti abbandonato da una delle Ere glaciali che hanno modellato un’intera valle, dotata non solo del paradiso della montagna e della natura del Parco, ma anche della capacità di far toccare a chi la vede, il cielo con un dito…e due racchette.

Fonte: www.repubblica.it

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