il paradiso di Aruba

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Della cartolina caraibica non le manca proprio nulla: spiagge, mare turchese, sole. Ma l’isola dal cuore olandese vanta anche uno dei più bei deserti di cactus dei Tropici, l’ispido Parco Nazionale di Arikok. E affascina con una cucina unica e originale. Che mescola e rielabora le tradizioni gastronomiche di mezzo mondo.

Della cartolina caraibica non le manca proprio nulla: spiagge, mare turchese, sole. Ma l’isola dal cuore olandese vanta anche uno dei più bei deserti di cactus dei Tropici, l’ispido Parco Nazionale di Arikok. E affascina con una cucina unica e originale. Che mescola e rielabora le tradizioni gastronomiche di mezzo mondo.

Se Dio dovesse cercare un posto per farne la Babele dei sapori probabilmente la sua scelta cadrebbe sull’isola di Aruba. Gli oltre cento ristoranti che affollano la capitale Oranjestad e le cittadine costiere più turistiche hanno menu che parlano lingue di tutti i continenti: nell’elenco entrano il francesissimo foie gras, il mahi-mahi e il wahoo (il pesce selvaggio dei Caraibi), il churrasco argentino, la shawarma mediorientale, il sushi giapponese, le tapas spagnole, l’indiano curry e l’italiana pasta fatta in casa.

«Il segreto della cucina di Aruba sta nella capacità di mescolare le tradizioni gastronomiche di mezzo mondo, rielaborarle e renderle originali», spiega Eduardo Ellis Junior, chef del Papiamento, da oltre vent’anni una delle tavole più conosciute dell’isola. «Io aggiungo sempre un tocco locale ai miei piatti. Per la bouillabaisse uso pesce di stagione, poi lo rendo un po’ piccante con un tocco di curry indiano e l’addolcisco con il brodo di cocco. Il kebab lo condisco con un pesto quasi classico in cui i pinoli sono sostituiti dal cashew, l’anacardio caraibico. Per preparare l’aragosta aggiungo a pepe, cipolla, pomodori ed erbe aromatiche uno Chardonnay fruttato. E nella lista dei vini c’è di tutto: la Sicilia e il Sudafrica, la Spagna e il Cile».

Un eclettismo di tradizioni culinarie e sapori che è il punto di forza di molti grandi chef di Aruba. Che amano fare della tavola una sorta di mappamondo condensato. Al Buccaneer Restaurant, Franklin Winterdaal prepara il ceviche con il pesce di Aruba e la tipica salsa creola; Sandro Herold del bistrot Taste of Belgium accompagna ai gamberi piccanti e al filetto di mahi-mahi servito con prezzemolo e mostarda le corpose birre belghe, dalla classica Stella Artois alle meno note Corsendonk e Kasteel Bier.

Nella più occidentale delle Antille olandesi anche la toponomastica è un dizionario in cui si trovano nomi che evocano lingue diverse come Barcadera, Westpunt e Seroe Colorado, e persino la denominazione dell’arcipelago, ABC Islands (Aruba, Bonaire, Curaçao), suona come un compendio dell’alfabeto. Nemmeno la natura si è piegata alle regole dettate da clima e latitudine: Aruba di caraibico sembra avere ben poco. A Oranjestad è più facile inciampare in biondi motociclisti in sella a un’Harley-Davidson (gli appassionati della leggendaria moto americana si danno appuntamento una volta alla settimana davanti al concessionario locale per bere una birra) che non in mulatti trascinati dal ritmo indolente del calypso. Tra i souvenir esposti nei tanti negozietti del centro storico spiccano gli zoccoli olandesi in legno decorati con l’effigie dell’unico mulino a vento dell’isola e la sola concessione ai Caraibi sta nelle tinte forti dei Tropici con le quali sono dipinti.

Se si voltano le spalle al mare non si incontrano distese di palme e intricate foreste pluviali ma un ispido deserto di cactus. È il Parco Nazionale di Arikok, una delle meraviglie naturali di Aruba. Una distesa asciutta di roccia dove ogni tanto spuntano le sagome dei divi-divi, gli alberi contorti con la chioma piegata a sudovest, nel verso in cui soffiano gli alisei, che sembrano quasi pietrificati e sono uno dei simboli di Aruba. Accompagnati dai ranger si va alla scoperta della storia dell’isola: dalle incisioni rupestri degli Arawak nella Grotta Fontain ai resti degli insediamenti rurali olandesi a Masiduri, dalla miniera d’oro abbandonata di Miralamar alle vecchie piantagioni della Valle di Prins. Qui c’è anche la cima più elevata dell’isola, il Monte Jamanota: appena 188 metri che regalano però una vista a trecentosessanta gradi su spiagge, baie e sentieri dove passeggiano indisturbate le iguane. La vera attrazione di Arikok sono i cactus che qui hanno mille nomi (kadushi, kwihi, hubada), altrettanti sapori e fogge – da quelle che ricordano i fichi d’India ai colossali candelabri spinosi modello Arizona – e un’infinità di usi curativi.

ORANJESTAD, LA ROTTERDAM DEI TROPICI
Sulle spine dei kadushi s’infransero anche i sogni di grandezza di Alonso de Ojeda, conquistador spagnolo sbarcato qui nel 1499 convinto di trovarci oro e pietre preziose. Li cercò per un po’, ma il suolo arido e inospitale di Aruba lo convinse a restituire "quest’isola inutile", come la definì, ai pacifici Caiqueto, l’autoctona tribù di Arawak che viveva di pesca e agricoltura. Molto più impegno ci misero gli olandesi che arrivarono ad Aruba nel 1636 dopo aver colonizzato le sorelle Curaçao e Bonaire. E non se ne andarono più. Ancora oggi Aruba è parte del Regno dei Paesi Bassi e, sia pure con un’elastica autonomia, affianca al governatore locale sua maestà Beatrix Wilhelmina, regina dei Paesi Bassi e capo di Stato dell’isola.

Dell’epoca d’oro della colonizzazione olandese porta ancora i segni Oranjestad, una sorta di Rotterdam tropicale. Qui le strade hanno nomi rigorosamente olandesi, come Nassau Straat e Wilhelminastraat, le case – quelle storiche e un po’ fané del centro ma anche quelle nuove che la moda vuole in stile neocoloniale – conservano l’architettura tradizionale dei territori d’oltremare con le facciate alte e a punta dai colori vivaci, le finestre lavorate e i balconi panciuti.
Da non perdere la visita ad alcuni piccoli musei che regalano frammenti di storia locale. Come il Museo Archeologico, dove si narrano origini e tradizioni degli indios Arawak, il Museo Arubano – ospitato nel Fort Zoutman, del XVIII secolo – che raccoglie testimonianze dell’epoca coloniale, il Numismatico, che vanta una collezione di antiche monete provenienti da 400 Paesi, alcune recuperate grazie ai relitti dei tanti naufragi.

SULLE SPIAGGE TRA FENICOTTERI E PELLICANI
Se Oranjestad è un pezzo d’Olanda che ha sbagliato latitudine, sulle spiagge di Aruba tornano prepotenti i Caraibi. Quelli da cartolina, con la sabbia tanto candida e soffice da non sembrare nemmeno vera, le palme, il mare che digrada dolcemente e diventa una tavolozza che racchiude tutte le sfumature di colore del verde e del blu. Come la costa nord da Eagle Beach a Palm Beach, quasi un unico lunghissimo arenile considerato tra le dieci spiagge più belle del mondo. Splendide ma molto sfruttate: a pochi metri dalla battigia si schierano in doppia fila mega-alberghi e resort, la sabbia è colonizzata da lettini e ombrelloni di foglie di palma, le onde sono solcate da una ridda di vele e moto d’acqua. Nonostante questo, però, una nuotata nelle acque cristalline di Eagle Beach o una passeggiata chilometrica sul bagnasciuga di Palm Beach sono un’esperienza da non perdere.

Lasciata la costa ovest, il mare di Aruba torna a essere più solitario e selvaggio. Sulla punta sudoccidentale, a Baby Beach e Seroe Colorado, i pellicani si tuffano tra le onde, la sabbia è una falce bianca, il mare è turchese ma alle sue spalle si staglia nitida la sagoma di una raffineria, quasi bella così aggredita dalla natura esuberante dei Tropici. Risalendo verso nordest la costa si impenna, si fa più impervia, il mare alza la voce, le onde sono più violente. Andicuri Beach è il lido preferito dagli amanti del surf e del boogie-board: qui le onde sono alte e il vento non si fa pregare. Alle spalle della spiaggia c’è uno spettacolare arco naturale che il mare e il vento hanno scavato nella roccia corallina: lungo trenta metri e alto sette è uno splendido ponte gettato sull’oceano. Più giù, proprio ai piedi del Parco Nazionale di Arikok la spiaggia di Boca Prins è una minuscola baia selvaggia, dove le onde del mare sbattono rabbiose e potenti sulla battigia.
I più pigri, dall’altro lato dell’isola, possono infine infilarsi nella pancia dell’Atlantis, un sommergibile che scende fino a trentacinque metri di profondità per mostrare, anche a chi non ama andare sott’acqua, pesci pappagallo e relitti sommersi.

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