Il Museo Egizio di Torino

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Il fascino dell’antico Egitto è unico e coinvolgente, carico com’è di storia, leggenda e mistero. Innumerevoli e capaci di risvegliare le fantasie più avventurose sono i monumenti e i reperti archeologici che la grande civiltà, nata sulle sponde del fiume Nilo, ha lasciato. Pensandoci il pensiero vola alla Valle dei re, alla Piana di Giza, ai mastodontici templi di Abu Simbel, alla Sfinge e alla grande piramide di Cheope.

Il fascino dell’antico Egitto è unico e coinvolgente, carico com’è di storia, leggenda e mistero. Innumerevoli e capaci di risvegliare le fantasie più avventurose sono i monumenti e i reperti archeologici che la grande civiltà, nata sulle sponde del fiume Nilo, ha lasciato. Pensandoci il pensiero vola alla Valle dei re, alla Piana di Giza, ai mastodontici templi di Abu Simbel, alla Sfinge e alla grande piramide di Cheope.

Fa scorrere davanti agli occhi le incredibili testimonianze di un’epoca che continua a suscitare meraviglia e interesse. Non tutti sanno, tuttavia, che una delle raccolte di testimonianze sull’antico Egitto più importanti del mondo si trova in Italia, al Museo delle antichità egizie di Torino. Una struttura museale seconda, nel suo genere, solo al Museo archeologico del Cairo.

L’iniziativa dei Savoia – Furono i Savoia a iniziare la raccolta acquistando dai Gonzaga di Mantova, nel 1600, la "Tavola Isiaca". In seguito, tra il ‘700 e l’800, l’interesse per le testimonianze egizie della famiglia reale italiana portò all’organizzazione di una spedizione nella terra dei faraoni affidata da Emanuele III di Savoia al naturalista Vitaliano Donati. Questa impresa portò in Italia le statue della dea Iside insieme a quelle del faraone Ramesse II e della dea Sekhmet. Nel 1824 Carlo Felice di Savoia acquistò la collezione di Bernardino Drovetti, ricco collezionista piemontese che aveva accumulato una quantità enorme di reperti durante la sua permanenza in Egitto in qualità di Console onorario di Francia. In seguito il museo entrò in possesso di altri importanti reperti acquistati in giro per il mondo, oppure ricevuti attraverso donazioni (come quella del tempio di Elleija dono del governo egiziano) o acquisiti per mezzo di campagne di scavo.

I tesori archeologici – Chi varca il portone del museo torinese, in via Accademia delle scienze 6, si trova proiettato nell’Egitto dei faraoni e dei gran sacerdoti, ma anche degli artigiani e degli operai. Attraverso le testimonianze della magnificenza dei sovrani e dei religiosi, e di quelle riguardanti la vita quotidiana del "popolino", si possono ripercorrere i momenti, le credenze e le abitudini dei protagonisti di una delle più grandi civiltà di tutti i tempi. Sono circa 30.000 i pezzi esposti, alcuni dei quali di importanza enorme per la ricerca storica. Una delle testimonianze più significative è la tomba dell’architetto Kha e della moglie Merit. Ma di grande rilevanza sono anche le statue: oltre a quella di Ramesse II e Sekhmet, spicca quella della principessa Redi, scolpita nella diorite e risalente alla III dinastia (2800 a.C.circa). Poi ci sono le sculture dedicate ai grandi faraoni come Thutmosi III e Amenhotep II, Tutankhamon e la regina Mutnegemet, Sethi II e Ramesse II immortalato con il dio Amon e la dea Mut. Unici e preziosi i papiri conservati nella struttura del capoluogo piemontese. A partire da quello conosciuto col nome della città italiana e noto tra gli studiosi come "Canone reale".

Si tratta di un documento risalente alla XVII dinastia e recante una elencazione puntuale dei sovrani egizi dall’unificazione dell’alto e basso Egitto fino al momento della compilazione. Questo elenco è preceduto da quello dei re semidivini del periodo predinastico. Sono innumerevoli comunque le suppellettili, i gioielli, i sepolcri, le armi, le mummie e i resti di vestiario. Un grande spaccato di quella che fu la grande civiltà dell’antico Egitto che continua ad appassionare milioni di persone.

Si fermò a Torino anche Champollion – Un interesse che mobilita anche moltissimi studiosi che arrivano a Torino per cercare di carpire informazioni agli oggetti della raccolta. Lo stesso Jean Francois Champollion, decifratore della scrittura geroglifica, soggiornò nella città per analizzare i reperti e, per sottolineare l’importanza del museo archeologico italiano, scrisse che "la strada per Menfi e Tebe passa per Torino".

Gli orari – La visita dell’esposizione, dislocata su tre piani, richiede un tempo medio di 2 ore. L’ingresso nel periodo invernale (dal 1/1 al 10/6 e dal 10/9 al 31/12) è possibile dalle 8,30 alle 19,30, tenendo presente che il museo resta chiuso il lunedì, oltre al 1 gennaio e 25 dicembre.

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