Il minuto di ritardo (segreto) dei treni di New York

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Ah, se Cary Grant l’avesse saputo, la fuga da New York di Intrigo Internazionale sarebbe stata meno precipitosa. "Mi dia una cuccetta sul diretto per Chicago, per favore". "Parte tra cinque minuti". Lo so. Può fare più in fretta?". "Credo sia tutto pieno".
"Pieno?". "Può sempre prendere il vagone…". "No, non posso… A che ora è il prossimo?". "Non c’è nulla fino a… Lei va di fretta vero?". E voglio vedere se non va di fretta un poveraccio che se la sta squagliando nel gran caos di Grand Central Terminal scambiato per il killer che non è.

Ah, se Cary Grant l’avesse saputo, la fuga da New York di Intrigo Internazionale sarebbe stata meno precipitosa. "Mi dia una cuccetta sul diretto per Chicago, per favore". "Parte tra cinque minuti". Lo so. Può fare più in fretta?". "Credo sia tutto pieno".
"Pieno?". "Può sempre prendere il vagone…". "No, non posso… A che ora è il prossimo?". "Non c’è nulla fino a… Lei va di fretta vero?". E voglio vedere se non va di fretta un poveraccio che se la sta squagliando nel gran caos di Grand Central Terminal scambiato per il killer che non è.

Lui, Cary Grant, sul treno c’è riuscito a saltare lo stesso, ci mancherebbe. Ma quelli che l’hanno perso solo per un minuto da oggi non hanno più scuse. Mentono. Quantomeno qui a New York.

Non lasciatevi ingannare dall’orario che vedete scritto sui tabelloni delle partenze: i treni lasciano il binario con un minuto di ritardo secco. Tutti. Sempre. E da sempre: da più di cent’anni a questa parte. Il segreto meglio custodito di New York sembra davvero di quelli che si inventano i Dan Brown per risolvere a sorpresa un intrigo impossibile. Invece è tutto vero: certificato nell’ammissione a denti stretti del portavoce della Metro-North Railroad. Marjorie Anders l’ha ammesso al New York Times e quasi è finita in dramma: "Per favore non scoprite le nostre carte". Perché il trucco di New York non ha pari a Chicago, Detroit, Boston, nulla di simile s’è mai sentito a San Francisco e Los Angeles.

Perfino quelle autorità in materia che sono gli iscritti alla New York Railroad Enthusiast cadono dalle nuvole. Adrian Ettlinger, l’ingegnere che guida quel manipolo di appassionati di storia delle ferrovie, vuole controllare di persona: "Vogliamo vederci chiaro: mettiamolo subito all’ordine del giorno nella riunione di mercoledì e lanciamo una grande inchiesta tra i pendolari".

Ecco, ci mancava la grande inchiesta tra i pendolari. Eppure tra gli addetti ai lavori il minuto segreto di New York ha anche un nome in codice, Gate Minute, il minuto del cancello, che tradisce l’origine antica del misterioso ritardo, quando ai binari di Grand Central Terminal si accedeva tramite dei cancelli. L’orario indicato sui tabelloni era quello in cui i cancelli chiudevano, poi si lasciava appunto quel minuto di tolleranza per fare salire sul treno i passeggeri che avevano già varcato la fatidica soglia. Invisibile sui vecchi orari ferroviari come sulle schermate di Internet, il minuto segreto di New York affonda dunque le radici nella storia di questa città e di quel monumento che è appunto Grande Central Terminal.

Molto più che una stazione, lo splendido edificio è un capolavoro ingegneristico del 19esimo secolo e uno dei simboli architettonici di New York. Gli omaggi di Hollywood non si contano: la fuga di Cary Grant, il Gran Ballo immaginato da Robin Williams nella Leggenda del re Pescatore, la calata dei pendolari guidata da Leonardo Di Caprio in Revolutionary Road. Tutti sempre di corsa, sempre più di corsa.
"Certo" dice ora Ettlinger "adesso che ci penso, anch’io ho sempre avuto quella strana sensazione di essere in ritardo e alla fine farcela sempre". In fondo proprio questo era l’obiettivo del minuto segreto: nella capitale delle opportunità, dare una chance in più anche a chi si scapigliava a prendere un treno. O no?

La cosa più importante è che il minuto di ritardo non influisce minimamente nella corsa e nelle partenze nelle altre città. Tutti gli altri passaggi avvengono con la precisione che una volta si diceva svizzera ma che storicamente sarebbe invece meglio definire nordamericana. In Canada e negli Stati Uniti è nata la concezione moderna di puntualità. Qui per la prima volta al mondo si è sentita l’esigenza di armonizzare gli orari ferroviari e, per estensione, gli orari in generale. Qui, nei paesi delle grandi distanze, il canadese Sandford Fleming ideò negli anni 70 dell’Ottocento quella partizione del mondo in 24 "time zones" che conosciamo ancora oggi. E in questo paese in cui, come cantano gli U2, spesso "le strade non hanno nome", i treni – a differenza dei nostri Freccia Rossa, Settebello & vari – si chiamano semplicemente con il numero dell’orario. The Five Forty Eight si intitola un racconto di John Cheever dedicato al treno in partenza da Grand Central: quello delle 5 e 48. Peccato – scherza ora il New York Times – che in realtà fosse delle 5 e 49.

Fonte: www.repubblica.it

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