Il mare dei brasiliani

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Queridos amigos! Come vi ho detto più volte, gennaio è un ottimo mese per raggiungere il Brasile. Dopo le vacanze di Natale e prima dell’esplosione carnevalesca, questo è un periodo di media-bassa stagione, i prezzi sono più che ragionevoli e dal punto di vista climatico ci troviamo in piena estate. Se al nordest c’è il sole e fa caldo tutto l’anno, a sud di Rio de Janeiro, da São Paulo fino a Rio Grande do Sul, è questa la migliore epoca per conoscere un litorale affascinante, con spiagge interminabili e mare bellissimo.


Queridos amigos! Come vi ho detto più volte, gennaio è un ottimo mese per raggiungere il Brasile. Dopo le vacanze di Natale e prima dell’esplosione carnevalesca, questo è un periodo di media-bassa stagione, i prezzi sono più che ragionevoli e dal punto di vista climatico ci troviamo in piena estate. Se al nordest c’è il sole e fa caldo tutto l’anno, a sud di Rio de Janeiro, da São Paulo fino a Rio Grande do Sul, è questa la migliore epoca per conoscere un litorale affascinante, con spiagge interminabili e mare bellissimo.

Raccogliendo l’invito di un caro amico, Mauro Beal, un brasiliano che da anni si occupa di avvicinare culturalmente e commercialmente il Brasile all’Italia, ho trovato un po’ di tempo per decidermi a ritornare a Florianopolis, interessante città dello stato di Santa Catarina. Ero già stato da queste parti per realizzare uno speciale giornalistico per il Tg2. Ma il tempo è stato poco e l’unica cosa che ebbi la possibilità di avvertire, emozionandomi non poco per questo, fu il forte legame che la vasta popolazione di origine italiana ancora mantiene nei confronti del nostro paese. Visitai Nova Trento, incontrai persone che si commossero semplicemente parlando con i componenti di una troupe televisiva italiana della Rai. Discendenti di italiani emigrati in Brasile già dal 1875 che, pur non avendo mai conosciuto il nostro paese, sentono di appartenergli forse più della maggior parte di coloro che ci sono nati e che attualmente lo abitano.

Lo stato di Santa Catarina si trova al sud del Brasile, tra il Pará e Rio Grande do Sul, dove, piuttosto della cultura «tropicale» influenzata dall’emigrazione africana che incontriamo a Rio, Minas, Bahia e in altri stati, si vive in un clima più latinoamericano, gaúcho, in cui le origini etniche della popolazione sono spiccatamente europee. Anche se la città più grande è Joinville, quella più famosa è, appunto, Florianopolis, che si trova su un’isola non molto grande, così vicina al continente da essere unita allo stesso da un ponte che collega le due parti della città, capitale di questo stato. Florianopolis è anche il nome dell’isola che, fuori dal perimetro urbano, è, grazie soprattutto alle sue spiagge, una delle mete turistiche più ricercate dai brasiliani delle grandi metropoli e soprattutto dagli argentini che, vista la vicinanza, la considerano un po’ quello che per noi italiani, in estate, rappresentano la Sardegna o le isole greche.

Sono arrivato di sera in aeroporto e mi hanno portato direttamente in hotel, una tipica struttura da turismo di massa, sulla spiaggia di Jurerè. Quando si arriva di notte in questi posti non si ha mai idea di dove ci si trovi esattamente o quale sia il paesaggio. Si intuisce qualcosa dall’odore del mare, dal suo rumore mentre sbatte sul bagnasciuga, dalle piccole barchette ancorate che vengono cullate dalle onde. E per capire qualcosa di più su quella che è considerata una delle spiagge più conosciute dell’isola, siamo andati a cena in uno dei locali che si trovano proprio sulla spiaggia e che, dalla mattina fino a notte inoltrata, fungono un po’ da punto di incontro per la gente che ama vivere in contatto con il mare, da perfetti vacanzieri.

Al Taiko, la mattina ci si distende al sole sui lettini, si beve o si mangiucchia qualcosa, si ascolta musica in sottofondo, si incontra un sacco di gente, ci si tuffa nel mare calmo e caldo del versante ovest dell’isola. Anche se tutto l’insieme ci allontana dall’idea di Brasile facendoci pensare più agli stabilimenti chic delle spiagge del nostro mediterraneo, è l’umanità della gente che finalmente ci ricorda che siamo nel paese in cui la vita è l’arte dell’incontro ed è sempre gradito ricevere e rivolgere un sorriso, fare due chiacchiere con il vicino o la vicina di sdraio, offrire un’acqua di cocco o una caipirinha. La gente è qui per divertirsi e rilassarsi, si capisce subito, e preferisce il contatto ai formalismi tipici delle nostre parti.

A cena, in compagnia di Mauro e della sua deliziosa ragazza Patricia, conosco Leandro, proprietario del locale. La faccia è quella di un qualsiasi bel ragazzo veneto, lombardo, siciliano, insomma italiano: biondo, occhi azzurri, sorriso perfetto, parla anche un po’ la nostra lingua. Per varie stagioni ha fatto l’indossatore a Milano, sfilando per Armani e Versace; in fin dei conti questa è la terra di Thaìs di "Striscia la notizia", di Giselle Bundchen e delle meravigliose fotomodelle, quasi tutte bionde, che con il loro fisico e la loro simpatia dettano adesso legge nel mondo della moda.

Leandro Adegas, che da parte di mamma fa Bergamini Leoni, ha investito qui a Floripa (così è chiamata l’isola dai brasiliani che la frequentano) gran parte degli euro guadagnati sfilando in Europa e negli Usa. E’ proprietario di questo locale, ormai famoso, e di una discoteca che non ha nulla a che invidiare alle famose piste di Rimini e Riccione. Siamo in un Brasile diverso da quello che ci seduce da sempre per la sua semplicità, per il suo essere così selvaggio ed autentico. Ma è Brasile anche questo, un paese che cresce economicamente, socialmente e culturalmente e che risponde alla domanda di un turismo diverso che attrae soprattutto coloro che apprezzano la bellezza e il lusso, selezionando tutte le tendenze e le novità offrendole al turista con il solito ed apprezzato jeitinho brasileiro. Il cibo è in tavola: pesce arrosto, gamberi, birra ghiacciata, due risate, una passeggiata sul bagnasciuga, poi tutti a letto.

La mattina dopo mi sono svegliato presto. Sono tornato subito in spiaggia, questa volta illuminata da un bel sole, cercando di capirci qualcosa di più. Jureré è la spiaggia più "in" dell’isola. Le ville che vi si trovano sono davvero da togliere il fiato, è lusso sfrenato. Ma è ovvio che non è tutto qui, che l’isola, come il Brasile, è un insieme di colori, di sapori, di luci e che, per avere questa fama di meta turistica paradisiaca, le sorprese devono ancora arrivare, me le aspetto. Mauro mi porta in giro con la sua auto e mi racconta qualcosa di più sul posto: a parte l’influenza dell’emigrazione europea (italiana, austriaca, svizzera, olandese, tedesca), c’è ovviamente molto sangue indigeno che scorre nelle vene di questa gente, e uno dei principali flussi migratori è arrivato addirittura più di 300 anni fa dalle Azzorre. Si chiamano manezinhos i discendenti di questa etnia che ha colonizzato l’intero litorale di Santa Catarina e che caratterizza anche i tratti somatici degli abitanti dell’isola. E’ gente simpatica, come quasi tutti i brasiliani, che lavora, si integra con le altre etnie, ma che, al contrario della maggioranza di origine europea, vive la vita con una filosofia più fatalista, più rilassata.

Non è raro vedere infatti questi manezinhos passeggiare per le piccole strade dell’isola, portando a passeggio, dentro una gabbietta colorata e ben pulita, il loro uccellino preferito, come faremmo noi con un cagnolino. Ma voglio conoscere queste spiagge famose di cui mi hanno parlato in tanti, piene di giovani, di surfisti, con un mare da favola. E allora cominciamo da nord un giro dell’isola, fermandoci prima su uno dei punti più alti, per avere un colpo d’occhio completo di questo piccolo pezzo di terra brasiliana appena staccato dal continente, lungo una cinquantina di chilometri, largo al massimo 18. Le spiagge più conosciute di questo primo tratto di Floripa sono Jureré, la praia dos Ingleses e Ponta das Canas, super attrezzate e piene di turisti. Poco più a sud, superando la Lagoa da Conceição, si avverte già un cambiamento: le eleganti ville di Jurerè lasciano il posto a casine semplici e colorate, è la gente del posto a fare il bagno nelle acque limpide della laguna come nelle spiaggette che troviamo lungo il cammino.

Arrivati alla spiaggia di Joaquina comincio a capire il perché di tanto interesse turistico su quest’isola. C’è un grande parcheggio all’interno del quale stazionano pulmann che arrivano da ogni parte dello stato e del sud del Brasile. Anche se non mancano piccoli negozietti di souvenir e un paio di grandi ristoranti, il mare non sembra temere il costante flusso di turisti: è troppo imponente, con il suo infrangersi fra le rocce e le sue corse lungo la spiaggia infinita. A parte questi timidi accenni al consumismo, il resto del litorale che si perde a vista d’occhio è solo mare, sabbia e mare, dune, vegetazione, sabbia e mare.

L’isola non ha paura dell’arrivo del turismo di massa, basta guardare i numeri: i 350mila abitanti dell’isola ricevono tranquillamente 370mila visitatori l’anno perché ci sono servizi e spazio per tutti, ed è più semplice perdersi in una spiaggia deserta che rimanere imbottigliati nell’inesistente traffico locale. Al ristorante ho provato le casquinhas di sirì (gusci di granchio ripieni della loro polpa e cotti al forno) e gamberi al vapore, ripassati in padella con aglio ed olio e fritti dorati. Una delizia! Dopo il pranzo ci vogliono due passi e mi arrampico sugli scogli che sono proprio all’inizio di Joaquina. Da lì vedo tutto il litorale di fronte a me, fino ad una pianura che si affaccia sulla spiaggia di Campeche, la pista improvvisata su cui atterrava il grande aviatore e scrittore francese Saint-Exupery che, partito dalla Francia, riposava e riforniva qui il suo aeroplano prima di raggiungere Buenos Aires.

Immaginando le eroiche gesta dell’autore de "Il piccolo principe", ci spostiamo di pochi chilometri verso nord, con la consapevolezza di dovermi preparare alla visione di altre meraviglie che Dio ha voluto assemblare da queste parti. In auto Mauro comincia a parlarmi della vocazione surfista dell’isola, dei campioni di questo sport che sono nati qui e del fascino che inevitabilmente questo causa fra i giovani praticanti di tutto il sudamerica. Parcheggiamo in un prato organizzato a questo scopo. C’è ancora un sacco di gente e sono già le quattro del pomeriggio. Si arriva in spiaggia attraverso un sentiero di terra. Mi si apre di fronte la vista di Praia Mole: è piena di giovani che ascoltano musica nei tre chioschi-bar all’interno dei quali si mangia, si beve e ci si riposa distesi sulle amache disposte lungo decine di pali ad uso dei turisti.

La sabbia è bianca, morbidissima, pulita. Il piede affonda e il passo è lento. Intorno a me sento parlare in tutte le lingue del mondo: portoghese, spagnolo, inglese, francese, tedesco… gruppetti di ragazzi cantano attorno ad una chitarra, altri si riposano al sole, molti si baciano. Alla fine della Mole c’è un gruppo di rocce di granito rosa che vedo in lontananza e che, con il sole addosso, davanti ai miei occhi, cambiano colore. Adesso mi sembrano color biscotto, anzi, sono biscotti, rotondi e giganteschi, buttati lì chissà da chi, milioni di anni fa. Sono il confine tra Mole e la spiaggia di Galeta. Saliti sulle rocce si scende un sentiero che si snoda all’interno della tipica vegetazione di mata atlantica fino a scendere sulla dura sabbia di questa che è conosciuta per essere una spiaggia per nudisti. E’ a poche centinaia di metri dalla Mole ma è totalmente diversa. Mentre nella prima le onde arrivano alte, profonde, perfette per il surf, a Galeta arrivano più discrete, vengono ai tuoi piedi timidamente, iniziando la loro conquista della sabbia decine di metri prima, appropriandosi del suolo appiattito con la loro schiuma, portando qualche mazzo di alghe come un omaggio floreale. Anche la gente che la frequenta è diversa. Ce n’è poca, gli spazi sono immensi, massima libertà anche se non tutti prendono il sole come mamma l’ha fatti.

A poche ore dalla partenza del volo per Rio, la visita a Floripa continua con un passaggio in auto dalle parti di Barra da Lagoa, un villaggio molto caratteristico che ci mostra senza pudore la vera indole marinara dell’isola, con bancarelle e piccoli bracieri disposti lungo il canale che sfocia a mare, pieni di gente che mangia pesce fresco, gioca a pallone sui campi di sabbia improvvisati, partecipa a balli di gruppo promossi da spassosi animatori locali, insomma si diverte, e tanto, con quello che noi diremmo poco. L’aeroporto è a sud, sulla strada per Campeche. «Devi vedere questa spiaggia da vicino», mi dice Mauro. Una volta arrivati lì ci fermiamo davanti alla casa di un suo amico fotografo, Paulo Greuel. Un tipo geniale, che, oltre al portoghese, parla anche tedesco, spagnolo e italiano e che insieme alle sue opere ha fatto il giro del mondo, esponendo negli Usa, in Germania e Francia.

Mi racconta di un vecchio che gestisce un piccolo chiosco sulla spiaggia di Campeche. Adesso il bar è chiuso, il vecchio pescatore non c’è. Dalla veranda scolorita dal sale contemplo l’ultima mia immagine di Floripa. Sulla sabbia ci saranno quattro persone. Di fronte a noi c’è una striscia di mare blu cobalto che separa l’arenile dalla piccola isola di Campeche. E’ proprio di fronte a noi; si può raggiungere con la barchetta di un pescatore che salpa quando ha clienti da trasportare, a qualunque ora. Alla fine dell’estate, mi dice Paulo, durante le brevi traversate, sono frequenti le soste a metà strada, quando le balene vengono qui per partorire e si fermano, protette dalle acque poco profonde dalle quali rimangono lontani gli squali.

Allattano e giocano con il loro piccoli, li attendono risalire in superfice per respirare e sembrano non disturbarsi poi tanto quando qualche umano si sofferma a guardarle discretamente, prima di raggiungere la spiaggia paradisiaca dell’isoletta, con la sua sabbia bianca e l’acqua verde smeraldo e trasparente. Dicono che questi mammiferi siano molto intelligenti, hanno girato il mondo in lungo e in largo e, senza poter salire sulla terra ferma, ne hanno già viste di tutti i colori: ci hanno visto gettare nel mare migliaia di buste e tonnellate di petrolio, pescare con tecniche criminali, arpionare spietatamente i loro dorsi lucidi. Ma quando ci osservano incantati di fronte al miracolo che la natura continua a compiere, nonostante tutto, attraverso di loro, chissà che cosa penseranno di noi..

Fonte: www.musibrasil.net

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