Il declino di Las Vegas

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La torre dorata di Donald Trump resterà da sola a brillare nel tramonto sullo Strip, il viale dei casinò di Las Vegas: la sua gemella che doveva nascere in questi giorni non vedrà mai la luce. Il costruttore miliardario ha bloccato i suoi piani di espansione: non è tempo per nuovi palazzi, la recessione è cominciata, inutile costruire qualcosa che neppure lui sarebbe riuscito a vendere.

La torre dorata di Donald Trump resterà da sola a brillare nel tramonto sullo Strip, il viale dei casinò di Las Vegas: la sua gemella che doveva nascere in questi giorni non vedrà mai la luce. Il costruttore miliardario ha bloccato i suoi piani di espansione: non è tempo per nuovi palazzi, la recessione è cominciata, inutile costruire qualcosa che neppure lui sarebbe riuscito a vendere.

Così, dopo aver fatto appena in tempo il miracolo di piazzare 1200 appartamenti – 800mila dollari il prezzo del più piccolo, un monolocale di 70 metri quadrati – a floridi pensionati americani e ai nuovi ricchi del mondo: cinesi, russi e brasiliani, si è preso un pausa. Se Donald Trump rinuncia è davvero un brutto segno e oggi Las Vegas è la città americana dove il rallentamento dell’economia si può vedere con estrema chiarezza.

Come l’ipersensibile canarino dei minatori che quando smetteva di cinguettare segnalava l’arrivo del mortale gas grisoù, così l’affievolirsi delle luci nella Città del Gioco suona l’allarme all’America: non ci sono più soldi da spendere. L’ultimo albergo inaugurato si chiama "The Palazzo", una cattedrale del gioco e del divertimento costruita in "stile italiano", cinquanta piani d’altezza, 3449 tra camere e suite, marmi e arazzi ovunque, una ricchezza che pretende di ricreare "l’atmosfera di Capri e Portofino", con "la grandezza culinaria della Toscana" e i negozi di moda di Milano.

Tutto è prefetto, ci sono i migliori ristoranti, tutte le marche del lusso, una sala gioco con mille croupier, ma un solo particolare è andato storto: hanno scelto il momento peggiore per aprire. L’inaugurazione è caduta esattamente nel mezzo del cambio d’umore di una nazione intera e ora la suite di 80 metri quadrati, con due megaschermi al plasma, un bagno grande quanto un monolocale, le tende che si chiudono da sole se le si sfiora con una mano, viene offerta a 120 euro al giorno.

I croupier del black jack, immobili, cercano di sorridere davanti ai tavoli vuoti. Anche se i giocatori diminuiscono ogni giorno, dall’inizio dell’anno nessuno ha toccato i loro turni: per otto ore dovranno stare davanti al panno verde.

In tutto il Nevada a gennaio i guadagni dei casinò sono scesi quasi del 5 per cento, poi a febbraio le entrate fiscali che arrivano dal gioco (che sono il 40 per cento del bilancio statale) sono precipitate del 13 per cento. Dopo anni di crescita a cifre da favola, il meccanismo magico del consumo sfrenato si è bloccato: meno turisti, meno camere d’albergo prenotate, meno giocatori, meno convention d’affari e congressi che riducono le date.

"Gli americani – racconta Hunter Dhue, del sindacato dei croupier – non hanno più soldi per viaggiare e per giocare e allora rinunciano a venire, perché al casinò statisticamente perdi. Qui si viene per divertirsi non per vincere o per arricchirsi, ma se sei coperto di debiti, allora perdere quello che ti è rimasto in tasca non è divertente. La crisi è appena cominciata, siamo all’inizio del terzo mese, ma è visibilissima: sono cominciate le riduzioni forzate dell’orario di lavoro: non sono ancora arrivati a toccare i croupier ma hanno cominciato a sfoltire quella che in gergo si chiama "la periferia dei casinò", tutti i lavoratori che stanno fuori dal salone dove si gioca. Stanno tagliando i turni a portieri, camerieri e posteggiatori, non entrano con le forbici nel santuario del tavolo verde perché sarebbe sacrilego".

Fuori, intorno a quella striscia di luce che si vede dall’aereo, a quella sequenza di casinò famosa nel mondo, la situazione è ancora peggiore. I prezzi delle case, che nell’ultimo decennio crescevano a due cifre, a gennaio sono crollati del 17 per cento rispetto all’anno precedente, e sono state vendute meno di duemila abitazioni, la metà che nel 2007. Jeremy Aguero, il più illustre dei consulenti economici per casinò e costruttori edili, racconta che "ci sono 24mila case in attesa di un compratore, il doppio di quelle previste, e ci sono più pignoramenti che appartamenti acquistati. La città si impoverisce, ogni punto percentuale di calo del valore immobiliare significa una perdita di un miliardo di dollari nel patrimonio degli abitanti".

Las Vegas oggi ha un tasso tra i più alti in America di famiglie che perdono la loro proprietà perché non sono più in grado di pagare il mutuo. Le gru si sono fermate e già 15mila lavoratori delle imprese di costruzioni hanno perso il lavoro.

Questa è una città che ha raddoppiato la sua popolazione ogni dieci anni a partire dal 1950, ma che da metà degli Anni Novanta è stata protagonista di un boom clamoroso. Ora, nel giro di un trimestre la disoccupazione è cresciuta dal 4,2 al 5,6 per cento e improvvisamente si è inaridito il flusso migratorio che riempiva ogni nuovo condominio costruito. Dicevano che "Vegas", come la chiamano i residenti, era immune alla recessione, adesso i più ottimisti dicono che è resistente, nel senso che combatte, che cerca di resistere.

I manager dei grandi casinò cercano di minimizzare, anche se ai piani alti della MgmMirage, la compagnia che controlla gioielli del lusso come il Bellagio (al cui interno hanno ricreato il lago di Como) e il Mandala Bay, spiegano che c’è un crollo nelle prenotazioni di congressi e convention. E Steve Wynn, l’inventore della ricetta che ha sposato il gioco con il lusso, l’uomo che è in guerra con i suoi croupier per avergli tolto la proprietà delle mance, ammette: "È ridicolo pensare che Las Vegas sia un’isola magica immune dagli effetti della comunità che la circonda, dai problemi dei suoi visitatori".

Alla periferia di quest’isola troviamo un esempio illuminante dell’effetto domino che si è creato: la A&B Printing and Mailing è una società che stampa cataloghi e brochure per alberghi, casinò e costruttori, il suo giro d’affari è sceso del 7 per cento nell’ultimo mese. Non solo i resort dello "Strip" hanno diminuito le ordinazioni ma perfino i medici e gli imbianchini hanno dimezzato gli ordini di ricettari e moduli per fare le fatture.

"La gente che è stata licenziata o sta perdendo il lavoro – spiega Kathy Gillespie, la proprietaria della tipografia – non va più dal dottore o dal dentista e le persone che hanno una riparazione da fare in casa preferiscono farsela da soli piuttosto che chiamare l’idraulico o un muratore". Così la A&B ha licenziato 21 persone, la metà dei suoi dipendenti.

Bill Lerner, analista della Deutsche Bank specializzato nei proventi del gioco, è didascalico: "Questa crisi economica è diversa dalle precedenti perché è figlia di un rallentamento spinto dai consumatori che viene enfatizzato dalle preoccupazioni per il crollo del settore immobiliare e dalla mancanza di fiducia degli investitori nelle Borse. Anche se non lo siamo formalmente, la maggior parte della gente pensa che siamo in recessione e questo avrà conseguenze su tutti: dal resort più lussuoso al più piccolo dei casinò periferici. Può darsi che i clienti continueranno a venire, ma i loro budget saranno inferiori".

All’inizio a mancare sono stati i turisti del fine settimana, quelli che arrivano in macchina dalla California e che si gettano sui margarita a 99 cent, frenati dal prezzo della benzina, dai debiti e dalla crisi dei mutui. Ora cominciano a ridursi i visitatori della fascia alta, che mangiano da Charlie Trotter, fanno shopping sfrenato da Gucci, Bottega Veneta e Christian Louboutin e si possono permettere i massaggi da 300 dollari: a bloccarli è stata Wall Street.

Sembrava che il quadro fosse sufficientemente cupo, ma a deteriorare il clima di fiducia e a spegnere le luci questa settimana è arrivata anche la decisione della compagnia aerea Us Airways di tagliare i suoi voli notturni in partenza e in arrivo. Las Vegas era l’unico posto dove potevi trovare ancora trenta partenze dopo le undici di sera, una cosa immaginabile solo nella città che non dorme mai, dove la luce artificiale cancella il tramonto, dove se atterri alle due del mattino puoi andare sereno a farti una doccia e trovare un posto dove cenare.

Chi doveva decollare poteva giocare alle slot machines fino all’ultimo, mangiare una pizza al fast food griffato di Wolfgang Puck, lo chef simbolo di Beverly Hills, e tornare a casa entro l’alba. Adesso in quattro notti su sette non ci saranno più voli. Colpa del prezzo del petrolio, che rende questa tratta, che era offerta a prezzi scontati, non più conveniente per la compagnia. Ma è il segno tangibile di un cambio di clima.

Il 2007, l’anno dei record quando a Las Vegas sono arrivate quasi 40 milioni di persone, sembra lontanissimo. Ognuno cerca di inventarsi un modo per sopravvivere, c’è chi punta sugli stranieri sperando nella forza di euro e yen, e chi su un lusso ancora più attraente. A Las Vegas si incontra la crisi ma si trova anche il suo antidoto: la capacità americana di cambiare pelle, di scommettere sul futuro.

"Per trent’anni si è detto che non si poteva costruire un altro hotel o un altro casinò perché il mercato era arrivato al punto di saturazione, ma hanno continuato a farlo e ogni nuovo albergo è sempre stato riempito", racconta ancora l’analista Jeremy Aguero, in piedi davanti ad un’immensa mappa della città con evidenziati in rosso tutti i nuovi progetti: "Ora ci sono 41 miliardi di dollari di nuovi investimenti". Il più avanzato è City Center, un progetto della MgmMirage da otto miliardi di dollari, il più costoso della storia nordamericana, che sarà pronto nel novembre del 2009.

I proprietari vanno avanti secondo i tempi prestabiliti, contano sul fatto che lo scenario peggiore parla di una recessione di 18 mesi, destinata a finire nell’estate del prossimo anno. E allora puntano ad aprire esattamente nel momento in cui l’America avrà voglia di tornare a festeggiare, quando girerà l’umore e i consumi torneranno a gonfiarsi. "Sarà la più grande trappola per topi mai costruita – conclude Aguero – e bisogna preparare per tempo l’esca migliore".

Fonte: www.repubblica.it

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