I turisti dei tornado

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Leggono il meteo alla rovescia. A differenza di tutti gli altri, cercano avidamente segnali di un possibile peggioramento del tempo. Sdraiarsi in spiaggia e prendere il sole o godere di un cielo limpido e azzurro a loro non interessa. Vanno in cerca di cicloni, vento a raffiche e gigantesche nuvole. Sono i turisti del meteo, un ristrettissimo gruppo di persone che ha fatto degli eventi atmosferici estremi il motivo del suo girare per il mondo. In tutto poche centinaia di persone, ma con una storia che merita di essere raccontata.

Leggono il meteo alla rovescia. A differenza di tutti gli altri, cercano avidamente segnali di un possibile peggioramento del tempo. Sdraiarsi in spiaggia e prendere il sole o godere di un cielo limpido e azzurro a loro non interessa. Vanno in cerca di cicloni, vento a raffiche e gigantesche nuvole. Sono i turisti del meteo, un ristrettissimo gruppo di persone che ha fatto degli eventi atmosferici estremi il motivo del suo girare per il mondo. In tutto poche centinaia di persone, ma con una storia che merita di essere raccontata.

I più avventurosi sono una ventina di appassionati che ogni anno lasciano l’Italia per qualche settimana diretti in Oklahoma, uno degli stati americani spazzati regolarmente dai tornado. A organizzare il viaggio è un’associazione veneta, la Thunderstorms. "Lo scorso anno -racconta Gabriele Formentini, uno dei responsabili – siamo partiti in 15 più lo staff tecnico che fa da navigatore nella caccia ai tornado. L’unico elemento in comune è la passione per la meteorologia, altrimenti il gruppo è molto variato: sono venuti studenti, medici, ingegneri, pensionati. Complessivamente ci fermiamo tre settimane, ma qualcuno decide di rimanere solo per metà tempo".

Spendendo circa 1500 euro per dieci giorni, volo escluso, questo manipolo di appassionati arriva a Oklahoma City, affitta van e suv, e poi inizia a consultare isobare e isoterme in cerca di indizi in grado di portarli dove si scatenerà la furia degli elementi. "Si vaga per la sterminata pianura americana senza incontrare mai niente e nessuno – racconta ancora Formentini – poi all’improvviso quando il tornado si inizia a materializzare si diventa una grande carovana insieme ad altre comitive partite da mezzo mondo".

Sul sito dell’associazione oltre a bellissime foto ci sono le testimonianza di alcuni "reduci". "Un’esperienza unica che rigenera corpo e mente: orizzonti infiniti che permettono di apprezzare al massimo ogni forma e colore del cielo", scrive Alberto, 26 anni. Gloria, 20 anni, è ancora più entusiasta: "Mai avrei pensato di fare un esperienza così fantastica (…) l’ho detto molte volte da quando sono tornata, è stata la cosa più bella di tutta la mia vita".

La caccia ai tornado ha il grande vantaggio di poter essere programmata con un certo numero di certezze. La stagione (maggio) e la zona dove si scatenano (le grandi pianure nordamericane) sono abbastanza circoscritte e "scovarli" una volta sul posto è relativamente semplice. Molto più temerari sono quei pochi che partono niente meno che per l’Australia, nel sogno di poter vedere la Morning Glory, probabilmente la più spettacolare di tutte le nuvole, con la sua capacità di arrivare a una lunghezza di quasi mille chilometri, come da Milano a Brindisi.

Gavin Pretor-Pinney, nel libro culto Cloudspotting, gli dedica l’intero capitolo finale, raccontando la sua esperienza con la piccola tribù di appassionati convenuti a Burketown, nello stato australiano del Queensland, nella speranza di poter godere dello spettacolare fenomeno naturale. Una banda di entusiasti arrivati da tutto il continente che vive giorni e giorni in trepidante attesa di poter decollare con un aliante o un biposto e "surfare" sulla cresta di questo incredibile prodigio naturale.

Un’esperienza indimenticabile, racconta Pretor-Pinney, ma decisamente non alla portata di tutti. Più facile, per chi sta in Italia, accontentarsi della Bora, uno dei pochi fenomeni estremi visibili sulla Penisola. Anche qui si parla di numeri piccoli, ma non piccolissimi. Tanto che a Trieste ha aperto un museo "virtuale" del vento e l’assessorato al turismo ha deciso di inserire la Bora tra le attrattive cittadine, organizzando un itinerario (pubblicizzato anche da una apposita brochure) sui luoghi simbolo del gelido vento che spazza la città.

"Difficile fare cifre – spiega Rino Lombardi, uno degli animatori del museo della Bora – ma l’interesse sta crescendo e continuano a contattarci turisti e scuole interessate a farci visita. In passato abbiamo organizzato anche diverse escursioni e visite guidate sia in città che nei dintorni dove il fenomeno è più spettacolare e caratteristico".

Per chi volesse cimentarsi con questo particolare tipo di turismo, il meteorologo Luca Mercalli suggerisce delle possibili mete alternative. "Una volta – ricorda – degli amici mi chiesero se volevo andare con loro a Ojmjakon, in Siberia, il luogo abitato più freddo del pianeta, con temperature che arrivano a 70 gradi sotto lo zero. Naturalmente me ne sono guardato bene". Confermando di avere poca simpatia per i fenomeni estremi, Mercalli segnala quindi due posti di tutto comfort, come il museo della folgore di Marcenat, sul Massiccio Centrale francese, e il Glaciomuseo di Serrù, sulle Alpi piemontesi, dove si può ammirare la bellezza della montagna funestata dal maltempo.

Fonte: www.repubblica.it

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